FOCUS ITALIA – APRILE 2026

Parlare alle persone: il nodo della comunicazione politica progressista

di Francesco Bedeschi

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui spesso si discute di comunicazione politica: si pensa che sia una questione di stile, quasi di marketing. In realtà è qualcosa di molto più profondo. Come osserva lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio, il linguaggio non è solo un mezzo per trasmettere contenuti: definisce ciò che è pensabile e ciò che non lo è.

Per questo il problema non è semplicemente che il centrosinistra “comunica male”. Il punto è che spesso non riesce a costruire un campo semantico riconoscibile, dentro cui le persone possano collocare la propria esperienza. Negli ultimi anni, una parte della destra ha mostrato una grande capacità di selezionare parole-chiave semplici ma dense: sicurezza, patria, merito, identità. Non sono solo slogan: sono cornici interpretative.

Leader come Giorgia Meloni non si limitano a proporre soluzioni, ma offrono una chiave di lettura del mondo. Questo consente loro di orientare il dibattito: una volta accettata la cornice, anche chi contesta finisce spesso per muoversi al suo interno. Qui emerge una difficoltà strutturale del centrosinistra: tende a rispondere nel merito, ma raramente mette in discussione la cornice stessa. Così facendo, si trova spesso in una posizione difensiva.

L’eccesso di razionalità (che non convince)

Un altro nodo riguarda il rapporto tra razionalità ed emozione.

Il linguaggio progressista contemporaneo è spesso informato, preciso, persino sofisticato. Ma proprio per questo rischia di essere cognitivamente esigente e, al tempo stesso, emotivamente neutro. Non è solo un problema di “semplificazione”. È che molte categorie usate come “transizione ecologica” “inclusione” “resilienza”, sono semanticamente deboli per chi non è già dentro il discorso. Non evocano immagini immediate, non attivano esperienze vissute.

Al contrario, parole come “sicurezza” o “lavoro” funzionano perché sono già radicate nella vita quotidiana.

C’è poi un elemento meno discusso, ma decisivo: chi parla e da dove parla. Il problema non è solo linguistico, ma sociale. Quando un messaggio proviene da figure percepite come lontane per condizione economica, culturale o simbolica, anche un contenuto condivisibile può risultare poco credibile. È qui che si inserisce la difficoltà a parlare alle classi popolari. Non perché manchino le proposte, ma perché spesso manca una coerenza percepita tra chi parla e ciò che dice.

In questo senso, la comunicazione non può essere separata dalla rappresentanza reale: senza un radicamento sociale, il linguaggio rischia di suonare artificiale.

Il tempo breve contro il tempo lungo

Un ulteriore elemento critico riguarda il tempo.

Molti temi centrali per il centrosinistra come crisi climatica, disuguaglianze e trasformazioni del lavoro, hanno una dimensione strutturale e di lungo periodo; ma la comunicazione politica contemporanea è dominata dal breve termine: social, cicli mediatici, polemiche quotidiane.

Questo produce uno squilibrio:

da un lato, problemi complessi che richiederebbero narrazioni articolate; dall’altro, formati comunicativi che premiano messaggi immediati e semplificati.

Il risultato è che spesso il discorso progressista oscilla tra due poli: o diventa tecnico e distante, oppure si appiattisce su slogan poco distintivi.

La difficoltà emerge con particolare evidenza sul tema ambientale. Come mostrano molte ricerche in ambito cognitivo, il cambiamento climatico è difficile da comunicare perché è graduale e non immediatamente percepibile. Allo stesso modo può essere percepito come astratto e poco legato all’esperienza diretta. Per di più può essere visto come globale e quindi apparentemente lontano dalle scelte individuali.

Se a questo si aggiunge un linguaggio tecnico o moralizzante, il risultato è una bassa attivazione emotiva. Non è un caso che, nonostante la crescente consapevolezza, il tema fatichi a tradursi in consenso politico stabile.

Dire che serve “semplificare” non basta, e rischia di essere fuorviante. Il punto non è ridurre la complessità, ma renderla comprensibile senza svuotarla.

Questo implica un lavoro più profondo:

costruire immagini e narrazioni, non solo concetti;

collegare i grandi temi a esperienze quotidiane;

evitare sia il tecnicismo sia la banalizzazione;

soprattutto, proporre un orizzonte riconoscibile di futuro.

Perché uno dei limiti più evidenti del discorso progressista oggi è proprio questo: spesso analizza bene i problemi, ma fatica a raccontare in modo convincente il mondo che vorrebbe costruire.

Alla fine, il rischio più grande è considerare la comunicazione come un problema separato dalla politica. Non lo è. Il linguaggio riflette visioni del mondo, rapporti sociali, priorità politiche. Per questo migliorare la comunicazione non significa solo trovare parole più efficaci, ma chiarire meglio chi si vuole rappresentare, quali interessi si vogliono difendere, quale idea di società si vuole proporre.

Senza questo, anche il miglior storytelling rischia di restare superficiale. E forse è proprio qui il nodo: non è solo una crisi di linguaggio, ma una crisi di definizione politica, che nel linguaggio trova semplicemente la sua espressione più visibile.

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