FOCUS ITALIA

Il sovranismo, alla fine, cede a élite e “poteri forti” …, Lara Benazzi


Nell’articolo del 2 ottobre sulla rivista Valori, il prof. Alessandro Volpi ha evidenziato come il fondo d’investimento americano BlackRock stia facendo “acquisti” in Italia, diventando così il principale investitore estero in varie società pubbliche, nelle imprese (tra cui banche) quotate alla Borsa di Milano, e con partecipazioni in Eni, Enel, nelle multiutility. Per far quadrare i conti della legge di Bilancio, appesantiti dagli oneri europei e da una stima del Pil dello 0,6%, e non dell’1% come previsto nel Def, “il governo privatizza pezzi pregiati, che garantirebbero entrate importanti, e con un esteso numero di dipendenti. Destinati assai probabilmente a vedere i loro posti di lavoro messi in discussione”: si parla di Eni, Poste italiane, Ferrovie dello Stato. Presente al G7 italiano di Avellino della scorsa settimana, Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, è stato invitato dal presidente Meloni a Palazzo Chigi per definire la presenza del fondo statunitense nel campo dei data center e delle infrastrutture energetiche italiane; per la creazione di strumenti finanziari specifici nell’ambito del Piano Mattei e di prestiti obbligazionari per la ricostruzione dell’Ucraina. Ma, molto probabilmente, anche per consentire al fondo di comprare una parte dei 180 miliardi aggiuntivi necessari a finanziare il nuovo debito pubblico del Paese: scenario  – quello del ricorso ai mercati per trovare le coperture necessarie – già preannunciato da Volpi un anno fa in relazione alla Legge di bilancio 2024 e di cui aveva segnalato, peraltro, diverse criticità, come i mancati adeguamenti di fasce significative di salari e pensioni all’aumento del costo della vita, l’assenza di misure in grado di superare i privilegi di numerose corporazioni, di aggredire le rendite finanziarie, di introdurre forme di imposizione sui grandi patrimoni. A proposito della tassa sugli extraprofitti delle banche, varata nell’agosto 2023 e da cui sarebbero dovuti entrare 2-3 miliardi dagli istituti di credito entro il 30 giugno 2024, nulla di fatto: eppure il premier Meloni aveva dichiarato che quei profitti erano «ingiusti» e che non intendeva difendere le «rendite di posizione»!  A settembre, dopo le critiche della Bce e della Banca d’Italia, l’esecutivo aveva cambiato idea, consentendo con un emendamento agli istituti di mettere i soldi a riserva invece di darli allo Stato. A inizio Ottobre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, nel corso di un’intervista a Bloomberg, ha parlato di “sacrifici per tutti” in riferimento alla prossima Manovra, perché risanare i conti pubblici -come ci chiede l’Ue- è uno sforzo che dovranno sostenere individui, pubblica amministrazione, aziende grandi e piccole. Ma siccome i mercati ne hanno subito risentito, facendo scivolare Piazza Affari a -1,5%, ecco l’immediata rettifica del MEF, precisando che si chiederà uno sforzo alle imprese più grandi che operano in determinati settori in cui l’utile ha beneficiato di condizioni favorevoli esterne, come banche, assicurazioni, difesa ed energia. Sulle modalità del loro contributo è in corso un confronto.  In merito alle accise, fra i temi più caldi in questo periodo, il governo fa sapere che è “del tutto fuorviante” parlare di un aumento. Al momento, dunque, i partiti della maggioranza fanno sapere che non ci saranno nuove tasse, ma il rischio reale c’è, a meno che non si scelga di optare per l’altra strada: quella del taglio delle spese, che andrà inevitabilmente a gravare sui servizi e i territori.

Le (solite) promesse del G7 e del G20

A giugno in Puglia si è tenuto – sotto la presidenza dell’Italia – il vertice del G7, l’organizzazione intergovernativa che riunisce le sette maggiori potenze economiche a livello mondiale (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti).  Tra i principali risultati dichiarati nel documento finale: il sostegno all’Ucraina, destinando cinquanta miliardi di dollari per la ricostruzione del paese attraverso i profitti dei beni sovrani russi presenti negli istituti di credito occidentali; l’accordo per un cessate il fuoco immediato a Gaza, con l’ obiettivo di un percorso verso la soluzione dei due stati Israele-Palestina; il rafforzamento delle partnership con i paesi africani, promuovendo investimenti in infrastrutture sostenibili e lanciando l’iniziativa Energy for Growth in Africa. E ancora: la promessa di migliorare le Banche Multilaterali di Sviluppo per renderle più efficienti; l’iniziativa Apulia Food Systems per migliorare la sicurezza alimentare globale e la resilienza climatica; l’impegno per l’uguaglianza di genere nei prossimi tre anni; l’implementazione del Codice di Condotta Internazionale per le Organizzazioni che sviluppano sistemi avanzati di AI. Tanti temi, ma in sostanza poche misure concrete. La priorità è stata, come sempre, come promuovere la crescita economica globale accelerando la transizione digitale e quella energetica e sottolineando l’importanza di rafforzare il sistema commerciale multilaterale, ormai non più scontato, vista la tendenza a “chiudersi”, soprattutto da parte degli Stati Uniti e dell’UE nei confronti della Cina, con il riorientamento delle catene del valore mondiale verso paesi amici (“friendshoring”) o geograficamente più vicini (“nearshoring”). Si è affrontata la questione delle migrazioni (area del Mediterraneo per l’UE e la frontiera con il Messico per gli Usa), con l’impegno di promuovere percorsi di migrazione sicuri e regolari, ma senza spiegare come, anche perché i 7 provengono da luoghi molto diversi del mondo, con pressioni migratorie di origini e intensità differenti.  L’Italia sta cercando di assumere un ruolo di argine al fenomeno migratorio in Africa con il “piano Mattei”, definito dal premier Meloni “modello di cooperazione non predatorio, in cui entrambi i partner devono poter crescere e migliorare”. Un progetto che, in realtà, intende trasformare l’Italia in un hub energetico tra il Nord Africa e l’Europa centrale e settentrionale, con la costruzione di nuovi gasdotti e che, dunque, non va nella direzione della transizione green. 

Il successivo G7 di Ottobre ad Avellino ha visto in campo i ministri dell’Interno sull’evoluzione delle minacce rappresentate dalle droghe sintetiche, dal terrorismo, dalla criminalità informatica, dal traffico di migranti e dalla corruzione. Ci sono state proteste di alcuni sindacati di base che hanno contestato il recente Decreto 1660 del Governo che limita fortemente la libertà di lotta e di organizzazione restringendo gli spazi di protagonismo e di democrazia.Dalla riunione del G20 a presidenza brasiliana di Luglio è nata l’“Alleanza globale contro la fame e la povertà” che dovrebbe favorire la capacità dei Paesi più bisognosi di accedere ai finanziamenti internazionali e aumentare l’efficacia delle banche regionali di sviluppo. Nonostante gli impegni assunti nel 2015 con l’Agenda ONU 2030, l’incidenza della fame e della malnutrizione rimane altissima, con previsioni al 2030 di circa 580 milioni di persone in questa condizione soprattutto in Africa. Le cause sono note: guerre, crisi climatica e danni ai sistemi agricoli locali, crisi economiche, spreco alimentare, carenze nelle politiche e scarso coordinamento degli interventi delle organizzazioni internazionali. Circa 2,3 miliardi di persone (il 28,9% della popolazionale mondiale) vive invece nella condizione di insicurezza alimentare, cioè la possibilità di seguire una dieta appropriata. Il tema chiave rimane quello dell’insufficienza delle risorse economiche, che richiede una riforma profonda del sistema fiscale e finanziario internazionale, oltre che un impegno maggiore per lo Sviluppo sostenibile nel mondo. E invece sembra proprio che le priorità siano altre, come dimostra l’aumento delle spese in armamenti nei Paesi del G20.

Urge un Piano nazionale per la sicurezza idrogeologica: intervenire preventivamente per contrastare i disastri ambientali, Beatrice Bonardi e Elisa Bilancia

Il maltempo del 27 agosto ha colpito duramente la Campania, provocando gravi danni nelle province di Caserta, Benevento e Avellino. Le piogge torrenziali, aggravate dalla crisi climatica e dal consumo eccessivo di suolo, hanno reso evidente la necessità di un Piano nazionale per la sicurezza idrica e idrogeologica, il cui costo è stimato dalla Fondazione Ewa in 176,5 miliardi di euro da investire nei prossimi dieci anni. L’ISPRA, in collaborazione con Regioni e Province Autonome, monitora costantemente il territorio, registrando oltre 634.000 frane censite. L’Istituto gestisce anche il Repertorio Nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo (Rendis) che si occupa di sviluppare tecnologie innovative per contrastare il dissesto idrogeologico. Inoltre, l’ISPRA produce le Mosaicature nazionali della pericolosità per frane e alluvioni, basate sui Piani di Assetto Idrogeologico (Pai) e sui Piani di gestione del rischio alluvioni (Pgra), elaborati dalle Autorità di bacino distrettuali. Questi studi includono non solo le frane già verificatesi, ma anche le aree suscettibili a nuovi fenomeni franosi. Il rapporto triennale sul dissesto idrogeologico di ISPRA rappresenta il quadro ufficiale di riferimento per valutare la pericolosità idrogeologica in Italia.
In Emilia-Romagna, nonostante alcuni interventi d’emergenza abbiano limitato i danni rispetto all’anno precedente, il WWF ha criticato la gestione inadeguata dei corsi d’acqua e la mancanza di prevenzione. Strumenti cruciali, come i Programmi di gestione dei sedimenti, sono infatti stati implementati solo per il fiume Po. Le associazioni ambientaliste – Legambiente, Greenpeace, WWF e SIMA – lanciano un appello per azioni immediate contro i rischi legati ai cambiamenti climatici. Legambiente spinge per l’attuazione del Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, mentre Greenpeace critica aspramente le politiche favorevoli all’industria dei combustibili fossili. SIMA propone soluzioni come infrastrutture verdi e bacini di espansione, ispirati a modelli tedeschi e olandesi, per ridurre il rischio di alluvioni Si può, dunque, ipotizzare di poter intervenire in modo preventivo per evitare i disastri che hanno colpito le regioni della Campania e dell’Emilia-Romagna, causando non solo danni alle popolazioni interessate, ma anche gravi ripercussioni economiche a livello nazionale?

Proposte referendarie di iniziativa popolare (Autonomia differenziata, Cittadinanza) e decreto sicurezza, Samuele Tornatore

In questi giorni è giunto alla conclusione il processo di raccolta firme per la presentazione di due proposte referendarie di iniziativa popolare, che hanno richiesto mesi di impegno e partecipazione da parte di cittadini e cittadine. Queste proposte sono indirizzate, da un lato, all’abolizione del regime di autonomia differenziata, e dall’altro, alla revisione del complesso iter burocratico necessario per ottenere la cittadinanza. Entrambe le questioni hanno suscitato un ampio dibattito e coinvolto diverse realtà sociali e politiche. Attivanza vede in queste iniziative un significativo esempio di come la cittadinanza attiva possa influenzare e arricchire il processo legislativo, dimostrando che il coinvolgimento popolare rimane uno strumento fondamentale in una democrazia partecipativa. La mobilitazione su temi così rilevanti testimonia la volontà delle persone di incidere direttamente sulle scelte che riguardano il futuro del nostro Paese, contribuendo a modellare leggi che siano più vicine alle esigenze della società. Parallelamente a queste proposte, il nostro impegno si estende anche al dibattito in corso sul nuovo decreto sicurezza (ddl 1660 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario“) , attualmente al vaglio del Parlamento. In linea con i principi democratici a cui ci ispiriamo, la nostra associazione si colloca tra coloro che esprimono preoccupazione e dissenso nei confronti di questo provvedimento. Il decreto, infatti, introduce nuovi reati e irrigidisce le pene già esistenti, apparentemente con l’obiettivo di limitare problemi di ordine e sicurezza. Tuttavia, temiamo che, dietro la facciata della regolamentazione, possa nascondersi un tentativo di ridurre gli spazi di dissenso e protesta e di soffocare determinate idee e movimenti che non coincidono con le posizioni dell’attuale governo. Riteniamo che una democrazia sana debba sempre favorire il dialogo e il confronto aperto, anche su temi controversi, e non possa permettersi di adottare misure che rischiano di ridurre gli spazi di libertà di espressione e di critica. Per questo motivo, siamo fermamente convinti che il decreto sicurezza, così come concepito, rappresenti un passo indietro rispetto ai principi di pluralismo e inclusione su cui si fonda la nostra Costituzione.

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