Our EU
Secondo la nostra visione di convivenza globale ispirata alla cooperazione multilaterale tra i popoli e la co-responsabilità di ciascuno per il destino di tutti, al di là della logica degli Stati – potenze che possono decidere le sorti del mondo, il progetto politico di Unione europea dovrebbe rafforzarsi e portare ad intenti comuni – ad esempio riprendendo i dialoghi per una Costituzione europea – a garanzia della pace mondiale, della democrazia, della sostenibilità.
A development model that is no longer sustainable
The current development model — built on fierce competition and the exploitation of resources — jeopardizes our future, fueling tensions between States, the climate crisis, and social inequalities. We need systemic change.
Europe between promises and contradictions
The European Union, founded as a project of peace and cooperation among diverse communities, has in recent years adopted regulations and strategies aligned with the UN 2030 Agenda for Sustainable Development, signaling the need to steer economic policies toward an ecological and energy transition. This transition, however, must also be equitable (a “just transition”), utilizing social protection tools for the individuals and territories involved in these transformative processes. Recently, however, there has been a weakening of Green Deal strategy policies, alongside a growing drift toward rearmament. This is not the European Union we want.
Our vision
of Europe
That is why we have developed “Our Idea of the European Union”, a policy document launched during the 2024 European elections, which defines our priorities:
Strengthening diplomatic and mediation efforts in conflicts
Regulating the common market for a just ecological transition
Combating inequalities and job insecurity
Promoting multilateral cooperation and global common goods
Doing politics
"as if we were in the institutions"
This document is the starting point for engagement with civil society. For us, doing politics means taking responsibility as informed citizens who are capable of questioning and transforming institutions.
We must challenge the neoliberal framework of the EU and recognize the limits of a welfare system that redistributes wealth without changing the very mechanisms that generate inequality.
Rethinking the economy beyond GDP
The economy is one of our top priorities, and it doesn’t just concern experts: it influences everyone’s daily life. For this reason, it must be at the center of democracy, so that citizens can participate in the choices that truly matter.
Today, progress is primarily measured by GDP—the value of what a country produces. But this indicator doesn’t tell the whole story: it does not measure well-being, inequalities, or environmental impact.
On a planet with limited resources, we cannot continue to aim for infinite growth. We need to shift our perspective, prioritizing quality of life, as well as environmental and social sustainability.
Through multidisciplinary deep-dives, we have examined the direction of human development and the policies needed to build a credible alternative to the current economic system. Critical theories are numerous and often convincing, but they risk remaining abstract or falling into contradiction.
Because of this, we chose a pragmatic approach: analyzing existing European strategies to redefine what we mean by public value. We asked ourselves some fundamental questions: what is truly socially productive? What should we produce, how much, and in what way? How do we distribute wealth while respecting ecological limits and social justice?
The path we have taken has led us to draft a paper that does not claim to offer definitive solutions.
Instead, it aims to open a space for serious and competent dialogue on European sustainable development strategies — a founding principle of the EU Treaties and a priority objective of its policies — capable of uniting local territories and institutions, theory and practice, economics and ecology.
The ecological transition toward more sustainable and equitable systems is neither a slogan nor a matter solely for “insiders.” It is a profound transformation that affects the organization of labor, production models, social justice, and the quality of democracy.
Consequently, it must also be addressed within local communities, providing opportunities for debate and political inclusion to broad segments of the citizenry.
TEMI
Ma la strada verso l’integrazione europea non è facile, tante sono ancora le differenze culturali e le divisioni dovute al prevalere di interessi strategici nazionali legati, a loro volta, al mutare dei governi in carica. Riteniamo indispensabile, per noi cittadini/e, approfondire normative, politiche e meccanismi di funzionamento dell’Unione europea, conoscere meglio gli approcci e le visioni dei gruppi politici e dei rappresentanti del Parlamento europeo e portare temi e scelte che riguardano le nostre vite il più possibile fuori da ambiti elitari o da addetti ai lavori. Ci chiediamo se e come sarà possibile espandere il federalismo europeo oltre il mercato unico e rendere l´UE un´entità politicamente più coesa ai tavoli di negoziazione internazionale.
Quali sono i nodi critici e le priorità che l’UE dovrà affrontare per portare avanti decisioni comuni su questioni vitali come il futuro modello economico-produttivo, le politiche climatico-ambientali, gli equilibri mondiali, povertà e disuguaglianze sociali, le persone migranti? Come tutelare i valori comuni europei dai continui attacchi sovranisti e dall’instabilità generata dagli interessi nazionali? Con quali strumenti e in quali luoghi cittadini/e europei possono esercitare la propria azione politica sulle istituzioni e migliorare la governance partecipativa, nel rispetto comunque del ruolo centrale della Politica, che – all’interno del processo decisionale – deve sempre poter garantire il pubblico interesse? Come si pone l’Italia rispetto al progetto europeo, quali sono i piani e gli investimenti a medio-lungo termine che dovrebbero resistere al di là dei continui cambi di esecutivo?
Tabella dei Contenuti
01
Transizione ecologica: verso un nuovo modello produttivo-industriale europeo?
Temi un tempo sentiti come distanti dalle società “avanzate” e che oggi, invece, con la pandemia Covid 19, l’attacco russo all’Ucraina, la crisi energetica, toccano da vicino l’Occidente democratico e costringono a rimettere in discussione sia il modello economico-industriale dominante sia le modalità di interazione fra Paesi.
Vivendo problemi comuni, siamo diventati più consapevoli della fragilità e dell’interdipendenza che caratterizzano le nostre società e della necessità della cooperazione… Cio´ nonostante, gli stessi problemi che dovrebbero avvicinarci come popolo europeo rafforzano quelle divisioni che rendono impossibile l’elaborazione di un approccio comune fondato su visioni condivise.
La strategia per la transizione ecologica punta a ridurre l’eccessiva dipendenza estera dell’Unione europea, dalle fonti energetiche alle materie prime “critiche” alle tecnologie, e questo sta portando inevitabilmente a rivedere la politica commerciale e di libero scambio, a modificare rapporti geoeconomici e geopolitici consolidati. Sarà possibile l’autonomia strategica europea, senza determinare ulteriori tensioni geopolitiche tra le potenze già attive sul contesto globale?
Di sicuro, risulta necessario un grande lavoro di concerto nell’ambito di organismi internazionali, come ad esempio la WTO (World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del commercio), per negoziare relazioni commerciali multilaterali che tengano conto delle grandi sfide globali: il cambiamento climatico, la protezione della biodiversità, i diritti umani. A tal proposito, la Commissione Europea ha presentato il 22 giugno 2022 un nuovo approccio agli accordi commerciali per rendere gli scambi dell’UE più verdi, più equi e più sostenibili, affinché la crescita economica vada di pari passo con la tutela dei diritti umani, il lavoro dignitoso, il clima e ambiente. L’approccio si basa sulle norme internazionali del lavoro e dell’ambiente e richiede strutture e processi trasparenti, cooperazione tra i partner e coinvolgimento della società civile.
Parecchie sono le criticità da affrontare legate alla transizione ecologica, come ad esempio le conseguenze sul piano lavorativo e sociale della riconversione di settori ad alto impatto (vedi, a tal fine, nel quadro della politica di coesione, lo strumento finanziario europeo “Just Transition” a supporto di territori e comunità) o l’urgenza dell’applicazione severa della normativa “Due Diligence” in filiere strategiche per l’innovazione tecnologica e digitale per contrastare abusi e violazioni di diritti umani (come ad es. le miniere di cobalto). Anche l’economia circolare, vero pilastro della transizione ecologica, sarà poco efficace se non si comincerà a riflettere su una politica condivisa in merito all’uso oculato delle risorse naturali e alla generazione a monte dei rifiuti. Ma qui si richiede alla politica di porsi ad un livello praticamente “rivoluzionario”: la messa in discussione di un vero e proprio tabù, ovvero crescita e profitto illimitati che provocano danni al pianeta e aumento esponenziale delle diseguaglianze. Lo stiamo ancora una volta sperimentando sulla nostra pelle, con gli extraprofitti immotivati e fuori controllo da parte di grandi organizzazioni private e pubbliche, e con la frammentazione degli interessi strategici nazionali (uno fra i tanti esempi: l’accordo individuale tra Germania e Commissione UE sull’uso futuro dei biocarburanti che consentirà di commercializzare gli autoveicoli con motori termici anche dopo il 2035, quando scatterà il divieto di vendere auto a benzina e diesel). La transizione ecologica verso lo sviluppo sostenibile richiede enormi investimenti, non solo di fondi pubblici ma anche di quelli privati. Per questo è importante che la politica dia il senso di dove vogliamo arrivare nel prossimo futuro, dimostrando, da un lato, realismo e capacità di prendersi cura della vita, delle generazioni presenti e future, del pianeta e, dall’altro, la capacità di far percepire alle nostre comunità l’assoluta necessità di implementare tali cambiamenti. Poichè viviamo in ambienti biofisici limitati, è insensato continuare a parlare di crescita e di innovazione tecnologica senza porsi la questione di cosa produrre, con quali risorse e con quali conseguenze per la salute, per l’ambiente, per i diritti umani. C’è bisogno di sperimentare e definire forme di approvvigionamento, lavorazione, distribuzione, utilizzazione, rigenerazione degli stock naturali, insomma un nuovo modello di sviluppo non più tarato sul Prodotto Interno Lordo, strumento che indica la quantità di ricchezza prodotta e non la qualità dei risultati delle scelte economiche e relativi impatti sul ben-essere delle persone. Serve un riaggiustamento della distribuzione del valore generato dall’economia, la quale dovrebbe essere in grado di assicurare quei servizi fondamentali per soddisfare – all’interno dei limiti fisici planetari – i bisogni delle persone, creando posti di lavoro dignitosi, sicuri, eliminando la povertà e la disoccupazione. Ma, soprattutto, andrebbe riequilibrata la globalizzazione, chiedendosi come passare dalla concentrazione delle risorse strategiche nelle mani di pochi Stati ad una ripartizione equa dei beni comuni globali, dall’energia, alle materie prime, ai beni di prima necessità, al lavoro dignitoso come parte integrante dei diritti fondamentali della Persona.
02
Politica monetaria e regole fiscali europee per ridurre le disuguaglianze socio-economiche
Ma queste misure determinano pesanti contraccolpi su mutui, su prestiti a famiglie e imprese, colpendo giovani e fasce deboli. In questi mesi, gli stessi economisti della BCE stanno mettendo in guardia sui giganteschi profitti di multinazionali e grandi aziende che, nel 2022, sono cresciuti a dismisura rispetto alle buste paga. Non avendo un regime fiscale unitario, l’Unione europea dovrà certamente rivedere certi parametri troppo rigidi e ormai inadeguati che caratterizzano l’UEM (Unione Economica e Monetaria), a partire dalle regole del nuovo patto di Stabilità Europeo che entrerà in vigore nel 2024.
E’ infatti in corso un’operazione di riforma, partendo dalla presa d’atto che la riduzione del debito pubblico nazionale, sulla base dei vincoli del 3% del deficit di bilancio e il 60% del rapporto debito/PIL, non può avvenire a scapito degli investimenti necessari per affrontare le sfide del futuro, in particolare quella climatica, energetica e della conoscenza. La ridefinizione delle catene di fornitura a monte del processo produttivo dovrà basarsi non più sul criterio del minor costo in assoluto ma su quello di garanzia di sicurezza e affidabilità.
Se per rendere più efficiente il funzionamento del mercato comune l’UE ha armonizzato diversi aspetti della tassazione dei consumi e della raccolta dei capitali, sul piano della tassazione permangono forti differenze tra paesi, in particolare riguardo quella sui redditi delle società. Alcuni piccoli paesi europei (Olanda, Cipro, Malta, Ungheria, Lussemburgo e Irlanda), definiti dalla Commissione come “fiscalmente aggressivi”, applicano un regime di tassazione estremamente favorevole, che attira gli investimenti delle multinazionali, ma, al tempo stesso, incentiva pratiche scorrette di “transfer pricing” (transazioni all’interno di un gruppo multinazionali a prezzi fittizi) causando grosse perdite di basi imponibili per altri paesi. È quindi necessario un sistema di regole che renda più omogenea la legislazione fiscale in modo da non distorcere l’allocazione delle risorse all’interno dell’Unione. Nel 2019 è entrata in vigore la direttiva contro l’elusione con l’obiettivo di armonizzare la base imponibile della tassazione delle società, aumentare il coordinamento a livello europeo e incrementare la trasparenza informativa.
La Direttiva è stata implementata a livello nazionale da ogni Stato attraverso le proprie leggi, ma in alcuni paesi ha raggiunto risultati modesti. Un mercato delle dimensioni di quello europeo non può esistere senza politiche fiscali, sociali e industriali comuni: le distorsioni e la mancanza di regole comuni hanno impattato drammaticamente sui rapporti di forza non solo fra capitale e lavoro, a favore del primo, ma anche all’interno del lavoro stesso, provocando una concentrazione di potere e di reddito nelle mani dei più ricchi. In termini economici, le disuguaglianze pongono non solo un problema di equità, ma anche di efficienza. Infatti, tendono ad essere soprattutto espressione di processi globali che, con i grandi flussi internazionali di capitali, beni, lavoratori e conoscenza, l’espansione della finanza, i sistemi di produzione internazionale delle multinazionali, abbassano fortemente i salari condizionati dai bassi livelli dei paesi emergenti. La capacità delle politiche nazionali di affrontare questi cambiamenti è fortemente diminuita, mentre la finanza è diventata una forza dominante nella maggior parte delle economie che ridefinisce la dinamica della distribuzione di reddito e ricchezza. La riforma strutturale del sistema finanziario globale, attraverso organizzazione internazionali come l’ONU, è urgente: ogni anno quasi 500 miliardi di dollari finiscono nei paradisi fiscali, sottratti alle casse dei Paesi. Oltre mille miliardi sono i profitti trasferiti e accumulati dalle multinazionali per via di società fittizie o domiciliazioni di facciata. Gli impatti dell’evasione fiscale internazionale delle imprese danneggiano tutti i Paesi e conseguenze sono particolarmente devastanti per i Paesi a basso reddito.
Per fermare la corsa al ribasso che delocalizzazione e concorrenza internazionale sleale stanno generando sui diritti del lavoro e la tutela dell’ambiente, l’UE ha messo in campo il meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Border adjustment mechanism) contro la concorrenza sleale. Mentre, a livello di fiscalità, è stato raggiunto un accordo per applicare una minimum tax, un’aliquota fiscale minima effettiva per le multinazionali e i grandi gruppi nazionali europee, con entrate finanziarie superiori a 750 milioni di euro all’anno.
Tuttavia, per ridurre i divari è necessario affiancare alle politiche redistributive (come la fiscalità progressiva e le imposte di successione per riequilibrare i lasciti ereditari) anche misure pre-distributive che possano intervenire a monte sulle enormi disparità esistenti tra i redditi da lavoro e rendite legate ai redditi da capitale (ad es. garantire a tutti un’adeguata dotazione di capitale umano e di pari opportunità di partenza attraverso, in primis, l’istruzione) e politiche del lavoro volte a rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori come minimi salariali e riduzione delle forme contrattuali che alimentano il precariato.
Della necessità di una maggiore integrazione monetaria regionale e di una riforma del sistema di tassazione, ne stanno parlando oggi diversi Paesi a guida progressista dell’America Latina.
03
Politica estera e di sicurezza comune dell’UE: multilateralismo, Nazioni Unite e guerre in corso
Le sfide del XXI secolo richiedono più governance multilaterale e più cooperazione internazionale basata su norme e regole. L’UE ha definito priorità strategiche chiare su questioni che nessun paese può affrontare da solo: pace e sicurezza, diritti umani e stato di diritto, sviluppo sostenibile, salute pubblica, clima. L’ONU resta al centro del sistema multilaterale. E’ ormai evidente, tuttavia, il declino del multilateralismo quale principio organizzativo del sistema internazionale, dal momento che gli equilibri di potere sono cambiati e le sfide non sono più le stesse. Riteniamo indispensabile ripensare il sistema Nazioni Unite come perno di ordine internazionale, ma adattato ai contesti geopolitici odierni che sono ben lontani da quelli della fine della seconda guerra mondiale.
L’UE lavora a stretto contatto con vari soggetti internazionali, quali l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici, l’Organizzazione mondiale del commercio, il Consiglio d’Europa, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico.
Andrebbero rafforzati, tuttavia, anche gli accordi di cooperazione in corso con altri raggruppamenti regionali e multinazionali quali l’Unione africana, l’Organizzazione degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico o la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici.
Come dichiara la Commissione europea, “La forza normativa democratica dell’UE è uno dei mezzi per concorrere a costruire un mondo migliore, mentre le strutture di sicurezza e difesa di cui l’Unione dispone contribuiscono agli sforzi globali volti a mantenere, sostenere e costruire la pace e la sicurezza internazionali”. Noi ci vogliamo credere, ma cosa dire di fronte alle tante, troppe guerre che stanno falcidiando popoli e generazioni? Secondo quanto riportato dall’organizzazione non convenzionale Armed conflict location & event data project (Acled), al momento si conta circa una sessantina di guerre nel mondo, da quelle principali o maggiori, in cui perdono la vita oltre 10.000 persone l’anno, come in Afghanistan, Myanmar, Yemen, Tigray in Etiopia e Ucraina, a quelle locali, di cui si conoscono meno dati, localizzate principalmente in Africa (ad es. le guerre civili condotte da bande armate in Nigeria, Congo, Etiopia, Somalia, Burkina Faso, Sudan), in Asia (Iraq e Siria), Sud America (le FARC in Colombia), centro America (la guerra della droga in Messico). Serve un cambiamento profondo nelle relazioni internazionali, porre in atto scelte e politiche che ci rendano concretamente operatori e costruttori di pace, partendo dal basso, da percorsi di partecipazione e cittadinanza attiva sui territori fino a proposte di riforma complesse come l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo con l’obiettivo di qualificare l’Ue come attore di pace nelle controversie internazionali (2018, “Patto sulla dimensione civile della politica di sicurezza e difesa comune”) che agisca per prevenire i conflitti, facilitare il dialogo e mediare fra le parti, assistere nei negoziati, garantire e monitorare gli accordi sottoscritti, aiutare a ricostruire e riabilitare le zone colpite durante il periodo post-bellico.
04
Fenomeni migratori, diritto d’asilo, cooperazione allo sviluppo
Come riportato da Amnesty International, nel 2020 oltre 80 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalla propria casa a causa di una guerra, di una persecuzione o di una situazione di miseria insostenibile. Il 40% di loro erano minorenni. L’86% dei migranti e dei rifugiati ha trovato rifugio nei Paesi più poveri nel Sud del mondo, dove sono spesso costretti a vivere in condizioni disastrose: senza servizi di base, prestazioni sociali e con una minima garanzia di protezione.
L’Europa ne ospita solo il 13%, pari a 12 milioni di persone, 4 dei quali vivono nei campi profughi ai confini della Turchia. La Convenzione di Ginevra dal 1951 sancisce il diritto a lasciare un Paese che perseguita e chiedere protezione in un altro Paese. Accogliere le persone in fuga dalle persecuzioni è un obbligo internazionale. Ma l’attuale politica di esternalizzazione delle frontiere ha ridimensionato notevolmente il diritto di asilo: ai confini tra Grecia e Turchia e nei Balcani, si stanno moltiplicando gli spazi di contenimento che dovrebbero servire ad impedire l’attraversamento delle frontiere da parte dei richiedenti asilo.
Le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e la Commissione Europea hanno più volte affermato che la Libia non può in alcun modo essere considerata un Paese sicuro e dunque le persone che tentano di fuggire non possono essere rimandate in quel Paese. Come chiedono tante organizzazioni della società civile, è indispensabile la revisione degli accordi con il Governo libico relativi al finanziamento per il supporto nella gestione e controllo dei flussi migratori, come pure quelli con la Turchia che sta ricevendo da tempo dall’UE svariati miliardi di euro come pacchetto di assistenza per i rifugiati dal Medio Oriente (soprattutto siriani) con risultati molto discutibili sotto il profilo umanitario.
Senza dimenticare le critiche alla Guardia costiera greca che, nel corso degli anni, è stata accusata di varie irregolarità nelle sue operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina…
E’ urgente l’ evacuazione dei centri di detenzione per migranti, garantendo loro la necessaria assistenza e protezione, e la riapertura dei canali umanitari verso tutti i paesi dell’Unione europea, sotto l’egida della comunità internazionale.
La crisi migratoria ha evidenziato la necessità di riformare le norme europee in materia di asilo e di migrazione, in quanto i richiedenti asilo non sono trattati in modo uniforme in tutta l’UE e anche la percentuale di decisioni positive in materia di asilo varia notevolmente tra i diversi paesi (www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-migration-policy/eu-asylum-reform/). Ma la proposta di riforma del sistema europeo, conosciuta come Patto europeo per la migrazione e l’asilo (EU Pact on Migration and Asylum), mostra già parecchie criticità, in particolare le nuove procedure di frontiera porteranno ad un aumento e una maggiore durata delle detenzioni, compresi i bambini; l’obiettivo principale saranno i rimpatri, rinforzati con maggiori strumenti e minori garanzie con il rischio concreto di nuove scappatoie per ignorare gli obblighi in materia di diritti umani.
In merito alla cooperazione internazionale, va ricordato che essa si fonda sul principio di solidarietà, che non è tanto una questione caritativa, quanto un vero e proprio dovere giuridico, e una scelta etica e politica per creare un mondo più giusto, e quindi, più pacifico e sicuro. Per essere efficace, la cooperazione deve fondarsi sulla reciprocità e, soprattutto, su un’idea ben precisa di sviluppo, che dovrà essere sostenibile, equo, duraturo, non limitato al puro interesse economico. Ciò significa rimettere in discussione le modalità con cui viene portata avanti la cooperazione allo sviluppo e il commercio globale che finora non hanno modificato in alcun modo i rapporti tra Nord e Sud del mondo: il colonialismo economico-finanziario, l’intreccio tra affarismi e corruzione politica locale, la disparità di opportunità economiche, il peso del cambiamento climatico sui paesi non industrializzati… L’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) ha lo scopo di lottare contro la povertà nei Paesi di origine dei flussi migratori, e di promuovere lo sviluppo economico e sociale in quei paesi. Cosa serve? Maggiori risorse; il finanziamento di tanti piccoli programmi di sostegno allo sviluppo rurale e alle comunità locali, al posto di progetti concentrati su mega infrastrutture, accessibili solo a grandi società; rendere pienamente operativi, a livello nazionale, i meccanismi pratici in riferimento alla catena di responsabilità per il monitoraggio delle politiche attuate. Una doppia azione tuttavia e´ necessaria in tal senso. Il fenomeno delle migrazioni climatiche, infatti, sara´ sempre piu´ diffuso in quanto interi paesi sono destinati a scomparire nel giro di una generazione. Al fianco di progetti di cooperazione in loco, l´Europa dovrebbe davvero iniziare a porsi la questione dell´integrazione, poiche´ ondate di milioni di persone raggiungeranno il vecchio continente (e non solo) a causa dell’inabitabilità dei loro Paesi d´origine. In quanto potenza storica coloniale, l´Europa ha il dovere di implementare una politica di accoglienza di integrazione, invece di pensare a metodi di respingimento.
05
Pilastro sociale europeo: parità di genere, pari opportunità, lavoro dignitoso
Il 4 marzo 2021 la Commissione ha adottato il Piano d’azione del pilastro europeo dei diritti, fondato su 3 target da conseguire entro il 2030 (Scopri il piano d’azione europeo):
- Almeno il 78 % della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni dovrebbe avere un lavoro entro il 2030. Per raggiungere l’obiettivo è necessario: dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019; aumentare l’offerta di servizi formali di educazione e cura della prima infanzia (ECEC), contribuendo in tal modo a una migliore conciliazione tra vita professionale e vita privata e favorendo una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro; ridurre il tasso di giovani che non hanno un lavoro né seguono un percorso scolastico o formativo (NEET) di età compresa tra i 15 e i 29 anni.
- Almeno il 60 % di tutti gli adulti dovrebbe partecipare ogni anno ad attività di formazione. Per raggiungere l’obiettivo è necessario: accrescere le competenze digitali di base, ridurre l’abbandono scolastico precoce.
- Il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale dovrebbe essere ridotto di almeno 15 milioni entro il 2030 (di cui almeno 5 milioni dovrebbero essere bambini).
La Commissione lavora per la creazione di condizioni di parità a livello mondiale, in cui i vantaggi competitivi non vadano a scapito dei più vulnerabili. Il Pilastro è, pertanto, uno strumento guida anche per le relazioni bilaterali con i partner esterni (vedi le recenti comunicazioni della Commissione sul multilateralismo e il commercio mondiale). Sollecitando l’impegno degli Stati membri ad applicare gli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO)
su lavoro dignitoso e inclusione sociale e l’attuazione dell’Agenda 2030 nelle relazioni internazionali, la Commissione s’impegna a promuovere il lavoro dignitoso in tutto il mondo, visto che, per numerosi paesi emergenti e in via di sviluppo, la globalizzazione e la crescita economica non si traducono necessariamente in un miglioramento delle condizioni sociali e del rispetto dei diritti umani, né in una riduzione della povertà (Link)
L’approccio globale europeo riguarda le politiche esterne (rafforzare la libertà sindacale, la contrattazione collettiva e la capacità dei sindacati; la salute e la sicurezza sul posto di lavoro; le amministrazioni responsabili per l’occupazione; l’integrazione del lavoro dignitoso negli strumenti di cooperazione per lo sviluppo; una politica di commercio esterno che contribuisca allo sviluppo sostenibile), la governance internazionale, la responsabilità sociale delle imprese.
Purtroppo, il rapporto “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo. Il valore dei lavori essenziali ” dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sottolinea quanto le economie e le società dipendano dai lavoratori essenziali e quanto questi siano sottovalutati. Le cattive condizioni di lavoro aggravano il turnover del personale e la carenza di manodopera, mettendo a rischio l’erogazione dei servizi di base. Per costruire la resilienza capace di fronteggiare crisi economiche e sociali, è necessario migliorare le condizioni di lavoro e investire maggiormente nei sistemi alimentari, nell’assistenza sanitaria e in altri settori chiave. In tutto il mondo, il 29 % dei lavoratori essenziali è non adeguatamente retribuito (si intende una retribuzione inferiore ai due terzi del salario orario mediano). In media, i lavoratori essenziali guadagnano il 26 % in meno rispetto agli altri lavoratori, in particolare nel settore alimentare. Questi settori impiegano un’ampia quota di lavoratori migranti, soprattutto nei paesi ad alto reddito. Quasi un lavoratore essenziale su tre ha un contratto temporaneo, sebbene vi siano notevoli differenze tra paesi e settori. Oltre il 46% per cento dei lavoratori essenziali nei paesi a basso reddito ha orari di lavoro lunghi e quasi il 60% non beneficia di alcuna forma di protezione sociale. Il lavoro dignitoso è un obiettivo per tutti i lavoratori, ma è particolarmente critico per i lavoratori essenziali, che forniscono beni e servizi di vitale importanza sia nei momenti positivi che in quelli di crisi. La mancanza di investimenti, soprattutto nei sistemi sanitari e alimentari, contribuisce alle carenze del lavoro dignitoso e mina la giustizia sociale e la resilienza economica.
Alla luce del sostanziale fallimento dell’approccio tradizionale fondato su misure volontarie e di autoregolamentazione aziendale, vogliamo sottolineare l’importanza della proposta di Direttiva sulla Due Diligence delle imprese in materia di sostenibilità, adottata dalla Commissione europea a febbraio 2022, che prevede l’obbligo per le imprese di individuare i rischi e, se necessario, evitare, far cessare o attenuare gli effetti negativi delle loro attività sui diritti umani, come il lavoro minorile e lo sfruttamento dei lavoratori, e sull’ambiente, ad esempio l’inquinamento e la perdita di biodiversità. La proposta si applica alle operazioni delle società stesse, alle loro controllate e alle loro catene del valore (rapporti commerciali diretti e indiretti consolidati). Alcune criticità della proposta: – ambito di applicazione limitato a aziende di grandi dimensioni e elevato fatturato (sappiamo che questi non possono costituire degli indicatori affidabili circa gli impatti negativi che un’impresa può originare sulla sua catena del valore, tant’è che tale limitazione è assente tanto nei Principi Guida quanto nelle Linee Guida OCSE che si applicano, sia pure secondo criteri di proporzionalità, a tutte le imprese); – con riguardo alle situazioni ad elevato rischio di violazioni dei diritti umani, assenza di riferimenti alle aree affette da conflitto; – l’impiego della nozione di “rapporto d’affari consolidato” rischia di tagliare fuori dall’ambito di applicazione gli impatti negativi derivanti da relazioni d’affari non durature ma comunque caratterizzate da impatti gravi e severi sui diritti umani o l’ambiente; – mancanza di un titolo giurisdizionale ad hoc per le azioni di risarcimento del danno delle vittime di violazioni dei diritti umani compiuti in Stati terzi da parte di imprese europee.
La strategia dell’UE per la parità di genere 2020-2025 (commission.europa.eu/strategy-and-policy/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/gender-equality-strategy_it) intende compiere progressi significativi entro il 2025 verso un’Europa garante della parità di genere: “…la meta è un’Unione in cui le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi, in tutta la loro diversità, siano liberi di perseguire le loro scelte di vita, abbiano pari opportunità di realizzarsi e possano, in ugual misura, partecipare e guidare la nostra società europea. Gli obiettivi principali sono porre fine alla violenza di genere; combattere gli stereotipi di genere; colmare il divario di genere nel mercato del lavoro; raggiungere la parità nella partecipazione ai diversi settori economici; far fronte al problema del divario retributivo e pensionistico fra uomini e donne; colmare il divario e conseguire l’equilibrio di genere nel processo decisionale e nella politica. La strategia persegue il duplice approccio dell’inserimento della dimensione di genere in tutte le politiche, combinato con interventi mirati, la cui attuazione si basa sul principio trasversale dell’intersettorialità. Seppur incentrata su azioni condotte all’interno dell’UE, la strategia è coerente con la politica estera dell’UE in materia di pari opportunità e di emancipazione femminile …”. Tra i primi risultati della strategia ci sono la proposta di misure vincolanti per la trasparenza retributiva, una nuova proposta di direttiva per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica attraverso norme minime mirate sui diritti delle vittime di questi reati, la direttiva sull’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione, una campagna per combattere gli stereotipi di genere.
Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga. Secondo i dati di Openpolis (www.openpolis.it/esercizi/femminicidio), nel 2018 una donna europea ogni 100mila è stata uccisa. I tassi di omicidi femminili più elevati si rilevano in alcuni paesi dell’Europa orientale e meridionale, tra cui due delle repubbliche baltiche, Lettonia e Lituania. A Maggio 2023 il Parlamento europeo ha ratificato l’adesione dell’Ue alla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica che stabilisce gli standard minimi per i governi europei per la prevenzione, protezione e condanna di quei reati.
Fondamentale è anche il riconoscimento del contributo che donne e giovani possono dare nei processi di costruzione della pace. La Risoluzione ONU “Donne, Pace e Sicurezza” (1325/ 2000) è la prima in assoluto che menziona esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne ed il contributo delle stesse nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Quattro sono gli obiettivi che la UNSCR 1325 fissa: riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti; prevedere una maggiore partecipazione nei processi di mantenimento della pace e della sicurezza nazionale; adottare una “prospettiva di genere”; formare il personale sui diritti delle donne. La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite «Giovani, Pace e Sicurezza» (2250/2015) riconosce il ruolo dei giovani nel Peacebuilding.
06
Scuola, formazione e futuro
Gli Stati membri dell’Unione europea organizzano i loro sistemi di istruzione e formazione seguendo raccomandazioni europee comuni, ma non vincolanti in quanto il portfolio rimane di responsabilita´ primaria degli Stati Membri.
Per realizzare lo spazio europeo dell’istruzione, è stata definita una serie di temi prioritari, tra cui valorizzare a garantire uno sviluppo professionale di alta qualità a insegnanti, formatori, dirigenti scolastici; promuovere l’istruzione legata alla sostenibilità e al digitale; rafforzare la collaborazione internazionale (education.ec.europa.eu/it/focus-topics). Per promuovere, inoltre, coesione sociale, cittadinanza attiva, equità, si sostiene l’insegnamento e l’apprendimento delle lingue, incoraggiando la mobilità degli studenti, degli insegnanti e dei giovani e favorendo lo scambio di informazioni e di esperienze. Da tempo è in corso, a livello europeo, una profonda discussione sul tema delle competenze che gli individui devono acquisire per garantirsi il pieno sviluppo, con Implicazioni a cascata che investono i temi della formazione, dell’istruzione e dell’orientamento al lavoro e al benessere sociale.
Nella Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (con l’ Allegato Quadro di riferimento europeo), approvata dal Parlamento Europeo il 22 maggio del 2018, si indicano 8 competenze chiave europee, che gli Stati Membri sono chiamati a recepire. La Competenza viene definita come “ un insieme di conoscenze, abilità e atteggiamenti”, mentre le competenze chiave sono “quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, l’occupabilità, l’inclusione sociale, uno stile di vita sostenibile, una vita fruttuosa in società pacifiche, una gestione della vita attenta alla salute e la cittadinanza attiva. Esse si sviluppano in una prospettiva di apprendimento permanente, dalla prima infanzia a tutta la vita adulta, mediante l’apprendimento formale, non formale e informale in tutti i contesti, compresi la famiglia, la scuola, il luogo di lavoro, il vicinato e altre comunità».
Ecco le 8 competenze chiave: competenza alfabetica funzionale, competenza multilinguistica; competenza matematica e competenza di base in scienze e tecnologie; competenza digitale; competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; competenza sociale e civica in materia di cittadinanza; competenza imprenditoriale; competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali. Nella Raccomandazione, inoltre, vengono riassunte in un’unica matrice le competenze trasversali (cioè le capacità che permettono al cittadino di agire consapevolmente in un contesto sociale profondamente complesso e di affrontare le sfide poste da modelli organizzativi sempre più digitalizzati e interconnessi), secondo quattro aree semantiche:
- La competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare si riferisce alla capacità di gestire il proprio apprendimento, di condurre una vita sana dal punto di vista fisico e mentale, per creare le condizioni adatte a lavorare bene in gruppo, agire in situazioni di complessità e gestire le dinamiche interpersonali in un’ottica inclusiva e costruttiva.
- La competenza in materia di cittadinanza, ovvero quelle capacità che consentono di partecipare alla vita civica grazie a una comprensione delle diverse strutture e regole che articolano la società, con una particolare attenzione verso il tema della sostenibilità.
- La competenza imprenditoriale consiste invece nella capacità di pensare, gestire e sviluppare progetti che apportano valore sociale, culturale o economico e che rappresentano quindi un’opportunità per il benessere della società.
- La competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturale, infine, implica la comprensione e il rispetto di idee e significati espressi e comunicati in maniera differente da contesti sociali diversi, attraverso varie forme culturali, creative e artistiche. Questo implica una comprensione del proprio ruolo all’interno della società e un impegno ad esprimere il senso della proprio funzione.
Nel contesto del Consiglio Europeo del 9 febbraio 2023, i capi di Stato e di governo dell’UE hanno chiesto di intraprendere un’azione più coraggiosa per sviluppare ulteriormente le competenze necessarie per le transizioni verde e digitale attraverso l’istruzione, la formazione, il miglioramento del livello delle competenze e la riqualificazione. La carenza di manodopera in settori considerati fondamentali per la transizione verde è raddoppiata tra il 2015 e il 2021, mentre aumenta la domanda per le competenze tecniche della transizione verde. Secondo Eurydice, la rete europea che analizza e coordina il funzionamento dei sistemi scolastici nazionali, in Europa esistono tre principali modelli organizzativi di istruzione primaria e secondaria: a struttura unica, con un percorso comune di tipo generale per l’intera durata dell’ istruzione obbligatoria (in paesi scandinavi e buona parte di quelli balcanici, oltre a Danimarca, Estonia e Polonia); curricolo comune di base, con la distinzione tra istruzione primaria e istruzione secondaria inferiore avente lo stesso percorso comune di base di tipo generale (in buona parte dei paesi dell’Europa occidentale e meridionale, tra cui Italia, Spagna, Francia, Irlanda, Romania, Grecia e Turchia); Istruzione secondaria inferiore differenziata, con percorsi distinti o tipologie specifiche (in Germania, Svizzera, Austria, parte del Belgio e Lituania). Cosa rende un sistema educativo migliore di un altro? La risposta è affermativa se per scuola migliore intendiamo sostanzialmente equa e inclusiva. I dati a disposizione indicano che il divario tra studenti con rendimento elevato e scarso (indicatore di inclusione) e l’impatto del contesto socioeconomico sui risultati degli studenti (indicatore di equità) variano ampiamente in Europa, specialmente nell’istruzione secondaria. Diversi fattori influiscono sull’inclusività e sull’equità dei sistemi scolastici: la varietà nella scelta delle scuole secondarie inferiori, ad esempio, può incrementare le disuguaglianze e causare una segregazione educativa, soprattutto in presenza di criteri di ammissione; tra l’altro, ci possono essere conseguenze negative anche in quei sistemi educativi che richiedono un precoce indirizzamento a particolari percorsi, in quanto viene rafforzato il legame tra il background socio economico e i risultati scolastici. A influenzare equità e inclusività dei sistemi scolastici sono anche il tipo di finanziamento e il grado di autonomia delle scuole, o le bocciature. D’altro canto, vi sono alcune pratiche che possono migliorare l’equità del sistema scolastico, come ad esempio le misure a sostegno di persone svantaggiate (anche se, attualmente, solo un quarto dei sistemi educativi europei lo fa), e il supporto mirato alle scuole svantaggiate incoraggiando buoni insegnanti a lavorare in queste scuole. Anche l’organizzazione del corpo docente costituisce un fattore decisivo: avere docenti specializzati/e nell’aiutare gli alunni in difficoltà, infatti, riduce la segregazione educativa. Tra i sistemi educativi europei più virtuosi in termini di efficacia e inclusività ci sono quelli di Irlanda, Estonia, Lettonia, Danimarca e Finlandia; paesi che, tranne l’Irlanda, hanno un’organizzazione a struttura unica che unifica elementari e medie in un unico ciclo. La scuola primaria italiana risulta tra le più eque, ed è in linea con altri paesi (es. Spagna, Lituania e Repubblica Ceca) quanto a inclusione, anche se la situazione peggiora nella scuola secondaria, secondo i dati PISA. Questa situazione si riflette sulle prospettive per il futuro: tra coloro che provengono da un contesto di origine svantaggiato ma hanno un alto rendimento, solo 6 su 10 si aspettano di conseguire un titolo oltre il diploma, con ripercussioni sulle aspettative di carriera e sugli stereotipi di genere. Ricevere un’educazione equa, inclusiva e di qualità è l’occasione, per alcuni l’unica e la più importante, di affrancarsi da una situazione di partenza svantaggiata per povertà economica, culturale, e perfino affettiva. Grazie alla scuola bambini e bambine senza risorse possono scoprire e coltivare punti di forza, passioni e attitudini, e sviluppare competenze di alto livello. E’ necessario fare investimenti nella scuola partendo dai cicli primari (e anche nidi e scuole dell’infanzia): ad esempio il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha inserito voci di spesa solo per la scuola primaria e secondaria di primo grado, tra cui ad esempio l’estensione del tempo pieno e delle mense, il potenziamento delle infrastrutture per lo sport a scuola e la riforma del sistema di orientamento. Investimenti importanti, ma ricordiamoci che le disuguaglianze si contrastano a partire dai primi cicli di scuola perché è dalla base che si costruiscono i cicli futuri!
Sono tanti i nodi da affrontare in termini di sistema scolastico: dalla definizione degli obiettivi generali, alla qualità del corpo docente, al fenomeno della dispersione scolastica.
La scuola dovrebbe servire per attivare il pensiero critico e la creatività, per far scoprire i propri talenti e passioni, per aiutare a diventare (e pensarsi) persone libere di scegliere fra varie opportunità, per educare al rispetto e al confronto. C’è bisogno di un sapere multidisciplinare, fondato sulla tradizione umanistico-scientifica che alleni il pensiero e accenda la passione per la ricerca; e anche multiculturale, aperto, dialogante, che dia gli strumenti per intraprendere la ricerca del senso della propria vita e del significato della realtà aprendo gli occhi sul mondo. Serve un’educazione alla bellezza, che è l’esperienza che più coinvolge l’essere umano nella sua interezza (dimensione sensibile, razionale e spirituale), che crea il nesso tra il corpo e la mente. Certamente non si può ignorare il mondo del lavoro che oggi richiede l’apprendimento delle nuove tecnologie, di concetti dell’ economia, delle soft skills. Tuttavia, è assurdo pensare di basare la scelta delle materie da insegnare a scuola sulle richieste delle grandi aziende, sia perché formare persone – specie in materie specialistiche – richiede anni mentre le esigenze del mercato cambiano rapidamente, sia perché, in questo modo, si appiattisce sul presente la capacità e il desiderio delle nuove generazioni di immaginare il futuro. Lasciamo che la formazione specialistica e più dinamica sia affidata alle aziende, con misure ed agevolazioni ad hoc, e concentriamoci invece su esigenze più importanti, come un mercato del lavoro ben funzionante e contratti di lavoro dignitosi. Come evidenzia il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, “Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2022”, la pandemia ha moltiplicato le difficoltà che i giovani (di età compresa tra i 15 e i 24 anni) affrontano nel mercato del lavoro. Dall’inizio del 2020, i giovani hanno subito una perdita occupazionale di gran lunga più elevata rispetto agli adulti, con un aumento della percentuale di NEET, i giovani che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano. Secondo le stime, il numero totale di giovani disoccupati a livello globale raggiungerà i 73 milioni. Le giovani donne hanno pagato il prezzo più alto, registrando un tasso di partecipazione alle forze lavoro ancora più basso di quello delle loro controparti maschili. L’andamento della disoccupazione giovanile è inoltre differente nei paesi a basso e medio reddito e nei paesi a reddito elevato. Secondo il Rapporto, l’adozione di misure di politica nell’ambito dell’economia verde, digitale e di cura creerebbe 139 milioni di posti di lavoro aggiuntivi per i lavoratori di tutte le età, di cui 32 milioni sarebbero destinati ai giovani. Gli investimenti in questi settori devono essere accompagnati dalla promozione di condizioni di lavoro dignitose per i giovani. Ciò include la garanzia dei diritti fondamentali del lavoro, tra cui la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva, la parità di retribuzione per un lavoro di egual valore e la libertà dalla violenza e molestie nel mondo del lavoro.
Tra le priorità, c’è sicuramente il fenomeno della dispersione scolastica. In Italia, secondo i più recenti dati Istat, 2021, circa 1 milione 382mila bambini vivono in povertà assoluta e altri 2,2 milioni vivono in uno stato di povertà relativa. La povertà materiale si accompagna spesso ed è preceduta dalla povertà educativa che, solitamente, ricade dalle famiglie ricade sui figli. Nel PNRR è previsto il capitolo “Azioni di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica” che dovrebbe riguardare circa 3200 istituti scolastici su 4 linee di intervento: percorsi di mentoring e orientamento; percorsi per il potenziamento delle competenze di base; percorsi per il coinvolgimento delle famiglie; percorsi formativi e laboratoriali co-curricolari. I progetti possono essere realizzati con la promozione di attività di co-progettazione e cooperazione fra la scuola e la comunità locale, valorizzando la sinergia con le risorse territoriali sia istituzionali che del volontariato e del terzo settore, per migliorare l’inclusione e l’accesso al diritto allo studio a tutti.
Per quanto riguarda gli insegnanti, si riconosce universalmente agli insegnanti il loro ruolo cruciale che si evolve con l’insorgere di nuove esigenze, aspettative e responsabilità, tuttavia dall’altra si assiste anche, da tempo, a una crisi professionale piuttosto importante, che vede sistemi scolastici sempre più in difficoltà nel reclutare docenti motivati e competenti. Nella maggioranza dei paesi europei, la professione docente attrae, infatti, sempre meno giovani e ne perde altri già formati per diventare insegnanti. Lo studio comparativo a livello europeo di Eurydice, “ Teachers in Europe: Careers, Development and Well-being”, che ha come focus gli insegnanti della scuola secondaria inferiore, ha individuato le aree chiave a cui rivolgere l’attenzione da parte della politica: crisi vocazionale e politiche legate all’attrattività della professione, formazione iniziale, sviluppo professionale continuo, condizioni di servizio, criteri di valutazione, prospettive di carriera e benessere.
07
I luoghi per le iniziative di cittadinanza
Tra le priorità della strategia europea Green Deal va menzionato l’obiettivo 6, “Un nuovo slancio per la democrazia europea”: «…i cittadini europei hanno bisogno di un ruolo più incisivo nel processo decisionale e di un ruolo più attivo nella definizione delle nostre priorità…». La Commissione europea dichiara che “..le democrazie hanno bisogno di essere rielaborate e rinnovate ogni giorno, e per questo i cittadini devono avere la possibilità di esprimersi”.
Sul sito della Commissione Europea esiste un’area interamente dedicata alla partecipazione dei cittadini intitolata “Contribuire al processo legislativo”, che prevede due strade per partecipare: la prima riguarda la definizione delle politiche o il loro miglioramento; la seconda invece offre la possibilità di suggerire miglioramenti e semplificazioni in generale anche su leggi e direttive già in essere con lo scopo di ridurre gli oneri che queste possono comportare. Le associazioni, le organizzazioni e coloro che agiscono per influire sui processi decisionali della Commissione a livello professionale devono preventivamente registrarsi sul “Registro per la Trasparenza” per poter poi inviare i loro commenti (commission.europa.eu/law/contribute-law-making_it).
Esiste poi l’iniziativa dei cittadini europei (ICE), una delle principali innovazioni della democrazia partecipativa a livello dell’UE negli ultimi anni, che consente a un gruppo di cittadini europei di porre una questione all’ordine del giorno legislativo dell’UE. Perché un’iniziativa possa essere esaminata dalla Commissione occorre raccogliere 1 milione di firme in tutta l’Unione europea (commission.europa.eu/about-european-commission/get-involved/european-citizens-initiative_it)
La Rete europea dei difensori civici è un altro esempio di democrazia partecipativa, destinata ai difensori civici e agli organi analoghi affinché si scambino informazioni sul diritto e sulla politica dell’Unione e condividano le migliori pratiche.
Tra gli esperimenti di democrazia deliberativa, che possono integrare i sistemi rappresentativi sempre più in crisi, segnaliamo il bilancio partecipativo: ad es. l’International budget partnership, una rete della società civile che coinvolge oltre 150 Paesi (per l’Italia partecipa la campagna Sbilanciamoci) e sviluppa periodicamente i cosiddetti “Citizens budgets” per coinvolgere le comunità nella formazione delle leggi finanziarie. Interessante è anche il Dibattito pubblico, introdotto in Italia nel 2018 in riferimento alle grandi opere infrastrutturali. L’uso dello strumento è stato poi ampliato ed è stato utilizzato, per esempio, per discutere lo studio di fattibilità tecnica ed economica relativa al nuovo stadio di Milano.
Benvenga, poi, l’azione di rigenerazione e attivazione di spazi informali dedicata alla cultura e alla creatività, che possano rispondere con modalità nuove ai bisogni culturali delle comunità locali, svolgendo al tempo stesso un’importante funzione di catalizzatori di relazioni, diventando importanti luoghi di ritrovo e di scambio di idee.
“…La democrazia partecipativa non può essere un processo dall’alto verso il basso. L’attuale approccio spesso comporta che politici e istituzioni democratiche cerchino di controllare e centralizzare la partecipazione dei cittadini e di definire le modalità della democrazia partecipativa. Nell’attuale clima di disincanto nei confronti dei politici e delle istituzioni pubbliche, questo approccio non può funzionare…Quando i cittadini si mobilitano e cercano di impegnarsi nel processo democratico, le istituzioni democratiche devono trovare il modo di rispondere..” (www.ombudsman.europa.eu/webpub/eno-newsletter/2019/1/it/chapter1.html#chapter1_1)
08
Un’ “idea” di Italia
Sono tantissimi i temi che ci interessano. Tra questi:
- La situazione del mercato del lavoro, sempre più drammatica, con un forte disallineamento tra domanda e offerta che richiede un’urgente riforma dei centri pubblici per l’impiego e con un livello retributivo medio non competitivo (l’Italia risulta l’unico paese con salari stagnanti rispetto alla media UE);
- Numerose le priorità ambientali, dalla politica energetica improntata sulle rinnovabili (ruolo dell’Italia nell’hub energetico del Mediterraneo), al dissesto idrogeologico, dai siti inquinati all’ economia circolare, fino alle infrastrutture sostenibili;
- legalità e contrasto alle mafie;
- persone migranti, rifugiati, richiedenti asilo e politiche per l’accoglienza;
- violenza sulle donne: in base al secondo Rapporto delle organizzazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia, il nostro paese è ancora lontano dalla piena e corretta applicazione. Tra le principali criticità: la sostanziale inattuazione del Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2021-2023, adottato il 17 novembre 2021; l’esclusione di azioni di prevenzione e lotta alla violenza sulle donne dalle strategie nazionali per la Parità di Genere 2021-2026 e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR); la violenza su donne portatrici di disabilità; la situazione delle donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate;
- ruolo dei servizi sociali nel contrasto alla povertà e marginalità.