FOCUS UNIONE EUROPEA

Alcune disposizioni approvate alla fine della scorsa legislatura, Francesco Bedeschi

Le luci e ombre del Green Deal si rispecchiano anche nei suoi regolamenti: Nature Restoration Law

Il 18 agosto scorso è entrato in vigore il regolamento UE chiamato “Nature Restoration Law” è uno dei pilastri portanti del Green Deal, ed è uno strumento innovativo e fondamentale per invertire la rotta dell’attuale crisi della biodiversità. Sarebbe pensato per ripristinare la biodiversità, raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e migliorare la sicurezza alimentare e idrica in Europa. Sebbene l’UE sia leader nella legislazione sulla biodiversità, con varie direttive che tutelano varie specie di animali e vegetali, e diversi tipi di habitat, solo il 27% delle specie protette si trova in uno stato di conservazione favorevole, mentre l’81% degli habitat europei risulta degradato (ma già qui sorgono dubbi e curiosità su cosa l’UE definisca “degradato”). La prima proposta per affrontare questa situazione risale al 22 giugno 2022, ma la Nature Restoration Law ha incontrato una forte opposizione da parte della destra europea, che ha presentato oltre 2.000 emendamenti e lanciato una campagna di disinformazione contro il regolamento. Difatti, questo regolamento obbliga gli Stati membri a presentare piani nazionali per il ripristino della natura, con l’obiettivo di recuperare il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030, per arrivare al 90% entro il 2050. I punti trattati e considerati da questa legge sono diversi, e in certi casi anche ben dettagliati; per esempio gli indicatori di biodiversità nelle aree agricole e la gestione delle aree fluviali che sono oramai antropizzate a livelli incredibili. Per maggiori dettagli sulle misure definite da questo regolamento rimando allo stesso sito della Commissione Europea. È un passo cruciale nell’ambito del Green Deal europeo, ma ha sollevato critiche, in particolare da parte dell’Italia e di altri Paesi, che temono un impatto negativo sull’agricoltura, o meglio, temono un impatto negativo sui profitti del settore di cui sono spesso difensori. Difatti, come sempre, profitti e più largamente l’aspetto economico sono sempre i criteri contro cui bisogna scontrarsi. Lo stesso Green Deal mostra punti di criticità e controversie soprattutto su ciò che riguarda la gestione e la regolamentazione dell’industria alimentare,  come in pochi hanno sottolineato, tra cui Giulia Innocenzi con “Food for Profit”.  La materia è complessa e intrecciata tra interessi di varia natura (politici, economici, sociali, culturali) e quindi avrebbe bisogno di tanto tempo e risorse per essere analizzata. Per di più, soltanto dopo alcuni anni di operato dell’accordo si potrà avere un quadro più chiaro. Per ora, è chiaro che c’è lo sforzo di una parte dell’UE di andare sempre più verso un futuro in cui la natura, la sostenibilità e l’attenzione all’impatto umano siano temi centrali, dai quali non ci si può sottrarre. Dall’altro, c’è una parte dell’UE ferma, forte, con pressioni ed influenza esterne che a volte blocca ed altre limita il vero progresso, il più importante, quello per l’ambiente dove viviamo. Ed ecco che il risultato sia per il Green Deal più in generale, che per questa Nature Restoration Law è malconcio e troncato in alcune sue parti fondamentali, risultando quindi manchevole di un quadro completo e lineare.  

  • L’UE ad aprile ‘24 ha approvato un’importante risoluzione contro l’Ungheria sullo Stato di Diritto

Il Parlamento europeo, negli ultimi mesi della scorsa legislatura, ha approvato una risoluzione che condanna l’Ungheria per la persistente violazione dello Stato di diritto, segnalando una crisi democratica nel Paese guidato da Viktor Orbán. Questo argomento è sostenuto da una larga maggioranza, e sottolinea l’urgenza di azioni più forti da parte delle istituzioni europee per salvaguardare i valori fondamentali dell’UE, come democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Nella sessione plenaria del 24 aprile 2024, l’Eurocamera ha approvato con 399 voti a favore, 117 contrari e 28 astenuti una risoluzione che condanna l’Ungheria per la violazione sistematica e deliberata dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali. Il Parlamento ha espresso forte preoccupazione per il continuo deterioramento dei valori sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. A favore della risoluzione si sono schierati i gruppi politici del PPE, S&D, Renew, Verdi e The Left. Tra i partiti italiani, oltre a quelli facenti parti dei gruppi politici favorevoli, anche il Movimento 5 Stelle si è espresso favorevole; mentre Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro. Il testo condanna l’adozione della legge sulla protezione della sovranità nazionale ungherese e l’istituzione dell’Ufficio per la protezione della sovranità (Spo), considerati una minaccia per la democrazia e le elezioni libere ed eque. Da sottolineare come il voto ha evidenziato divisioni interne tra i gruppi politici europei, con alcuni schieramenti italiani che hanno espresso posizioni divergenti rispetto alla linea prevalente in Parlamento, e soprattutto con chiare ed eloquenti prove della violazione di certi diritti fondamentali da parte di Budapest. E’ da segnalare, inoltre, come l’Eurocamera critichi l’uso del veto fatto dall’Ungheria sugli aiuti all’Ucraina, andando contro gli interessi strategici dell’UE. Per di più, in questo secondo semestre del 2024 è l’Ungheria in seno alla Presidenza del Consiglio dell’UE e già da Aprile, con l’approvazione di questa risoluzione, si sono sollevati seri dubbi e controproposte di alcuni eurodeputati ai fini di “proteggere i valori dell’UE”. Infine, questa risoluzione ha creato problemi nella gestione dei fondi comunitari, problemi tra l’altro che già erano presenti a causa degli inadeguati meccanismi di controllo. Difatti, fondi comunitari sono stati sbloccati e altri lo saranno, mentre ancora alcuni eurodeputati ribadiscono la necessità di determinare se l’Ungheria abbia commesso violazioni gravi e persistenti.

  • Prime norme UE sulla violenza di genere

Il Parlamento europeo, sempre prima della fine della scorsa legislatura, ha approvato le prime norme a livello dell’Unione Europea per combattere la violenza di genere, ed in particolare quella contro le donne e quella domestica, segnando un importante passo avanti nella protezione delle vittime e nella prevenzione di questi crimini. La direttiva, approvata con 522 voti favorevoli, 27 contrari e 72 astensioni, introduce leggi più severe, in particolare per contrastare la violenza informatica e le mutilazioni genitali femminili, e stabilisce linee guida per reati come il cyberflashing e la diffusione non autorizzata di informazioni private. Le nuove norme prevedono aggravanti per i crimini motivati da genere, orientamento sessuale, religione o convinzioni politiche, e includono misure per garantire l’accesso ai servizi di salute sessuali e riproduttivi, nonché la protezione delle vittime attraverso alloggi sicuri. Le autorità nazionali saranno inoltre tenute a rafforzare la raccolta di prove e a sensibilizzare sull’importanza del consenso sessuale.La co-relatrice Frances Fitzgerald (PPE, IE) ha sottolineato l’importanza di questo primo passo per fare dell’Europa un continente libero dalla violenza di genere, mentre Evin Incir (S&D, SV) ha definito la direttiva una vittoria per i diritti delle donne e l’uguaglianza. Gli Stati membri avranno tre anni per recepirle nelle loro legislazioni. Per approfondire le varie norme, si rimanda al sito stesso del Parlamento Europeo, oppure è possibile trovare le norme dettagliate anche nella Gazzetta Ufficiale dell’UE.

La nuova Commissione Europea e la strategia 2024-2029, Alessandra Zini

Il 18 luglio, Ursula von der Leyen è stata rieletta Presidente della Commissione Europea, in seguito a un discorso in cui ha delineato le priorità politiche che guideranno il suo secondo mandato. Le linee programmatiche presentate si basano sull’agenda strategica approvata dal Consiglio europeo il 17 giugno 2024, che include temi centrali come la competitività economica, la transizione giusta, la sovranità europea, la difesa e sicurezza, e la democrazia. Il 17 settembre, von der Leyen ha inoltre annunciato la lista dei commissari designati, accompagnata dalle rispettive lettere di missione, che tracciano le responsabilità e i dossier di competenza di ciascun commissario. Tuttavia, il percorso verso la formazione del nuovo Collegio non è stato privo di ostacoli, in particolare riguardo alla parità di genere. Alcuni Stati membri si sono rifiutati di proporre un candidato maschile e una candidata femminile, come richiesto dalle linee guida della Commissione, rendendo difficile raggiungere un equilibrio di genere. Il nuovo Collegio, che dovrà affrontare le audizioni del Parlamento europeo a Novembre per ottenere l’approvazione, sarà composto da 11 donne e 16 uomini. Le lettere di missione riflettono chiaramente le priorità della futura Commissione. Tra queste emergono in particolare la competitività economica, la transizione giusta, la sovranità europea, la difesa e la sicurezza. La novità principale riguarda proprio la sicurezza e la difesa, settori che, rispetto al passato, ricevono un’attenzione più significativa. Se, da una parte, i temi economici riprendono le indicazioni del rapporto Draghi sulla concorrenza europea del 2024, la difesa e la sicurezza rappresentano un cambiamento di direzione con la nomina di un commissario dedicato. Le tensioni geopolitiche recenti, in particolare quelle legate al conflitto tra Russia e Ucraina, hanno fatto emergere visioni contrastanti su come garantire la pace e la sicurezza in Europa. Von der Leyen sembra propendere per una linea più interventista e meno diplomatica, che trova riflesso nelle nomine dei vicepresidenti responsabili di questi dossier. La vicepresidente Kaja Kallas, proveniente dall’Estonia, e il commissario lituano Andrius Kubilius, assegnato alla difesa e allo spazio, sono entrambi espressione di Paesi baltici, i quali avvertono fortemente la minaccia russa ai propri confini. La Commissione sembra dunque intenzionata a proseguire il sostegno militare all’Ucraina, anche attraverso l’invio di armi, e sta lavorando per ottenere un consenso unanime sull’uso di armi occidentali per colpire obiettivi militari in territorio russo. La risoluzione del Parlamento europeo su questo tema, pur non vincolante, anticipa una collaborazione stretta tra Parlamento e Commissione su questo fronte. Tuttavia, mentre le responsabilità legate ai dossier economici e di difesa appaiono ben definite, il tema della democrazia sembra essere trattato con minore chiarezza e incisività. Le lettere di missione indicano come priorità la protezione dello stato di diritto e il coinvolgimento dei cittadini nei processi legislativi, ma queste vengono presentate come linee guida generali, lasciando incerti i meccanismi di monitoraggio e implementazione. L’assenza di un’agenda specifica dedicata alla democrazia solleva dubbi su chi sarà effettivamente responsabile della supervisione delle misure volte a promuoverla e a garantirne l’efficacia. Un ulteriore segnale che la democrazia non sia al centro delle priorità della Commissione è dato dall’inclusione del termine “democrazia” solo nei titoli dei Commissari per la Sicurezza e Sovranità Tecnologica e per la Giustizia e lo Stato di Diritto, quasi relegandola a un tema secondario. La sovranità tecnologica, infatti, viene considerata cruciale per il raggiungimento degli obiettivi delineati da Mario Draghi nel suo rapporto, mentre la democrazia appare più come un corollario. Von der Leyen sembra dare per scontato il buon funzionamento democratico all’interno dell’Unione, concentrandosi piuttosto sulla sua dimensione esterna e securitaria. Lo dimostrano le dichiarazioni riguardanti l’istituzione di uno “Scudo Europeo per la Democrazia”, destinato a combattere le interferenze straniere e la disinformazione, in particolare quella di matrice russa. Tuttavia, mancano riferimenti a riforme strutturali dell’Unione Europea, necessarie per rafforzare la partecipazione dei cittadini e la trasparenza dei processi legislativi, così come per preparare l’Unione all’ingresso di nuovi Stati membri nel prossimo futuro. Le interferenze straniere, soprattutto da parte di regimi autoritari come Russia, Cina e Iran, rappresentano indubbiamente una minaccia per i processi democratici europei. Tuttavia, altrettanto pericolose sono le minacce interne agli Stati membri. Il recente aumento del consenso per l’estrema destra in diversi Paesi europei, l’uso sistematico della disinformazione per manipolare l’opinione pubblica, e le scelte politiche di alcuni governi, come l’opt-out dell’Olanda e dell’Ungheria sulle politiche migratorie, mettono in discussione i valori fondanti dell’Unione. Anche in Italia, il nuovo decreto sicurezza ha sollevato preoccupazioni per la limitazione di alcune libertà fondamentali, riconosciute dai trattati internazionali in materia di diritti umani. Un altro elemento critico riguarda la stessa nomina dei Commissari europei e la scelta delle principali cariche istituzionali, che avviene a porte chiuse, alimentando la sfiducia dei cittadini verso il progetto europeo, già percepito come distante e complesso.  Altro esempio di deficit di democrazia interni è stato il rinvio del rilascio del rapporto sullo stato di diritto in Italia, che criticava le restrizioni alla libertà di stampa. Questo ritardo, apparentemente motivato per garantire il sostegno di Giorgia Meloni alla rielezione di von der Leyen, rappresenta un segnale preoccupante. Lo scenario attuale ricorda da vicino il contesto pre-bellico del XX secolo, con massicci investimenti negli armamenti e una crescente attenzione alle minacce esterne, a discapito di un’effettiva riflessione sui problemi interni all’Unione. La retorica della sicurezza, il nazionalismo sempre più rumoroso e la denominazione di strumenti di protezione democratica come “scudi” sembrano indicare una visione della democrazia che è tutt’altro che uno strumento di pace. Un obiettivo, quest’ultimo, che dovrebbe invece essere centrale nell’agenda strategica e nelle relazioni internazionali dell’Unione Europea. In un momento di profonda incertezza globale, è indispensabile un’autocritica che ci porti a guardare all’interno delle nostre strutture e dinamiche politiche. La riflessione sulla natura della nostra democrazia e sul suo ruolo nel contesto conflittuale attuale è più urgente che mai. Senza istituzioni democratiche solide, sia a livello degli Stati membri che dell’Unione Europea, non potremo mai conseguire obiettivi fondamentali come la competitività economica, la sovranità e la sicurezza. Occorre quindi ridefinire la nostra concezione di democrazia, per meglio comprendere e gestire le sfide geopolitiche, evitando approcci incoerenti che applicano principi diversi a seconda delle circostanze. Questo è cruciale per non compromettere ulteriormente la fiducia, già precaria, che i cittadini ripongono nelle istituzioni politiche.

Draghi e il futuro dell’Europa: un modello di competitività tra critiche e consensi, Francesco Bedeschi

L’ex presidente del Consiglio Mario Draghi è tornato sulla scena politica europea con un rapporto sulla competitività dell’Unione Europea, commissionato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Questo documento ha suscitato reazioni contrastanti tra gli europarlamentari, evidenziando una divisione tra sostenitori del suo approccio e voci critiche, in particolare dalla sinistra politica. La visione di Draghi Nel suo intervento alla Conferenza di alto livello sul pilastro europeo dei diritti sociali, Draghi ha anticipato i contenuti del suo rapporto, sottolineando la necessità di un “cambiamento radicale” per garantire la competitività dell’Europa in un contesto economico globale sempre più dominato da Stati Uniti e Cina. Draghi ha parlato di un’Europa vulnerabile, soggetta alle politiche protezionistiche di altre potenze economiche e ha evidenziato tre priorità: superare la frammentazione tra Stati membri per consentire economie di scala, garantire una fornitura unitaria di beni pubblici, e creare una piattaforma europea dedicata alle risorse essenziali per la transizione ecologica, come i minerali critici. Un altro aspetto chiave riguarda la formazione di lavoratori qualificati, indispensabili per competere in un’Europa che invecchia e che non può più contare sull’immigrazione per soddisfare la domanda di competenze specializzate. Le critiche al modello oligopolistico Tuttavia, non tutti hanno accolto favorevolmente le idee di Draghi. Diverse organizzazioni della società civile, come Open Markets e The Good Lobby, hanno pubblicato un manifesto intitolato “Rebalancing Europe”, in cui si oppongono alla creazione di grandi campioni industriali, considerati dannosi per la democrazia e la libertà economica. La critica centrale è che favorire oligopoli multinazionali minaccia non solo la prosperità dei cittadini europei, ma anche l’ambiente e la salute pubblica. Per queste organizzazioni, l’Europa non ha bisogno di ulteriori concentrazioni di potere, ma di un’economia più inclusiva e resiliente, in cui la concorrenza sia equa e sostenibile. Debito comune e investimenti bellici Roberto Ciccarelli, in un articolo pubblicato su Il Manifesto, ha sottolineato un altro aspetto della visione di Draghi: l’urgenza di investimenti massicci, simili a quelli degli anni ’60 e ’70, pari al 5% del PIL europeo annuo, per sostenere settori strategici come la difesa, i microchip e l’intelligenza artificiale. Questo massiccio piano di investimenti, che Ciccarelli chiama “debito di guerra”, ha l’obiettivo di trasformare l’Europa in un attore industriale capace di competere con Stati Uniti e Cina, non solo economicamente, ma anche militarmente. La creazione di campioni industriali europei, in questo scenario, risponde a una logica di difesa economica e sicurezza continentale. Tuttavia, questa proposta ha suscitato resistenze, specialmente tra i paesi che temono un ulteriore indebitamento comune, come la Germania. Reazioni politiche: tra entusiasmo e scetticismo Il rapporto di Draghi ha diviso gli europarlamentari. Da una parte, il leader del Partito Popolare Europeo (PPE), Manfred Weber, ha accolto con entusiasmo le proposte di Draghi, definendo la competitività la “questione numero uno” per il futuro dell’Europa. Weber ha sottolineato l’importanza di garantire la produzione di tecnologie ambientali in Europa, piuttosto che affidarsi a importazioni da Stati Uniti e Cina. Dall’altra, esponenti della sinistra, come Iratxe García e Manon Aubry, hanno espresso scetticismo. Aubry ha criticato il rapporto di Draghi per la mancanza di soluzioni concrete e per la presunta ipocrisia delle politiche commerciali europee, che a suo avviso hanno svenduto l’industria europea. Il rapporto Draghi rappresenta un tentativo ambizioso di rilanciare l’economia europea attraverso investimenti strategici e una maggiore integrazione tra gli Stati membri. Tuttavia, il modello proposto, basato su grandi concentrazioni industriali e su un debito comune, incontra resistenze significative, sia politiche che sociali. Se da una parte vi è un sostegno per un’Europa più competitiva e unita, dall’altra vi sono preoccupazioni che questo approccio possa rafforzare disuguaglianze economiche e minare i principi democratici su cui si basa l’Unione. Resta da vedere se l’Agenda Draghi riuscirà a diventare realtà o se finirà per essere un altro piano ambizioso destinato a rimanere sulla carta.

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