Le elezioni presidenziali negli USA
di Samuele Tornatore
Mancano ormai pochissimi giorni al 5 novembre, data che segnerà la scelta del prossimo presidente degli Stati Uniti, il quale guiderà il paese per i prossimi quattro anni. Tuttavia, la rilevanza di questa elezione va ben oltre la semplice nomina di un presidente.
Da europei, siamo ben consapevoli di quanto la nostra storia sia sempre stata profondamente intrecciata con gli eventi politici che si verificano sull’altra sponda dell’Atlantico. Questi eventi non solo influenzano gli equilibri economici globali, ma hanno anche un impatto diretto sulla nostra vita quotidiana. Il conflitto tra il partito democratico e quello repubblicano si gioca, in gran parte, sul terreno economico, che è un punto nevralgico della sfida tra i due schieramenti. Dietro i candidati, infatti, si muovono potenti fondi d’investimento e lobby con interessi divergenti. Questi attori cercano, attraverso il sostegno all’uno o all’altro candidato, di escludere i rivali dai mercati di riferimento e di influenzare la fazione politica affinché adotti strategie economiche e finanziarie che li possano avvantaggiare. Tuttavia, non c’è nulla di sorprendente in tutto questo: sappiamo da tempo che il sistema economico americano si regge su un complesso equilibrio, basato sul debito e su meccanismi che impediscono il collasso del sistema.
Uno dei principali pilastri di questo equilibrio è sempre stata la visione di un mondo unipolare, con gli Stati Uniti al centro e il dollaro come principale valuta di scambio, nonché punto di riferimento per le valutazioni economiche a livello internazionale. Ed è proprio su questi ultimi aspetti che gli Stati Uniti stanno mostrando segni di debolezza. Da diversi anni, le decisioni della politica estera americana hanno preso una direzione problematica, aumentando le tensioni economiche e politiche con paesi come la Russia — tensioni culminate nella guerra in Ucraina — e con la Cina. Le conseguenze di queste scelte sono evidenti: un’accentuazione delle divisioni politiche internazionali e un crescente schieramento di molti paesi, specialmente quelli del blocco BRICS+, che cercano di rafforzare la cooperazione per creare un’alternativa globale alla supremazia del dollaro e al ruolo dominante degli Stati Uniti.
Per tutti questi motivi, le elezioni americane assumono un’importanza cruciale per il futuro della politica mondiale. Tuttavia, è altrettanto vero che chiunque venga eletto non avrà il potere di cambiare radicalmente le regole di un gioco in cui partecipano forze di diversa natura e potenza. Queste stesse forze condizionano il futuro e sembrano destinate a mantenere il mondo su un percorso simile a quello seguito fino ad oggi.
Come Attivanza, il nostro obiettivo è quello di riportare all’attenzione dei cittadini l’importanza di comprendere il contesto sociale, politico ed economico in cui viviamo. Soltanto attraverso una maggiore consapevolezza delle vere motivazioni che stanno dietro agli eventi, grandi o piccoli, che accadono quotidianamente a livello nazionale e internazionale, possiamo sperare di affrontare in modo più consapevole e critico i cambiamenti che ci aspettano.
USA – Cina: oltre il voto
di Alessandra Zini
La Cina rimane il principale rivale degli Stati Uniti sul piano economico, militare e politico. Mentre a Kazan si conclude il vertice dei BRICS, in cui si discutono alternative al modello economico “occidentale”, gli Stati Uniti sono impegnati in Ucraina e in Medio Oriente, e la Cina vede in questo momento un’opportunità per espandere le proprie esportazioni e rafforzare le Nuove Vie della Seta. Il bisogno di trovare mercati di sbocco per le proprie merci è dovuto, infatti, a un ritorno della crisi di sovrapproduzione, soprattutto nei settori dell’alluminio, dei metalli e dei materiali edilizi.
La domanda interna cinese non riesce infatti a tenere il passo con la capacità produttiva di alcune industrie chiave, molte delle quali rientrano nel piano di innovazione industriale “Made in China 2025”, che punta alla leadership mondiale in settori strategici con ingenti sussidi statali. È con l’annuncio di questo piano che le relazioni commerciali tra Cina e Occidente hanno iniziato a deteriorarsi, culminando nella guerra commerciale lanciata da Trump nel 2018.
Sebbene alcuni obiettivi di Made in China 2025, come diventare leader globale nella produzione di semiconduttori avanzati, nella rete satellitare e nell’industria aeronautica intercontinentale, non siano stati pienamente raggiunti, la Cina è oggi leader mondiale nella produzione di macchine elettriche e tecnologie per le energie rinnovabili. Proprio su queste tecnologie si gioca la sfida con gli Stati Uniti. Entrambi i partiti statunitensi riconoscono nella Cina un concorrente da contenere con misure protezionistiche, anche per tutelare la sicurezza nazionale, soprattutto per quanto riguarda le tecnologie “dual-use” – utilizzabili sia in ambito civile che militare – e i semiconduttori, essenziali per la transizione digitale.
Dopo la guerra commerciale trumpiana, anche il suo successore ha adottato misure simili, sebbene meno plateali. Un esempio è il Protecting Americans From Foreign Adversary Controlled Applications Act, che ha rischiato di bloccare TikTok negli USA, oltre al trio di leggi – Bipartisan Infrastructure Law, CHIPS and Science Act e Inflation Reduction Act – con cui si intende mobilitare oltre 800 miliardi di dollari per riportare la produzione di tecnologie verdi e componenti strategiche negli Stati Uniti, incluse le macchine elettriche. Prodotto finale su cui il dibattito è più caldo, in quanto la Cina ne detiene il primato di produzione ed esportazione e su cui l’Unione Europea ha, in data odierna 30 ottobre, appena approvato il suo pacchetto di tariffe.
Il blocco occidentale lamenta che l’eccesso produttivo cinese, incentivato dai sussidi statali, inonda i mercati europei e americani con prodotti a prezzi ridotti, danneggiando i produttori locali e alterando le dinamiche di mercato in modo non equo, favorendo la delocalizzazione di industrie strategiche. Attualmente, sia Stati Uniti che Unione Europea hanno aperto indagini su queste pratiche commerciali cinesi, mentre la Cina ha avviato una controversia con l’Organizzazione Mondiale per il Commercio contro gli Stati Uniti e potrebbe fare altrettanto contro l’UE.
Se nessuno dei candidati alla Casa Bianca intende allentare la presa sulla “guerra commerciale” con la Cina, sarebbe utile riflettere sulle regole del commercio internazionale, aggiornate con il Doha Round nel 2001 ma ormai obsolete rispetto alle esigenze globali attuali e ancora disegnate per servire i bisogni del mercato capitalista-liberale. Alla fine, ogni paese interpreta queste misure dal proprio punto di vista: la Cina, ad esempio, sostiene che il proprio eccesso di produzione sia dovuto a una maggiore efficienza industriale.
Riprendere il dialogo e ridurre le ritorsioni commerciali potrebbe portare a soluzioni reciprocamente vantaggiose, invece di alimentare lo scontro. Tuttavia, l’ordine geopolitico attuale si fonda ancora sulla competizione tra potenze: un cambiamento richiederebbe una sorta di nuovo umanesimo, capace di ripensare i rapporti internazionali sulla base della cooperazione e non della forza, come è stato finora.
Riferimenti:
Le contromisure anti-Pechino di USA e UE
China Shock 2.0: le “nuove forze produttive”
EU-China staring match on EV duties will continue — even after they take effect