Nazionalismo e sovranismo al giorno d’oggi, di Samuele Tornatore
Al giorno d’oggi, nel dibattito politico e non, sempre più spesso si sente parlare di sovranismi e ritorno al nazionalismo, utilizzando impropriamente i due concetti come sinonimi. Proviamo a fare un po’ di chiarezza terminologica. Con il termine nazionalismo si indica un “insieme delle dottrine e dei movimenti che attribuiscono un ruolo centrale all’idea di nazione e alle identità nazionali”, intendendo la nazione come collettività depositaria dei valori propri di un popolo o di un’etnia, e riconducibili al patrimonio culturale acquisito attraverso uno specifico percorso storico. Le principali manifestazioni sociali di tale concetto si sono avute nella storia come spinte indipendentiste per la creazione degli Stati-nazione laddove vi erano popolazioni oppresse, ma anche come basi per la costruzione di ideologie che promulgavano il concetto di superiorità di una nazione o di un popolo rispetto ad un altro.
La nozione di sovranismo, invece, ha origini ben più recenti e viene considerata un neologismo. Con questo termine si identifica una “posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della
sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato”. Tale idea si sviluppa con una chiara connotazione anti-globalizzazione e in netta contrapposizione con l’idea di possibili istituzioni sovranazionali, in quanto viene messa al centro la sola ed unica sovranità dello Stato. In Europa, il principale nemico dei sovranisti è il sistema di principi, regole e istituzioni che caratterizza l’Unione Europea, sentito come eccessivamente burocratico, favorevole ai “poteri forti” e lontano dai bisogni reali del popolo.
Il sovranismo è diventato il principale strumento di opposizione al progetto europeo da parte di politici provenienti perlopiù dalla destra nazionalista e conservatrice (come Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Viktor Orban), ma anche da sinistra, come Jean Luc Mélenchon, antiglobalista ed euroscettico moderato, a causa del carattere neoliberista della politica economica dell’Unione europea. Il sovranismo, dunque, è da intendersi come una forma di nazionalismo che ha rinunciato a perseguire la strada dell’indipendenza nazionale: visti gli effetti destabilizzanti della Brexit nel 2016 sulla politica e l’economia del Regno Unito, i nazionalisti hanno dovuto prendere atto che la strada dell’indipendenza è irrealistica. Spingono piuttosto per il rafforzamento della logica intergovernativa: non vogliono lasciare l’Ue, bensì trasformarla dall’interno in un’«unione delle nazioni europee», dove ogni governo nazionale può decidere di uscire o di rimanere in una policy europea in maniera discrezionale secondo convenienza.
I sovranisti, in pratica, vorrebbero “rimpatriare” competenze di policy trasferite a Bruxelles: quelli dell’ovest (Le Pen, Salvini) vogliono nazionalizzare le competenze di politica economica e monetaria, staccandosi dalla BCE e ritornando alla situazione pre-Maastricht, in quanto l’euro ha penalizzato le economie dei rispettivi Paesi, come Francia e Italia, favorendo invece gli interessi della Germania. I sovranisti dell’est vogliono rimpatriare le competenze su politiche che hanno implicazioni identitarie, come la politica migratoria, che «minaccia la nostra identità nazionale» (Orban) e si oppongono alla condizionalità giuridica e politica collegata all’assegnazione dei fondi europei. La spinta sovranista è stata prepotentemente rafforzata dai vari allargamenti, in particolare da quello che ha coinvolto, tra il 2004 e il 2007, dieci Paesi dell’Europa dell’est, la cui adesione all’Ue è stata motivata principalmente dalla necessità di rafforzare il proprio Stato nazionale, dopo il lungo dominio sovietico. E’ il caso della stessa Ucraina che sta combattendo per difendere la sovranità nazionale del proprio Paese, con una forte identità nazionalista.
Prendendo l’Italia come esempio nella nostra narrazione su nazionalismo e sovranismo, possiamo meglio capire come l’ideologia sovranista sia dannosa per uno sviluppo democratico ed equo della società. L’Italia si fonda, in base al titolo V della Costituzione, su un’organizzazione multilivello, secondo cui “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione”.
Prendiamo in considerazione un primo scenario, ovvero quello nel quale ogni ente
locale non riconoscesse nessuna legge, se non quella auto proclamata, in base al principio di riconquista della propria sovranità. Ci si troverebbe di fronte ad una situazione in cui la frammentazione territoriale e sociale porterebbe solamente a continui conflitti e divisioni. Ogni territorio si troverebbe a dover ricreare al proprio interno un ordine politico e sociale nuovo e non è scontato che esso rimarchi in tutto
e per tutto un ideale democratico.
Il secondo scenario possibile sarebbe quello, invece, che non vede l’esistenza di enti locali ma di un enorme governo centralizzato, il quale si priverebbe della spinta “gentile” allo sviluppo che la delocalizzazione ci permette di avere. Un’organizzazione estremamente centralizzata si pone ad un’elevata distanza dal cittadino/a – che non verrebbe tutelato/a in base ai propri bisogni specifici – e renderebbe difficoltoso porre l’azione dei politici al giudizio del popolo.
Si può ora trasporre questi due scenari estremi ad un contesto più ampio, come quello europeo, per riscontrare facilmente come l’ideologia sovranista possa essere estremamente dannosa per lo sviluppo della società e degli stati nazione stessi.
Ricordiamo un’Unione come quella dove viviamo oggi ha assicurato il periodo di pace più lungo nella storia nel nostro continente, e ha contribuito a superare difficoltà insormontabili singolarmente dagli Stati membri.
Accanto al nazionalismo politico si sta affiancando un nazionalismo economico, inteso come perseguimento degli interessi economici, strategici e geopolitici delle singole nazioni, che scelgono di agire in maniera autonoma, tramite accordi bilaterali con stati extra europei. Qualche esempio: la Germania di Scholz, nel 2023, con gli aiuti a cittadini e imprese, ha voluto mettere al riparo la propria economia, fortemente dipendente dal gas russo e dall’export cinese. Il presidente francese Macron, da parte sua, ha rilanciato l’idea della Comunità politica europea (Cpe) allargata a 44 paesi, una comunità che aggreghi vari paesi indipendentemente dall’appartenenza alle istituzioni comunitarie. Obiettivo della Cpe sarebbe quello di promuovere relazioni bilaterali intergovernative, per depotenziare la dimensione sovranazionale della Ue a favore della sovranità dei singoli stati. Al G20 di Bali, nel bilaterale con Xi Jinping, la presidente Meloni ha trattato per aumentare le esportazioni italiane in Cina e per una maggiore cooperazione economica tra i due paesi. Inoltre, ha rafforzato le intese per nuove forniture energetiche con vari stati africani.
A rafforzare l’idea di come il tentativo del sovranismo di rendere il nazionalismo endogeno alla cooperazione europea sia estremamente pericoloso e dannoso, si può utilizzare l’argomentazione economica della distruzione creativa, associata all’economista austriaco Joseph Schumpeter, il quale la identificava come il “processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura
economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova”. Lo stesso ragionamento può essere trasferito dal processo di mutazione industriale di Schumpeter a quello di mutazione sociale, politica e burocratica. Il tentativo di riportare la piena sovranità agli Stati nazione è considerato, a mio avviso, come un ostacolo al processo di sviluppo istituzionale e sovranazionale che ha portato al livello di benessere sociale ed economico di cui godiamo attualmente.
Ciò non toglie il fatto che, in un mondo globalizzato e dinamico come quello in cui viviamo oggi, i processi di riforma del progetto europeo debbano essere sempre più accurati e tempestivi in maniera da garantire un’equa tutela e trattamento a favore di tutti i/le cittadini/e degli stati membri, attraverso modalità che puntino al benessere diffuso e all’apertura (redistribuzione, inclusione, cooperazione), non certo guardando indietro a vecchie organizzazioni politiche chiuse e infruttuose.