Quando la collettività diventa potere
di Leonardo Callegari, Giada Fasolo, Sonia Hajlaoui – gruppo di ATTIVANZA “Globale”
Viviamo in un’epoca in cui il potere si consolida sempre più dietro schermi formali di legalità, mentre la sostanza della responsabilità democratica si svuota. Gli Stati, i mercati e i regimi autoritari hanno imparato a mantenere le apparenze della legittimità, delegando alla società civile il peso di contestare ciò che dovrebbe essere già garantito.
In questo articolo esploriamo tre casi che, in geografie e contesti molto diversi, parlano la stessa lingua: quella della collettività organizzata che si fa strumento di verità e di pressione. Dalla giustizia climatica olandese, passando per le fosse clandestine del Messico, fino ai meccanismi globali che permettono alle lotte locali di rimbalzare sul piano internazionale. Ogni caso ci mostra che il potere non è mai davvero incontestabile, finché c’è chi si organizza per contestarlo.
Il caso Urgenda: quando i cittadini costringono lo Stato a proteggere il futuro.
Nel 2013, una piccola organizzazione olandese per la sostenibilità, la Fondazione Urgenda, intraprese un’azione legale senza precedenti: trascinò il governo dei Paesi Bassi davanti ai tribunali per inadempimento nei confronti degli obblighi climatici. Non si trattava di un’azione simbolica. Era una causa concreta, fondata su un argomento giuridico preciso: lo Stato olandese, riducendo le emissioni di gas serra in misura insufficiente rispetto a quanto richiesto dalla scienza e dagli standard internazionali, stava violando il dovere di protezione dei diritti fondamentali dei propri cittadini, in particolare il diritto alla vita e al rispetto della vita privata e familiare garantiti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
“Lo Stato ha l’obbligo di proteggere i suoi cittadini dai pericoli prevedibili — anche quando quei pericoli si chiamano cambiamento climatico.” Il caso Urgenda – Urgenda Foundation v. State of the Netherlands – è diventato una pietra miliare nella storia del contenzioso climatico. Nel 2015, il Tribunale distrettuale dell’Aia stabilì che il governo olandese era tenuto a ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. La sentenza fu confermata dalla Corte d’appello nel 2018 e, definitivamente, dalla Corte Suprema olandese nel dicembre 2019: una vittoria storica con nessun margine di ambiguità.
Cosa rende il caso Urgenda così significativo per chi si occupa di attivismo e contestabilità del potere? Non solo l’esito, ma il meccanismo. Urgenda non rappresentava le vittime dirette di una catastrofe già avvenuta: rappresentava i cittadini olandesi come collettività, sostenendo che i rischi futuri e scientificamente documentati del cambiamento climatico erano già, nel presente, una violazione dei diritti. Questa impostazione ha aperto una breccia fondamentale: ha dimostrato che il potere giudiziario può essere utilizzato per obbligare l’esecutivo ad agire preventivamente, anche quando la politica ordinaria fallisce o si blocca per ragioni di convenienza elettorale o di pressione delle lobby industriali.
Il modello Urgenda si è poi diffuso in tutto il mondo. Centinaia di cause climatiche simili sono state avviate dopo il 2019 in Germania, Francia, Belgio, Australia, Colombia, Pakistan. In alcuni casi con successo, in altri con risultati parziali — ma il segnale è chiaro: la climate litigation strategica è diventata uno strumento permanente del repertorio della società civile.
C’è però una lezione che va oltre il diritto. Il caso Urgenda dimostra che la contestabilità del potere non passa solo per le piazze o per la pressione mediatica. Passa anche per la capacità di usare le istituzioni contro se stesse, di portare lo Stato davanti agli standard che lo Stato stesso ha formalmente accettato. È una forma di boomerang domestico: non serve uscire dai confini nazionali perché la pressione rientri, basta trovare il punto di leva — in questo caso, la giurisprudenza sui diritti fondamentali — e applicarlo con coerenza e determinazione.
Ciò che Urgenda ci lascia, in ultima analisi, è un’idea potente e replicabile: quando il potere politico abdica alla propria responsabilità di fronte all’emergenza climatica, la società civile organizzata può costringerlo a tornare sui propri passi — non attraverso la violenza, non attraverso la rassegnazione, ma attraverso la legge stessa che il potere aveva promesso di rispettare.
Las madres buscadoras
La tragedia dei desaparecidos in Messico rappresenta oggi una delle applicazioni più drammatiche e necessarie della Boomerang Pattern Theory. Qui, dove oltre 128.000 persone sono svanite nel nulla, la collettività non è solo un’aspirazione politica, ma l’unico strumento contro un individualismo statale del potere a scapito della responsabilità collettiva e che ha scelto l’oblio come strategia di conservazione. Quando lo Stato manipola i registri per nascondere i propri fallimenti, la democrazia smette di essere un sistema di garanzie e diventa un simulacro da contestare.
Sono oltre 130 mila le persone scomparse negli anni nello stato messicano, ma la parte più sconvolgente della vicenda non è soltanto il numero, è chi continua a cercarle. Non è lo Stato, non è la polizia, non sono le procure. A portare avanti le ricerche sono gruppi di donne: madri, sorelle, mogli che scavano con pale e secchi nelle fosse clandestine, attraversano territori controllati dai cartelli, raccolgono prove, costruiscono archivi, mappe e database. Lo fanno spesso senza protezione, rischiando la vita, e contro istituzioni che minimizzano, rallentano o ignorano.
Secondo un rapporto di Amnesty International, moltissime donne hanno subito, e continuano tutt’oggi a subire, minacce, estorsioni, aggressioni, rapimenti, torture e violenze sessuali; molte sono state costrette a trasferirsi altrove, mentre altre sono scomparse a loro volta. A tutto questo si aggiunge la condizione di povertà o l’appartenenza a comunità indigene o migranti, fattori che rendono la loro ricerca ancora più difficile. Se a scomparire è un’attivista, spesso non viene nemmeno aperta un’indagine. È qui che emerge il paradosso messicano: in uno Stato formalmente democratico, la ricerca della verità è stata progressivamente delegata alla società civile.
Nel frattempo, il numero dei desaparecidos continua a crescere. Secondo il dossier “Violencia en México: una década sin paz”, le sparizioni sono aumentate di oltre il 200% nell’ultimo decennio. E oltre il 90% dei casi resta impunito. Il punto più inquietante è che la sparizione sta diventando una forma politica della violenza. Diversi analisti sostengono che i cartelli preferiscano far sparire le persone piuttosto che ucciderle apertamente: meno corpi, meno statistiche, meno pressione internazionale. La violenza non scompare; diventa semplicemente meno visibile.
Anche il governo di Claudia Sheinbaum è complice, muovendosi in questa ambiguità: da un lato riconosce le lacune del sistema e promette nuove banche dati e meccanismi di ricerca, dall’altro prova a ridimensionare la crisi, sostenendo che migliaia di desaparecidos potrebbero essere ancora vivi o semplicemente irreperibili per ragioni personali.
Il recente scontro tra il governo messicano e il Comitato ONU contro le sparizioni forzate ne è la prova concreta, rivelando il problema della contestabilità del potere. Quando la Presidente Sheinbaum delegittima gli osservatori internazionali definendoli “non organi ONU“, sta tentando di isolare il Messico dagli standard democratici globali.
Tuttavia, il “Globale” entra prepotentemente in gioco proprio attraverso i rapporti di Amnesty International e le grida dei minatori di Sonora. La collettività non è più solo locale, ma transnazionale: la lotta di una madre a Chihuahua diventa la lotta per il diritto universale alla verità.
È proprio la pressione collettiva ad aver impedito che il problema venisse nascosto del tutto.
Le Madres Buscadoras non si limitano più a protestare. Hanno costruito una vera infrastruttura civile della verità organizzando spedizioni di ricerca; coordinando giornalisti, avvocati e antropologi forensi; producendo dati indipendenti; obbligando le procure ad aprire fascicoli; attirano attenzione internazionale attraverso ONU e organizzazioni per i diritti umani. In altre parole, stanno costringendo lo Stato a tornare responsabile. Le madri dei desaparecidos non stanno soltanto cercando i propri figli. Stanno difendendo l’idea stessa che nessun potere possa decidere chi merita di essere cercato e chi può invece sparire nel silenzio.
Ed è qui che il caso messicano diventa qualcosa di più di una tragedia nazionale: le famiglie dei desaparecidos hanno trasformato il dolore privato in infrastruttura pubblica, senza limitarsi di chiedere giustizia, ma producendo archivi, prove, mappe, pressione internazionale e nuove regole. Mostra cosa succede quando il potere smette di essere contestabile e le istituzioni rinunciano alla propria funzione democratica ed è proprio così che la collettività rende di nuovo contestabile il potere.
L’effetto “Boomerang” e la contestabilità globale dei regimi autoritari.
I regimi autoritari hanno sempre avuto una strategia fondamentale: isolare come forma di potere. Per questo molti governi autoritari cercano di chiudere lo spazio pubblico limitando il lavoro dei giornalisti, bloccando le piattaforme digitali e ostacolando le organizzazioni indipendenti. La repressione funziona meglio quando resta confinata entro i confini nazionali.
Nella società globale, però, questo isolamento è diventato più fragile. Oggi immagini, testimonianze e campagne possono attraversare i confini in pochi minuti, trasformando una protesta locale in una mobilitazione internazionale capace di coinvolgere ONG, media stranieri, istituzioni sovranazionali e opinione pubblica globale. È accaduto con il movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti e con il movimento iraniano “Woman, Life, Freedom”, nato dopo la morte di Mahsa Amini.
Nel caso iraniano, questa visibilità globale è stata sostenuta anche da organizzazioni specializzate nel monitoraggio delle violazioni. L’Iran Human Rights ha documentato in modo sistematico arresti, esecuzioni e repressioni, fornendo dati verificati che hanno reso più difficile per le autorità mantenere il controllo della narrazione interna. Parallelamente, il lavoro di raccolta e verifica delle informazioni ha contribuito ad alimentare la pressione internazionale sul regime. A livello istituzionale, la Fact-Finding Mission on Iran delle Nazioni Unite ha descritto alcune delle violazioni commesse durante le proteste come possibili “crimini contro l’umanità”, sottolineando la gravità sistemica della repressione e la necessità di una risposta internazionale coordinata.
Un esempio storico di questa dinamica è quello delle Madres de Plaza de Mayo, nate durante la dittatura militare argentina. Le madri dei desaparecidos, inizialmente isolate e represse a livello nazionale, iniziarono a riunirsi pubblicamente a Buenos Aires per chiedere informazioni sui propri figli scomparsi, sfidando direttamente il regime. La loro azione rimase per anni confinata ai margini dell’attenzione interna, anche a causa della forte censura imposta. Tuttavia, un punto di svolta decisivo fu rappresentato dai FIFA World Cup 1978, organizzati proprio in Argentina durante la dittatura. Paradossalmente, proprio questa esposizione globale aprì uno spazio di visibilità per le Madres che sfruttarono questa attenzione per far circolare la loro denuncia oltre i confini nazionali, trasformando una protesta locale in un caso internazionale di diritti umani.
Nel tempo, grazie anche al sostegno di ONG e reti transnazionali, la loro lotta divenne un simbolo globale contro la violenza di Stato e le sparizioni forzate. Il caso mostra chiaramente come la visibilità internazionale possa incrinare il controllo narrativo dei regimi autoritari e rafforzare la contestabilità del potere. Qui emerge il passaggio decisivo: la visibilità internazionale non è un effetto secondario, ma un elemento che modifica la natura stessa del potere. È proprio in questo punto che si inserisce il concetto di boomerang pattern, elaborato da Margaret Keck e Kathryn Sikkink in Activists Beyond Borders.
Le autrici spiegano che quando il canale interno si chiude, il dissenso prova a uscire dai confini nazionali per poi “rientrare” sotto forma di pressione internazionale. È questo il “boomerang”: una richiesta di aiuto che parte dal basso, attraversa reti transnazionali di solidarietà e ritorna sul governo sotto forma di costo politico e reputazionale.
Questa pressione può tradursi in strumenti politici e diplomatici concreti: dalle sanzioni economiche alle inchieste promosse dalle Nazioni Unite, fino all’isolamento diplomatico e al monitoraggio internazionale delle violazioni dei diritti umani. Allo stesso tempo, la mobilitazione globale può offrire ai dissidenti sostegno mediatico, visibilità internazionale e, in alcuni casi, anche supporto economico e organizzativo.
Le reti internazionali, in conclusione, trasformano un problema interno in una questione globale. ONG, giornalisti, attivisti e istituzioni sovranazionali documentano violazioni dei diritti umani, diffondono informazioni e aumentano il costo reputazionale della repressione. È il meccanismo del naming and shaming: rendere pubbliche le violazioni per delegittimare il regime sul piano internazionale. La solidarietà transnazionale, quindi, non sostituisce le lotte locali, ma ne amplifica la voce.
In tutti e tre i casi, la collettività non ha aspettato che il potere si correggesse da solo. Ha costruito reti, prodotto prove, generato pressione e trasformato il dissenso in responsabilità politica. È qui che il potere torna a essere contestabile: quando chi dovrebbe restare invisibile decide di organizzarsi, parlare e costringere le istituzioni a rispondere. È questo lo spazio che ATTIVANZA vuole osservare, raccontare e sostenere.
Sitografia: