Donald Trump torna alla Casa Bianca: segnali di un cambiamento profondo negli USA
di Francesco Bedeschi
Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane in modo netto, ottenendo una maggioranza sia nel voto popolare che nel sistema elettorale. È un risultato che segna uno spostamento profondo e strutturale ancora più verso destra nella politica americana. Con un Congresso a maggioranza repubblicana e una Corte Suprema già ultraconservatrice, Trump si trova ora con una concentrazione di poteri che dà mano libera alla sua agenda politica, sia interna che internazionale. I numeri delle elezioni parlano chiaro: Trump ha ottenuto 71 milioni di voti contro i 66 milioni di Kamala Harris, confermando un consenso che ha superato i tradizionali bastioni democratici. L’affluenza elettorale, in gran parte spinta dalle difficili condizioni economiche e sociali, riflette una volontà di cambiamento. Ma quali sono le radici di questa svolta?
La disillusione verso i Democratici, legata a politiche percepite come inefficaci, ha giocato un ruolo determinante. Nonostante l’amministrazione Biden abbia ottenuto risultati come la diminuzione dell’inflazione e l’aumento dell’occupazione, molti americani non ne hanno sentito i benefici. La perdita di potere d’acquisto, soprattutto per le classi popolari e medie, è rimasta significativa. Inoltre, la narrazione secondo cui Biden avrebbe favorito élite e settori specifici della società non ha fatto altro che rafforzare l’immagine di Trump come l’outsider che difende l’americano medio. Un aspetto sorprendente della vittoria di Trump è stato il sostegno ricevuto da gruppi sociali tradizionalmente associati ai Democratici. Tra gli elettori neri e latinos, una fetta consistente ha scelto il candidato repubblicano, sfidando i paradigmi consolidati della politica americana. Anche il voto femminile, pur rimanendo diviso, ha visto una significativa preferenza per Trump tra le donne bianche. Questo trend riflette un cambiamento culturale e politico profondo, in cui temi come l’aborto e il diritto alle armi hanno polarizzato ulteriormente l’elettorato.
Kamala Harris, la candidata democratica, non è riuscita a invertire la tendenza. La sua campagna ha puntato su temi di giustizia sociale e diritti civili, ma ha mancato di affrontare le condizioni materiali che definiscono il disagio economico della maggioranza degli americani. Tentare di competere con i repubblicani su temi come la sicurezza e il possesso di armi si è rivelato inefficace, se non controproducente. Il malcontento economico ha giocato un ruolo chiave nelle elezioni. Nonostante i dati macroeconomici positivi, come la riduzione dell’inflazione, i salari reali sono rimasti stagnanti o in calo. Le classi medie e popolari, colpite dall’aumento del costo della vita, hanno percepito i Democratici come incapaci di rispondere alle loro esigenze. Il disagio si riflette nei numeri: circa 6,5 milioni di americani vivono in condizioni di povertà assoluta, e il costo dell’assistenza sanitaria e dei beni essenziali rimane proibitivo. È significativo che Trump sia riuscito a capitalizzare su questo malcontento, promettendo un ritorno a un’economia più stabile e “protetta” da influenze esterne.
Con Trump, gli Stati Uniti potrebbero intraprendere una politica estera più isolazionista, come già annunciato dal presidente eletto. Promettendo di porre fine a tutte le guerre, Trump si è allineato a una visione protezionistica che guarda all’interno dei confini nazionali. Tuttavia, la domanda resta: quale sarà il costo di questa strategia? E quanto influenzerà il ruolo globale degli Stati Uniti, soprattutto in un contesto di crescente rivalità tra potenze globali come Cina e Russia?
La sconfitta di Kamala Harris solleva interrogativi sulla strategia elettorale dei Democratici. Nonostante un’enorme quantità di risorse investite nella campagna e il supporto di figure influenti della cultura e dello spettacolo, il partito non è riuscito a intercettare i bisogni e le preoccupazioni degli elettori. Temi come i crimini nella Striscia di Gaza, per esempio, hanno alienato una parte dell’elettorato progressista, mentre il distacco percepito dai problemi quotidiani ha rafforzato l’immagine di Trump come “uomo del popolo”.
Cosa aspettarsi dal futuro
L’America che si risveglia con Trump nuovamente alla Casa Bianca è un paese profondamente trasformato, dove la politica non è più semplicemente uno scontro tra partiti, ma un riflesso delle crescenti disuguaglianze sociali, economiche e culturali. La presidenza 2.0 di Donald Trump segna l’inizio di una fase di transizione cruciale, non solo per gli Stati Uniti ma per il panorama politico globale.
Con un Congresso repubblicano e una Corte Suprema già ultraconservatrice, Trump avrà una libertà d’azione mai vista prima. Le sue promesse di riforme radicali, protezionismo economico e tagli alla spesa pubblica sono destinate a lasciare un’impronta duratura sul paese. In politica interna, ci si può attendere un’ulteriore erosione delle conquiste sociali ottenute negli ultimi decenni, come il diritto all’aborto e le tutele per le minoranze. Allo stesso tempo, il rafforzamento delle leggi sul possesso di armi e un possibile inasprimento delle politiche sull’immigrazione potrebbero polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica.
Sul fronte economico, Trump promette un ritorno al benessere con politiche protezionistiche e incentivi per riportare le produzioni in America. Tuttavia, il rischio di una recessione immediata, legata a un aumento dei prezzi delle importazioni e a tensioni commerciali globali, è concreto. Il protezionismo potrebbe isolare gli Stati Uniti in un mondo sempre più interconnesso, mettendo alla prova la resilienza delle economie locali e il potere d’acquisto della popolazione.
In politica estera, l’approccio isolazionista di Trump potrebbe rimodellare le alleanze tradizionali degli Stati Uniti. Promettendo di “mettere fine a tutte le guerre”, il presidente eletto si presenta come un sostenitore della politica del “prima gli americani”. Tuttavia, questo potrebbe implicare un disimpegno dagli scenari internazionali più complessi, lasciando un vuoto che altre potenze, come Cina e Russia, potrebbero sfruttare. Anche il ruolo degli Stati Uniti nella lotta al cambiamento climatico sembra destinato a ridursi, in linea con la narrativa che minimizza l’emergenza ambientale come un’invenzione delle élite progressiste.
La sfida per i Democratici, ora, è epocale. La sconfitta di Kamala Harris ha evidenziato l’incapacità del partito di connettersi con le fasce più vulnerabili della popolazione, che si sono sentite escluse dalle politiche economiche e sociali degli ultimi anni. Il fallimento di una campagna percepita come distante dai problemi reali delle persone comuni, soprattutto quelle delle classi popolari e medie, sottolinea l’urgenza di una riflessione strategica.
Per riconquistare terreno, i Democratici devono tornare a parlare delle condizioni materiali degli elettori, affrontando temi come la precarietà economica, il costo della vita e le disuguaglianze sociali. L’opposizione non può più limitarsi all’anti-trumpismo: deve proporre una visione alternativa chiara, radicata in soluzioni concrete che migliorino la vita quotidiana delle persone. Questo significa lavorare per una sanità accessibile, un sistema fiscale più equo e politiche che garantiscano salari dignitosi e tutele lavorative. Inoltre, i Democratici devono ricostruire una narrazione capace di mobilitare le energie progressiste emerse negli ultimi anni. Movimenti come Black Lives Matter e le campagne per un Green New Deal hanno dimostrato che c’è una base sociale pronta a lottare per un cambiamento strutturale. Ma questa base deve sentirsi rappresentata da un partito che non si limiti a raccogliere fondi dalle élite, ma che sia capace di ascoltare e integrare le richieste delle fasce più deboli della popolazione.
La vittoria di Trump non è solo un fenomeno americano, ma un segnale di un cambiamento globale. Lo spostamento a destra negli Stati Uniti si riflette in dinamiche simili viste in Europa e Asia, dove il disagio economico e l’incertezza politica hanno alimentato l’ascesa di movimenti conservatori e populisti. Questo rende ancora più urgente un confronto internazionale su come combattere le disuguaglianze e rispondere alle sfide del XXI secolo, come la crisi climatica e le trasformazioni tecnologiche. L’America di Trump rappresenta un monito per le democrazie di tutto il mondo: ignorare le disuguaglianze sociali e il malcontento delle classi popolari significa lasciare spazio a leader che promettono soluzioni semplici a problemi complessi. La sfida, ora, è costruire un’alternativa credibile che sia in grado di rispondere a queste tensioni senza sacrificare i valori democratici e inclusivi.
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BRICS: La sfida all’ordine mondiale e il futuro della geopolitica globale
di Francesco Bedeschi
Il 16° summit dei BRICS, tenutosi a Kazan, ha segnato una nuova fase per il gruppo, che ora include otto membri (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti). La retorica ufficiale del summit ha sottolineato il ruolo del blocco come forza emergente per un mondo multipolare, capace di ridefinire gli equilibri globali.
Tuttavia, i BRICS non sono un’entità omogenea. Sebbene condividano una critica all’ordine mondiale dominato dall’Occidente, ogni membro porta al tavolo interessi e priorità differenti. Cina e Russia spingono per una rottura con il sistema euro-atlantico, mentre Brasile, India e Sudafrica sembrano più interessati a riformare l’ordine esistente piuttosto che sostituirlo con uno nuovo. Questa diversità è una risorsa o un limite?
La risposta non è semplice. Da un lato, il pluralismo all’interno dei BRICS potrebbe rafforzarne la capacità di rappresentare una vasta gamma di interessi del Global South, rendendoli un forum inclusivo. Dall’altro, le rivalità geopolitiche, come quelle tra India e Cina, rischiano di minare la loro efficacia come blocco coeso. Ad esempio, la recente disputa sui confini tra Pechino e Nuova Delhi, sebbene temporaneamente mitigata, rimane una potenziale fonte di instabilità.
Uno dei temi centrali del summit è stato l’obiettivo di ridurre la dipendenza globale dal dollaro. La Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, è al centro di questa strategia. Finora ha finanziato progetti per 33 miliardi di dollari, dimostrando che il gruppo può offrire alternative concrete alle istituzioni tradizionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
Il leader russo Vladimir Putin ha rilanciato il tema della de-dollarizzazione, evidenziando i vantaggi dell’utilizzo di valute locali per i commerci intra-BRICS. Tuttavia, il predominio del dollaro nel sistema finanziario globale è ancora schiacciante: quasi il 60% delle transazioni internazionali avviene in dollari, e la creazione di un sistema alternativo richiederà tempo e risorse significative. Ma la domanda rimane: la de-dollarizzazione è un obiettivo raggiungibile o una semplice dichiarazione di intenti? Se da un lato l’indipendenza finanziaria potrebbe proteggere i paesi BRICS dai rischi geopolitici e dalle sanzioni, dall’altro l’implementazione di un sistema globale alternativo richiede un livello di coordinamento tra i membri che il blocco, al momento, non sembra ancora possedere.
Oltre agli aspetti economici, i BRICS si trovano a operare in un contesto geopolitico complesso. La guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente hanno accentuato le divisioni tra i membri e il loro rapporto con l’Occidente. Mentre Cina e Russia vedono nei BRICS uno strumento per contrastare il predominio occidentale, altri membri come India e Sudafrica preferiscono mantenere legami diplomatici e commerciali con Europa e Stati Uniti.
Un esempio emblematico di questa tensione è l’approccio del Brasile. Sebbene il presidente Lula abbia sottolineato l’importanza di un ordine multipolare, il paese mantiene rapporti economici solidi con l’Occidente. Lo stesso vale per l’India, che bilancia la sua partecipazione ai BRICS con la cooperazione militare e commerciale con gli Stati Uniti.
Queste contraddizioni sollevano un interrogativo fondamentale: i BRICS possono davvero fungere da contrappeso all’Occidente, o rischiano di rimanere un mosaico di interessi divergenti? Nonostante le divisioni, i BRICS continuano a espandersi. Con l’ingresso di Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, il blocco rappresenta oggi metà della popolazione mondiale e il 35% del PIL globale. Inoltre, una lunga lista di paesi, tra cui Arabia Saudita e Turchia, ha espresso interesse a unirsi al gruppo.
Tuttavia, la capacità dei BRICS di trasformarsi in un attore globale influente dipende dalla loro abilità di superare le rivalità interne e definire un’agenda comune. La critica all’ordine occidentale può essere un punto di partenza, ma non è sufficiente per costruire un sistema alternativo. I BRICS devono affrontare domande difficili: come bilanciare il predominio economico della Cina con le aspirazioni di autonomia degli altri membri? Come conciliare le posizioni anti-occidentali di alcuni paesi con l’approccio più moderato di altri?
Di fronte alla crescita dei BRICS, l’Occidente deve decidere come reagire. Ignorare o minimizzare il loro impatto non è più un’opzione. Piuttosto, Stati Uniti ed Europa potrebbero trarre beneficio da una riforma delle istituzioni globali che renda il sistema più inclusivo e rappresentativo. Un ordine mondiale più equo potrebbe smorzare le critiche radicali e incoraggiare i membri dei BRICS a collaborare all’interno di un quadro internazionale riformato. Tuttavia, il rischio è che l’Occidente continui a ignorare queste richieste, spingendo ulteriormente il Global South verso piattaforme alternative. Il futuro dei BRICS dipenderà dalla loro capacità di evolversi da un forum di economie emergenti a un attore geopolitico globale. Riusciranno a costruire un sistema finanziario autonomo e a definire una politica comune che superi le divisioni interne?
Al contempo, l’Occidente si trova di fronte a una scelta cruciale: riformare l’ordine esistente per includere le potenze emergenti o rischiare di vederlo frammentare. La domanda non è solo se il mondo diventerà multipolare, ma quale forma assumerà questo multipolarismo. I BRICS rappresentano una sfida e un’opportunità per ridefinire il futuro della governance globale, ma il loro successo dipenderà dalla capacità di superare le contraddizioni che ne caratterizzano la struttura. In un mondo sempre più frammentato, il summit di Kazan offre un’anteprima delle trasformazioni in atto. Ma la strada verso un nuovo ordine mondiale resta lunga e incerta, con i BRICS che camminano su un filo sottile tra ambizioni globali e realtà locali.
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nuovo-ordine-globale-quale-multipolarismo-186757
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brics-lamerica-latina-tra-dubbi-e-nuove-alleanze-187804
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-brics-questione-di-status-187805
La COP29 di Baku: “una montagna di lavoro ancora da fare”, di Liliana Cori
La COP29 di Baku, in Azerbaigian, si è chiusa con un accordo, e non era affatto scontato. La 29° Conferenza delle parti sul cambiamento climatico delle Nazioni unite ha polarizzato per qualche giorno l’attenzione su un problema molto grave e nel contempo sfuggente, che sta minacciando il presente e il futuro della vita sulla terra (https://unfccc.int/news/cop29-un-climate-conference-agrees-to-triple-finance-to-developing-countries-protecting-lives-and).
Due i risultati da registrare.
Il nuovo obiettivo quantitativo globale 2025-2035
I 39 paesi più “sviluppati” (una lista del 1992) trasferiranno agli altri “almeno” 300 miliardi di dollari (286 miliardi di euro) all’anno, entro il 2035, “attingendo a un’ampia varietà di fonti, private o pubbliche”, quindi non solo erogazioni dai fondi pubblici ma anche prestiti dalle banche di sviluppo, finanziamenti privati che i paesi riescono a mobilitare, ma anche fondi da paesi definiti “in via di sviluppo” come Cina, Corea del Sud e paesi OPEC del Golfo (i compartimenti in cui vengono suddivisi i paesi sono interessanti da esaminare: https://unfccc.int/parties-observers).
L’entrata in vigore dell’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi e i mercati del carbonio.
Anche questo risultato è stato contestato in più parti: la piena operatività dell’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi significa far partire i mercati internazionali del carbonio dopo anni di complesse negoziazioni. Si tratta di meccanismi di compensazione che rispondono al principio “chi inquina paga”: funzionano con l’acquisto e lo scambio di permessi di emissione tra paesi, aziende e individui. Il capo negoziatore della COP29 Yalchin Rafiyev ha annunciato con orgoglio di aver sbloccato “una delle sfide più complesse della diplomazia climatica”. Anche se manca un sistema di sanzioni e di una tempistica degli interventi il nuovo accordo introduce finalmente un sistema internazionale per lo scambio di crediti che prevede standard globali.
Insomma, bisogna essere soddisfatti? Tutto sembrava volgere al peggio, il terzo anno in cui i negoziati sono stati ospitati da un paese petrolifero e governato da un regime autoritario, dopo Egitto e Emirati Arabi Uniti, la presidenza dell’Azerbaigian ha addirittura escluso alcuni paesi dalle consultazioni, mentre ha permesso all’Arabia Saudita di modificare i testi per eliminare qualsiasi avanzamento rispetto all’uscita dai combustibili fossili. In effetti i lobbisti del settore fossile erano 1.770 e c’era ben poco spazio per protestare.
Gli scienziati sono stati tenuti ai margini delle trattative, sono scomparsi dalle delegazioni nazionali per venir sostituiti da personaggi dai solidi interessi, come i rappresentanti di Eni, Italgas, Edison, Snam e Confindustria nella delegazione italiana. Ma sarà difficile anche scordare la scena delle attiviste e attivisti che, pur essendo regolarmente autorizzati a protestare all’interno dello spazio loro concesso, non hanno potuto urlare e quindi hanno mormorato la loro protesta.
Alla fine il segretario dell’UNFCCC Simon Stiell ha dichiarato: “Nessuna nazione ha ottenuto ciò che voleva, e lasciamo Baku con una montagna di lavoro ancora da fare”.
I commenti
La cifra concordata a Baku significa triplicare le risorse programmate finora, ma è ben lontana dai 1.300 miliardi che chiedevano i G77 (un’organizzazione intergovernativa di 134 paesi “in via di sviluppo” – https://www.g77.org/) sulla base di un importante report dell’Independent High Level Expert Group (IHLEG) on Climate Finance: “Aumentare le ambizioni e accelerare l’erogazione dei finanziamenti per il clima” (https://www.lse.ac.uk/granthaminstitute/publication/raising-ambition-and-accelerating-delivery-of-climate-finance/).
Insomma, il risultato finanziario è stato così deludente che l’alleanza degli stati insulari (Aosis), il gruppo che promuove le politiche più ambiziose e che soffre in modo più diretto del cambio climatico, ha deciso di abbandonare il negoziato addirittura la sera prima della chiusura.
“Questo testo non è altro che un’illusione ottica, che a nostro avviso non risponde all’enormità della sfida che affrontiamo”, ha detto la delegata indiana Chandni Raina, e insieme alla Nigeria ha accusato gli stati ricchi di non averli neanche consultati.
Tracy Carty di Greenpeace International ha commentato: “Non c’è alcuna garanzia sul come verrà raggiunto questo obiettivo finanziario, attraverso prestiti o finanziamenti privati oppure con i finanziamenti pubblici di cui i paesi in via di sviluppo hanno disperatamente bisogno. Se i paesi sviluppati sono preoccupati, non possiamo dimenticare i miliardi di dollari di profitti che le compagnie petrolifere e del gas inquinanti continuano a realizzare, e mandiamo loro il conto. C’è un barlume di speranza per disegnare una roadmap entro la prossima COP30, per aumentare i finanziamenti: deve essere una roadmap per far pagare chi inquina».
Le previsioni di questa COP29 a Baku, dominata dall’industria del petrolio, erano molto negative, e si prepara un piatto difficile per la COP30 che si terrà in Brasile, a Belém e che si troverà ancora immutato il problema maggiore: fare in modo che i paesi di impegnino a uscire dalle fonti fossili.