Le correnti progressista, riformista e liberal tra passato e futuro, di Francesco Bedeschi
Tutte queste correnti dell’area politica democratica si richiamano ai principi fondamentali legati alla tutela dei diritti individuali, alla promozione della partecipazione civica e al perseguimento del bene comune. Tuttavia, l’interpretazione e l’applicazione di questi principi possono variare notevolmente all’interno delle diverse formazioni dell’area politica democratica.
Le differenze possono emergere soprattutto in relazione al rapporto tra diritti individuali e doveri o scopi collettivi. Alcuni sottolineano l’importanza dei doveri e degli obblighi che ogni individuo ha nei confronti della società, sostenendo che il benessere collettivo debba essere prioritario rispetto alla tutela esclusiva dei diritti individuali. Al contrario, altri possono enfatizzare la centralità dei diritti individuali, argomentando come si debba garantire la massima libertà possibile agli individui, limitando l’intervento dello Stato nei loro affari personali. Inoltre, le divergenze all’interno dell’area politica democratica possono riguardare il bilanciamento tra libertà e uguaglianza. Mentre alcuni ritengono che la promozione dell’uguaglianza sociale e economica richieda interventi attivi dello Stato per ridurre le disuguaglianze e garantire opportunità paritarie per tutti i cittadini, altri possono essere più propensi a sottolineare la libertà individuale e la responsabilità personale, preoccupandosi che un’eccessiva interferenza statale possa limitare l’iniziativa individuale e l’innovazione.
Infine, le divergenze riguardano anche il modello socio-economico di riferimento e il rapporto tra Stato e mercato. Alcuni possono sostenere un maggiore intervento dello Stato nell’economia per garantire la giustizia sociale e la protezione dei diritti dei lavoratori, mentre altri possono preferire un approccio più liberale, promuovendo la deregolamentazione e la libera iniziativa economica come mezzi per favorire la crescita e l’innovazione.
A questo proposito di recente “riformista” e “progressista” sono tornate ad essere parole molto presenti nel lessico politico riferito all’area democratica: in un articolo del 2021 Alberto De Bernardi spiega che “…sono due termini che nascono nel campo storico della sinistra europea e assumono entrambi il progresso sociale come fine dell’agire politico, in contrapposizione al conservatorismo politico, che intende impedire il raggiungimento di una sempre maggiore giustizia sociale. Il vocabolo “progressista” non dice come si debba realizzare quell’obiettivo, mentre il termine “riformista” individua, prima ancora che una tavola di valori, una strategia politica per raggiungere quel fine. …Fin dalle sue origini nella socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento, il riformismo nasce come “revisionismo” cioè come un ripensamento complessivo dell’intero impianto dottrinario del marxismo giungendo a rifiutare l’antagonismo irriducibile tra socialismo e democrazia, a sostenere la convinzione che il destino del capitalismo non fosse l’impoverimento delle masse e che la rivoluzione non fosse l’esito inevitabile dello sviluppo del capitalismo. In quest’ottica, il socialismo per i riformisti non coincideva più con un modello sociale definito in astratto, né con una meta palingenetica nella quale si risolveva l’intera storia dell’umanità, ma costituiva invece l’esito sempre mobile di un processo costante di evoluzione della società in direzione del benessere collettivo, che poteva essere raggiunto attraverso le riforme, cioè con continui interventi di miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici…”.
Il riformismo, dunque, indica il movimento politico-ideologico formatosi in seno alla tradizione socialista che, in opposizione al rivoluzionarismo come via per uscire dalla società capitalista, proponeva il grande cambiamento “riforma dopo riforma”, mantenendo comunque l’obiettivo comune del “sol dell’avvenire”, di un mondo più giusto, senza classi, la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento. Fu dopo la Seconda guerra mondiale, nel periodo della Guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi, che le socialdemocrazie europee iniziarono a pensare il loro riformismo non come una strategia di superamento del capitalismo ma come una serie di miglioramenti possibili all’interno della cornice economica dominante. Uno scontro tra due posizioni, in quanto c’era chi sosteneva che la strada delle riforme, migliorando le condizioni di esistenza, indebolisse il movimento operaio, lo dividesse e ne compromettesse la volontà di lotta e le aspirazioni, e chi invece teorizzava la progressiva, per quanto lenta e graduale, emancipazione del proletariato, altrimenti condannato dall’immobilismo a soffrire le pene dell’inferno e dello sfruttamento in attesa del paradiso socialista.
Nel corso del ‘900 nelle democrazie occidentali rimase profonda la frattura tra il riformismo e il progressismo; quest’ultimo divenne la visione politica di molti partiti comunisti che ipotizzavano il socialismo come sistema da realizzarsi in un possibile “dopo” con riforme di “struttura” per la fuoriuscita dal modo di produzione capitalistico e attraverso una democrazia “progressiva” fondata su un diverso modello di sviluppo. Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, il riformismo prenderà piede come unica soluzione politica in grado di promuovere i diritti dei ceti più deboli, tuttavia la sovrapposizione con il progressismo non si realizzò pienamente, perché in tutti i Paesi dove avevano operato partiti comunisti o dove all’interno dei partiti laburisti e socialdemocratici vi erano state forti componenti massimaliste, ci fu la nascita di partiti – da Rifondazione comunista alla Linke tedesca, fino al Bloco de Esquerda portoghese – che non si riconobbero nella soluzione riformista diventata maggioritaria, rivendicando un radicalismo politico che si proponeva non tanto di cancellare l’economia di mercato quanto di mantenere un forte controllo pubblico dell’economia.
Oggi entrambe le posizioni sono impegnate a perseguire un cambiamento in senso progressista attraverso il gradualismo dell’azione parlamentare, più o meno combinato al conflitto sociale, ma, come evidenziato nell’ articolo su Jacobin Italia “Il riformismo senza rivoluzione (e senza riforme)”, l’impressione è che la parola «riformismo» sia stata svuotata, ridotta a sinonimo di compromesso, di rinuncia a qualsiasi velleità di cambiamento radicale. «Riformista», dunque, di per sé non vuol dire più nulla se non lo si avvicina a un concetto più definito: si può essere socialisti riformisti, liberali riformisti, cattolici riformisti, ma essere «riformisti» e basta identifica semplicemente una tendenza al cambiamento graduale in quanto tale, senza badare al contenuto e alla direzione di quel cambiamento. Se negli anni Sessanta, anche nei settori moderati, si poteva discutere della radicalità del cambiamento, ma non della sua direzione (sempre progressista a favore del ruolo del “pubblico” e per dare maggiori opportunità alle classi popolari), il cambio di egemonia imposto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta dalla svolta conservatrice di Ronald Reagan e Margaret Thatcher ha fatto piazza pulita dell’idea che la direzione del cambiamento fosse inesorabilmente progressista. Con l’affermazione del nuovo capitalismo finanziario e tecnologico globalizzato vengono messi in discussione i pilastri stessi del riformismo maturati nel grande ciclo espansivo degli anni Cinquanta-Sessanta.
Di fronte alla sfida del neoliberismo comincia a farsi strada un’altra prospettiva, quella cosiddetta liberal (i governi di Tony Blair, di Romano Prodi, di Bill Clinton, di Gerhard Schröder, fino a Macron), che attribuisce alla sinistra il compito di guidare la “rivoluzione” liberale, per liberare i capitalismi nazionali dai vincoli statalisti favorendo la concorrenza e l’integrazione su scala mondiale, nella convinzione che nel mercato si nascondono straordinarie opportunità per l’emancipazione del lavoro e per promuovere l’eguaglianza. E’ la posizione che accomuna le classi dirigenti dei partiti di sinistra moderata e un segmento piuttosto ampio del mondo intellettuale, convinti che la globalizzazione debba essere difesa, più o meno così com’è, perché ha prodotto esiti positivi e che alle dislocazioni da essa indotte nell’occupazione si possa fare fronte con politiche di aggiustamento nazionale, in particolare con politiche di formazione e riconversione dei lavoratori e con interventi per rendere il mercato del lavoro più flessibile (come il cosiddetto Job Act). In questi anni, purtroppo, abbiamo toccato con mano che i benefici in termini di riduzione della povertà indotti dalla globalizzazione senza regole non sono di certo superiori ai costi sociali e ambientali ad essa riconducibili. Sono i fallimenti prodotti dalle democrazie liberiste che, come illustra il filosofo politico Carlo Galli nel libro “Democrazia, ultimo atto?”, dagli anni ’70 si sono sostituite alle democrazie sociali, liquidate come economicamente insostenibili e, a colpi di tagli al welfare e deregulation, soppiantate dal mercato e dalla finanza. Non più lo Stato sociale ma tutt’al più lo Stato regolatore, perché il mercato sa tutto quel che c’è da fare: con il dominio del mercato i cittadini si trasformano in consumatori, la rendita del capitale diventa superiore alla crescita, il Pil va quasi tutto a beneficio dei profitti, non dei salari, i partiti come corpi intermedi scompaiono e si trasformano in comitati elettorali. Con il risultato che un popolo de-socializzato non è più in grado di fornire energie alla politica, solo protesta e passività: i lavoratori smettono di essere anche cittadini e si estraniano dal sistema o, peggio, diventano populisticamente anti-sistema. Nati con la crisi del 2008 come reazione alle misure di austerity e alle élite finanziarie, i populismi di sinistra e di destra si differenziano, in quanto il primo si pone come movimento anti-globalizzazione cercando di mettere assieme nel “popolo” le diverse anime della società civile globale, mentre l’altro, sovranista, indirizza la rabbia, lo scontento, la paura, contro quelli che hanno identità diverse, discrimina in base a “sangue e suolo”.
Il riformismo democratico non riesce ad allargare le sue basi di consenso, non riesce a farsi amare dal “popolo”, né a immaginare e a raffigurare la società futura. La parola stessa “riforma” dagli anni Duemila ha cominciato ad essere utilizzata in una logica aziendalista e spoliticizzata: un governo che «fa le riforme» è un governo efficiente, produttivo, di successo. Quali siano le riforme, e in che direzione vadano, non è in discussione: sono quelle «che ci chiede l’Europa», quelle dettate nei memorandum dell’austerità, cioè tagliare, privatizzare, liberalizzare. Servirebbe un dibattito vero sul riformismo e sui suoi limiti, a partire appunto dall’analisi critica delle esperienze realmente esistenti. L’errore più grande in area democratica è aver gettato il malcontento popolare, del ceto medio compreso, nel calderone dei vari populismi, bollandoli tutti come manifestazioni anti-sistema e anti-politica. Le classi dirigenti democratiche hanno peccato di responsiveness, di capacità di risposta: la democrazia tiene se i governanti – oltre al rispetto delle regole elettorali, degli equilibri istituzionali e del mantenimento di varie forme di pluralismo– rendono conto in modo efficace delle decisioni prese (accountability), rispondendo alle esigenze della comunità politica. Invece è stato ignorato il “populismo democratico”, senza il quale il riformismo diviene elitarismo, ossia la negazione dell’idea stessa democratica che è poi quella di politica “dal basso”, partecipata, aperta, anti-oligarchica, con un programma economico e sociale finalizzato al benessere dei tanti e non dei pochi. Più che di indicatori macroeconomici, c’è bisogno di una politica che sappia percepire e farsi portavoce di un processo reale e realistico di miglioramento delle condizioni di vita delle persone, e che sappia indicare cosa significhi oggi “progresso”. Questo mito sette-ottocentesco, ispirato ai lumi della ragione che dovrebbero allontanare dalla barbarie verso la creazione di comunità libere, prospere e sicure, ci costringe purtroppo a fare conti con le emergenze dei giorni nostri smentendo nei fatti che i nostri figli staranno meglio di noi. Le nuove generazioni, che non conoscono le visioni ideologiche e le grandi utopie del passato, stanno vivendo sulla propria pelle le conseguenze di un “benessere” apparente: degrado della natura e crisi climatica, attacco allo stato-sociale, precarizzazione del lavoro, poteri monopolistici e finanziari che tengono in mano le sorti del mondo, povertà, migrazioni e in tanti popoli del pianeta l’assenza di diritti fondamentali. E, da ultimo, lo spettro della guerra in paesi considerati “civili”.
Chi si propone come parte politica democratica, richiamandosi ai valori dell’uguaglianza, della libertà, della solidarietà, non può rimandare oltre un’azione di autocritica ma anche la costruzione di un progetto ampio, transnazionale, per affrontare le sfide di un mondo globalizzato in cui i margini di intervento dello stato nazionale si sono ridotti. Un programma che chiarisca l’impegno per creare condizioni di pace; il ruolo dello Stato come regolatore del mercato, che dovrà porsi la questione di “cosa, quanto e come produrre” nell’ottica di una transizione ecologica socialmente giusta non più rimandabile; soluzioni concrete per rimuovere disuguaglianze, precarietà e operare per i beni comuni globali; la tutela delle istituzioni democratiche con un ampliamento delle modalità partecipative.