Una generazione (Z) che agisce in Italia: giustizia sociale, clima, democrazia e non solo
di Giuseppe Tosto
Ci descrivono spesso come una generazione inquieta, ipersensibile, sempre arrabbiata o sempre stanca. A volte come troppo idealista, altre come disillusa. La verità è che siamo cresciuti dentro crisi continue: economiche, climatiche, sanitarie, democratiche. Per noi l’instabilità non è un’eccezione, è lo sfondo. Ed è proprio per questo che non possiamo permetterci di restare a guardare. La giustizia sociale, il clima, la democrazia non sono “temi” da dibattito: sono le coordinate attraverso cui leggiamo il mondo e prendiamo decisioni. Non perché siamo più buoni, ma perché siamo più esposti alle conseguenze. Come viene riportato nel magazine quindicinale n. 21 (Ottobre 2025) di Forbes Italia “Next Leaders”, siamo “una generazione in cerca di cambiamento”, ma soprattutto siamo una generazione che ha capito che il cambiamento non arriva da solo.
GIUSTIZIA SOCIALE: NON SALVARE, MA CONDIVIDERE. Una delle cose che sento più lontane dal nostro modo di pensare è l’idea dell’aiuto come gesto unilaterale. L’eroe che arriva risolve e se ne va. La Gen Z sta riscrivendo questa narrazione, soprattutto quando parla di cooperazione e impatto sociale. Nel magazine si parla di missione come reciprocità, non come carità. È un punto fondamentale. Le esperienze raccontate, come quella di Federica e Irene in Tanzania, mostrano esattamente questo: andare per imparare prima ancora che per intervenire. Non portare soluzioni preconfezionate, ma costruirle insieme. Questa visione vale ovunque, non solo nei contesti umanitari. Vale nei quartieri, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Per noi giustizia sociale significa ridurre le distanze, non rafforzare le gerarchie. Significa creare spazi in cui chi partecipa cambia, non solo chi “riceve”.
IL CLIMA NON È UNA CAUSA, MA UNA CONDIZIONE. Sul clima non abbiamo il lusso della distanza emotiva. Non possiamo pensare “ci penseranno dopo”. Quel “dopo” siamo noi. È per questo che pretendiamo coerenza, e siamo particolarmente duri con chi usa la sostenibilità come linguaggio vuoto. In “Next Leaders” una domanda torna più volte: l’impatto sociale si può davvero misurare? La risposta non è semplice, ma il fatto stesso che venga posta dice molto del nostro approccio. Non ci basta che un’azienda dica di essere sostenibile: vogliamo sapere come, con quali dati, con quali effetti reali. I criteri di rischio ESG (ambiente-sociale-governance), soprattutto il pilastro “Social”, mostrano tutte le contraddizioni del sistema attuale. Da un lato la rendicontazione di sostenibilità cresce, dall’altro la confusione aumenta. Noi siamo cresciuti nel pieno del greenwashing e abbiamo sviluppato una sorta di radar: riconosciamo subito quando la narrazione non coincide con la pratica. Per la Gen Z, sostenibilità significa responsabilità misurabile. E questo non riguarda solo le aziende, ma anche le istituzioni, la politica, l’informazione.
DEMOCRAZIA: IMPARARE A ORIENTARSI NELLA “STANZA DEGLI SPECCHI”. Viviamo immersi in flussi di informazioni continui. Algoritmi, feed, notifiche. Come racconta bene il capitolo “La stanza degli specchi”, la realtà non ci arriva mai “neutra”: è filtrata, distorta, spesso manipolata. Ma a differenza di quanto si dice, non siamo ingenui davanti a questo sistema. Siamo semmai iperconsapevoli. Per questo, per noi, la democrazia passa prima di tutto dal metodo. Saper distinguere, verificare, ascoltare. Non urlare più forte, ma capire meglio. Esperienze come il Model United Nations, citate nel magazine, non sono solo esercizi accademici: sono allenamenti alla complessità. Imparare a difendere una posizione che non è la tua, a costruire compromessi, a usare le parole con responsabilità. In un’epoca di polarizzazione estrema, il nostro impegno democratico spesso è silenzioso, ma radicale: creare spazi di dialogo dove sembrano impossibili.
LAVORO, PURPOSE E LEADERSHIP: VOGLIAMO COERENZA, NON SLOGAN. Quando si parla di lavoro, spesso veniamo descritti come poco disposti al sacrificio. In realtà siamo poco disposti all’incoerenza. Il purpose, come emerge dal Purpose Day del Politecnico di Milano, non è più un manifesto appeso al muro: è una guida operativa. Vogliamo lavorare in luoghi che sappiano spiegare perché esistono, non solo quanto fatturano. Che sappiano tenere insieme valore economico e valore sociale. Non perché siamo ingenui, ma perché sappiamo che senza questa integrazione il sistema non regge. La leadership che cerchiamo è autentica, trasparente, capace di allineare parole e azioni. Non perfetta, ma responsabile.
“SHOW, DON’T TELL”: IL NOSTRO MODO DI CAMBIARE. C’è una frase che sintetizza bene tutto questo: “show, don’t tell”. Non spiegare il cambiamento, mostralo. La Gen Z non ha un manifesto unico, né una voce sola. Ma ha una caratteristica comune: agisce prima di chiedere legittimazione. Non siamo una generazione da osservare con diffidenza, ma da ascoltare con attenzione. Perché quello che per molti è “attivismo”, per noi è semplicemente il modo più onesto che conosciamo per stare al mondo. E il futuro, che piaccia o no, lo stiamo già scrivendo.