La nuova strategia UE per la difesa comune: nessuna possibilità per mediazione e diplomazia?, di Samuele Tornatore e Lara Benazzi
Una terza guerra mondiale a pezzi: ecco come Papa Francesco ha definito l’epoca attuale di conflitti disseminati nel mondo eppure collegati in quanto a cause, corresponsabilità e rischi propagativi. Un’interdipendenza che va oltre gli antagonismi locali e che rispecchia le contrapposizioni tra le grandi potenze a livello globale. L’Europa è toccata più da vicino dalla guerra in Ucraina e dal conflitto israelo-palestinese nella striscia di Gaza con ripercussioni anche in Cisgiordania; situazione inasprita dagli attacchi degli houthi, i ribelli yemeniti, contro le navi mercantili occidentali in transito nel Mar Rosso, volti a contrastare i rifornimenti a Tel Aviv e a bloccare la rotta per Suez. Ricordiamo che in Yemen è in corso da anni una guerra per procura, deflagrata sulla spinta delle Primavere arabe nel 2015, quando una lega a guida saudita prese a bombardare gli houthi, gli sciiti sostenuti dall’Iran, separando il nord ribelle dal sud governativo. L’Europa risente anche della situazione incandescente tra Serbia e Kosovo e dell’instabilità negli ex territori sovietici (Abcasia, Ossezia del Sud, Transnistria, Nagorno-Karabakh) in cui si profila il disegno di riportarli di nuovo sotto l’influenza russa.
Le notizie provenienti da Mosca non sono certamente incoraggianti. Nuovi decreti governativi prospettano un ulteriore allargamento dei reclutamenti, espandendo le fasce d’età per la coscrizione obbligatoria. Si parla di più di cento mila persone che entro l’estate saranno arruolate e inviate presumibilmente a combattere in Ucraina. Kirill, il Patriarca della Chiesa ortodossa russa, ha definito quella in Ucraina una “guerra santa” esistenziale e di civiltà, una svolta per le autorità russe che finora hanno accuratamente evitato di inquadrare ufficialmente l’invasione ucraina come una guerra, parlando di ‘operazione speciale’; in un nuovo documento ideologico e politico, Kirill sostiene che la guerra in Ucraina è una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo“. In un articolo su Avvenire dell’11 febbraio (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/l-ucraina-e-stanca-della-caccia-alle-reclute-la-mobilitazione-fa-paura) si racconta delle proteste di una fetta sempre maggiore della popolazione non se la sente più di imbracciare un’arma e trovarsi in trincea: “… È uno degli effetti della strategia di logoramento su cui punta la Russia a due anni dall’inizio della guerra. La stasi sui campi di battaglia, gli scarsi esiti della controffensiva lanciata a primavera, il numero crescente di morti al fronte, i terribili segnali di nuove avanzate russe, l’assenza di una prospettiva reale di riconquistare le regioni occupate, la corruzione che dilaga insieme con l’idea che i potenti sfuggano alla leva hanno spento l’entusiasmo di indossare la divisa. E si sta imponendo la «guerra dal salotto di casa», come alcuni generali l’hanno definita sulla stampa ucraina: il Paese sostiene l’esercito che lo sta difendendo, partecipa a collette per i soldati, acquista auto e droni da consegnare ai battaglioni, ma diventa sordo alla chiamata alle armi..”.
Il presidente ucraino Zelensky, a sua volta, ha firmato a inizio aprile una legge che abbassa da 27 a 25 anni l’età minima in cui gli uomini possono essere arruolati nelle forze armate, autorizzando così una misura fortemente impopolare bloccata in parlamento da mesi. I vertici militari hanno più volte indicato che sarebbero necessari centinaia di migliaia di nuovi uomini per fornire ricambio ai soldati impegnati da oltre due anni in prima linea, ma tale tema sta dividendo militari, politici e opinione pubblica. Tra i punti controversi: le sanzioni per i disertori che si ritroveranno senza auto e soldi; la rivolta dei dottorandi nelle università che hanno lanciato una petizione perché non saranno più esentati; la caccia ai “nuovi soldati” che vengono intercettati e precettati al ristorante, in fabbrica, in palestra. Tre milioni di adulti «in età di leva» hanno fatto perdere le tracce pur di sottrarsi alla mobilitazione. Zelensky continua ad invocare «una pace giusta», che consiste nel ritiro delle truppe russe da ogni territorio entro il confine ucraino internazionalmente riconosciuto (Crimea compresa), il rilascio dei prigionieri ucraini, l’istituzione di un tribunale internazionale per giudicare i crimini di guerra commessi dai russi, il rafforzamento dell’alleanza militare euro-atlantica, vale a dire la resa totale della Russia e di Putin. Scenario irraggiungibile alle odierne condizioni politiche dell’area.
A fronte di questa situazione di morte, miseria, distruzione sarebbe urgente fermare le armi, congelare almeno temporaneamente il conflitto, aprire linee di dialogo per trovare una soluzione negoziata, ma purtroppo segnali di incoraggiamento non arrivano nè da Mosca nè Kiev. Nessun tentativo, tuttavia, di giungere ad un cessate il fuoco e ad una “pace negoziata” per fermare il prima possibile le perdite ucraine e garantire la sicurezza stessa degli Stati che sono dalla parte dell’Ucraina. Anche in UE sembra prevalere la logica del “prepararsi alla guerra per ottenere la pace” (dal latino: si vis pacem para bellum), sostenuta dal Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un’intervista a La Stampa del 18 Marzo, seguita poi da un suo comunicato stampa del 22 marzo sempre in tono bellicista a favore di una futura economia di guerra. Parole precedute a fine febbraio dalle dichiarazioni del Presidente francese Macron, sulla possibilità che i paesi occidentali inviino soldati in Ucraina, in quanto la sconfitta della Russia è necessaria per garantire la sicurezza collettiva dell’Europa, e seguite da quelle del cancelliere tedesco Olaf Scholz che, in occasione di un messaggio pasquale, ha ricordato le condizioni per una “pace giusta” e ha chiesto ulteriore sostegno per Kiev.
I leader europei non sono riusciti a superare le divisioni interne neppure sul conflitto a Gaza che, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ha causato decide di migliaia di morti tra i palestinesi, arrivando a compiere un tentativo di genocidio. Bisognerebbe avere il coraggio di ricordare al governo di Tel Aviv che quello della sicurezza è per sua natura un concetto collettivo e che la scelta di garantire la sicurezza di Israele ai danni di quella dei palestinesi si sta rivelando impraticabile. La richiesta di un cessate il fuoco faticosamente raggiunta all’Onu non ha portato a una tregua, né a un sollievo delle sofferenze dei civili palestinesi su cui incombe una catastrofe umanitaria. La relatrice speciale per le Nazioni Unite sui territori palestinesi, Francesca Albanese, ha dichiarato al Consiglio dei diritti umani di ritenere che la campagna militare di Israele equivalga a un genocidio e ha invitato i paesi a imporre immediatamente sanzioni e un embargo sulle armi. Anche Maria Lawlor, relatrice speciale Onu, ha dichiarato a The Guardian che è “l’intera architettura internazionale dei diritti umani che sta scricchiolando sotto il peso dell’ipocrisia dei paesi che professano di sostenere un ordine basato su regole e tuttavia continuano a fornire a Israele armi che uccidono palestinesi innocenti”. In una risoluzione approvata il 5 aprile, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto la sospensione di tutte le vendite di armi a Israele esprimendo tra l’altro “grave preoccupazione per le notizie di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, compresi possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei territori palestinesi occupati”. A sostenere la risoluzione, che non è vincolante, sono stati 28 dei 47 Stati membri del Consiglio, l’unico organismo intergovernativo designato a proteggere i diritti umani in tutto il mondo e che ha il potere di autorizzare indagini. Gli astenuti sono stati 13: tra loro Francia, India, Giappone e Paesi Bassi. I 6 Paesi contrari sono Stati Uniti, Germania, Argentina, Bulgaria, Malawi e Paraguay. Data però l’apparente valenza solo formale delle decisioni prese dalle istituzioni internazionali, alle quali non è susseguita nessuna opera nei fatti, ha senso chiedersi quale sia la loro autorevolezza in questo momento e se esse realmente bastino a far cambiare lo status quo delle cose. Invece di una de-escalation, si è assistito ad un inasprimento delle tensioni in quest’area: a seguito dell’attacco, attribuito ad Israele, dell’ambasciata iraniana a Damasco, l’Iran ha risposta con il lancio di decine di droni e missili verso Israele. Questo ha causato, per la prima volta dall’inizio del conflitto israelo-palestinese, l’intervento anche di forze americane, francesi e britanniche a supporto di Israele nell’attività di intercettazione dei droni e missili inviati.
L’Unione europea sta perdendo credibilità a causa della sua incapacità di assumere una posizione più forte e unita sia sull’Ucraina che su Israele e Palestina. In compenso, dovrà fare i conti con il possibile disimpegno americano in futuro: la leadership politica e l’appoggio economico e militare di Washington non appaiono più come una granitica certezza, ponendo così gli europei davanti alla prospettiva di prepararsi ad investire nella propria difesa e a rafforzare le proprie capacità industriali nel settore. E ciò significa concretamente aumentare il proprio contributo in risorse, mezzi e forze nei compiti di “deterrenza e difesa” dell’Alleanza Atlantica: secondo i dati forniti dalla NATO, entro la fine del 2024, 18 paesi NATO su 31 rispetteranno il target del 2% del PIL in spese per la difesa fissato nel 2014, compresa la Germania; fra i paesi più importanti, solo Italia e Canada ne restano al di sotto. La sfida, per il futuro, sarà non soltanto consolidare questi incrementi ma rafforzarli con un target di spesa sostenuta nel tempo attorno al 3% del PIL. La “difesa comune” non fa però parte del mandato dell’UE: l’articolo 42 del trattato di Lisbona menziona soltanto le missioni (civili e militari) di mantenimento della pace e stabilizzazione post-conflitto “al suo esterno”, ma non la protezione militare del suo territorio e dei suoi cittadini, che è demandata alle forze alleate americane… L’UE non possiede proprie basi o “divisioni” e non ha un suo bilancio militare (vietato dai trattati); il suo ruolo potrebbe essere piuttosto in ambito industriale, sostenendo e incentivando produzione, investimenti e ricerca nel settore della difesa. Come dichiarato a Febbraio dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – a suo tempo ministra della difesa a Berlino – è necessario rafforzare l’industria della difesa e spendere, investire ed acquisire congiuntamente a livello europeo, sulla falsariga di quanto fatto negli anni scorsi con i vaccini e il gas. Anche Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, ha rilasciato dichiarazioni simili affermando che l’UE deve aumentare le sue capacità di difesa ed essere pronta ad affrontare le minacce senza il supporto degli Stati Uniti. Nell’UE, l’industria bellica ha raggiunto nel 2022 un fatturato di 135 miliardi di euro ed ha impiegato oltre 500 mila persone. Tuttavia, nessuna azienda di un Paese dell’Unione Europea compare nella classifica delle dieci aziende più grandi per fatturato a livello mondiale che sono statunitensi e cinesi. La sola Lockheed Martin, la più grande azienda americana produttrice di armi del mondo, nel 2022 ha raggiunto un fatturato di 63 miliardi di dollari, di poco superiore alla somma dei fatturati delle prime dieci aziende dell’UE. A inizio marzo è stata presentata dalla Commissione europea la nuova strategia per l’industria della difesa, sempre comunque in collaborazione con la Nato, per portare il continente a essere “pronto a reagire” a ogni evenienza. Il piano prevede un programma di acquisti congiunti da 1,5 mld di euro per almeno il 40% delle armi entro il 2030, appalti comuni e misure per garantire che, entro il 2030, almeno il 35% dell’intero valore del mercato sia in Ue. Il punto è che quanto richiesto dalle linee guida Nato sono investimenti strutturali e non un piano straordinario di breve durata; e questo sta già provocando, in ambito di Consiglio europeo, le solite divisioni tra paesi “frugali” e “cicale” sull’opportunità di usare strumenti innovativi (eurobond) per finanziare il riarmo. Sul lato dei finanziamenti viene inclusa anche la Banca europea per gli investimenti (Bei), mentre per il momento non vi sono riferimenti agli eurobond.
La Rete Pace e Disarmo, che riunisce una trentina di ONG, a fine marzo ha lanciato un appello per escludere le spese nell’industria della difesa o dual use dalla BEI, come richiesto da 14 paesi europei tra cui l’Italia e finanziare invece le azioni per il clima e la coesione sociale. La corsa al riarmo, per un continente mediamente ad alto debito e a crescita moderata, porterà infatti a conseguenze pesanti sulla tenuta dei conti pubblici, in particolare per paesi come Italia e Spagna per i quali, come evidenziato dall’agenzia di rating Moody’s, raggiungere il 2% «complicherà gli sforzi di riduzione del debito», esacerbando «il conflitto sociale». Ma per centrare il target Nato del 2% entro il 2030 serviranno misure di aumento delle entrate e di tagli e questo sarà un peso anche per paesi come Francia, Germania e Polonia.
Ormai occuparsi di politica internazionale crea sgomento e senso di impotenza; siamo sfiniti da vicende quotidiane fatte di violenze e distruzione, dalle guerre sparse in tutto il mondo ai migranti lasciati morire nel Mediterraneo o vittime di respingimenti e sopraffazione anche nella civile Europa. La narrazione proposta da istituzioni e stampa mainstream porta avanti una visione basata sul terrore, in cui volontà di dominio e supremazia del più forte la fanno ancora da padrone. Nel corso della presentazione della strategia per la difesa comune, l’alto rappresentante Ue Josep Borrell ha dichiarato che “”L’Europa è ancora in pericolo, la guerra è ai nostri confini ed è una guerra che non sembra finire presto ed è per questo che dobbiamo rafforzare la nostra capacità di produzione, passando da una modalità di emergenza a un visione di medio e lungo periodo per sostenere l’Ucraina“. Purtroppo, all’orizzonte sembra non esserci spazio per soluzioni alternative, come il cessate il fuoco, la diplomazia, la mediazione sovranazionale, un ruolo che avrebbe potuto e dovuto svolgere l’Europa a livello globale, trasformandosi da potenza economica in un grande soggetto politico in grado di portare la pace non solo all’interno del Vecchio Continente, ma anche negli altri angoli del mondo.