FOCUS UNIONE EUROPEA – Dicembre 2024

L’Unione Europea di fronte alla policrisi: una sintesi del rapporto EuroMemorandum 2024

di Francesco Bedeschi

L’EuroMemorandum 2024, redatto dal Gruppo EuroMemo, affronta con urgenza le sfide che l’Unione Europea deve fronteggiare, definendo l’attuale situazione come una policrisi: una sovrapposizione di shock interconnessi che amplificano reciprocamente i propri effetti. Da un lato, si osservano sfide globali come il cambiamento climatico, la pandemia Covid-19 e la crisi energetica; dall’altro, fattori geopolitici, sociali ed economici quali la guerra in Ucraina, l’ascesa delle disuguaglianze e una crescente instabilità democratica. Il rapporto denuncia l’inadeguatezza delle risposte politiche dell’UE, proponendo invece una svolta radicale e progressista.

Il primo punto critico è rappresentato dal contesto macroeconomico. Nel 2023, il PIL dell’UE è cresciuto di un misero 0,6%, mentre dieci Stati membri hanno registrato una crescita negativa, come la Germania (-0,3%). La politica monetaria restrittiva della BCE ha giocato un ruolo centrale, con un aumento aggressivo dei tassi di interesse dallo 0% al 4,5% nel giro di un anno. Questo ha avuto effetti devastanti: la contrazione dei prestiti bancari ha penalizzato famiglie e imprese, aggravando ulteriormente la stagnazione economica. 

Il rapporto critica anche l’eccessiva enfasi posta dall’UE sul controllo dell’inflazione, considerata una “soluzione sbagliata a un problema sbagliato”. L’inflazione degli ultimi anni, infatti, è stata principalmente determinata da fattori esterni come i rincari energetici e le interruzioni delle catene di approvvigionamento, non da una spirale salari-prezzi. Nonostante ciò, le politiche di austerità e il mantenimento del Patto di Stabilità e Crescita (PSC) continuano a soffocare le economie europee, limitando gli investimenti pubblici necessari per la transizione ecologica e sociale.

Le politiche economiche dell’UE hanno contribuito ad acuire le disuguaglianze sociali e regionali. Nel 2023, il 22% della popolazione europea era a rischio di povertà o esclusione sociale, con picchi più alti nell’Europa meridionale e orientale. In parallelo, il rapporto tra i redditi del 20% più ricco e del 20% più povero della popolazione è rimasto drammaticamente alto. Queste disparità si riflettono anche nel mercato del lavoro. Sebbene il tasso di disoccupazione aggregato sia sceso al 6,6%, in alcuni Paesi le cifre rimangono molto più alte, con giovani, donne e lavoratori a basso reddito particolarmente colpiti. Inoltre, l’aumento dell’occupazione precaria e dei salari stagnanti ha esacerbato la crisi del costo della vita, rendendo molte famiglie vulnerabili alla povertà. La crisi della cosiddetta riproduzione sociale (ovvero la capacità delle società di sostenere il benessere dei propri cittadini attraverso servizi pubblici e infrastrutture sociali) è stata aggravata dal ritorno all’austerità. Ospedali sotto finanziati, scuole con personale insufficiente e servizi sociali inadeguati sono alcuni dei segnali più evidenti di un welfare in declino.

Il rapporto dedica ampio spazio alle critiche verso il Green Deal (EGD), considerato incapace di affrontare efficacemente la crisi climatica. La dipendenza dell’UE da tecnologie speculative come la cattura e stoccaggio del carbonio (CCUS) viene definita rischiosa e controproducente, sia per i costi elevati che per i rischi ambientali connessi. L’EuroMemo propone un approccio alternativo:

  • Separare chiaramente le strategie di riduzione delle emissioni da quelle di cattura del carbonio;

  • Puntare su politiche di rimboschimento, rigenerazione delle torbiere e rafforzamento dei pozzi naturali di assorbimento del carbonio;

  • Implementare un piano vincolante di riduzione graduale delle emissioni entro il 2030, 2040 e 2050.

Nonostante le ambizioni dichiarate dal Green Deal, la realtà è che l’UE continua a privilegiare progetti come l’energia nucleare e l’idrogeno, tralasciando soluzioni più sostenibili e socialmente inclusive.

Successivamente, il tema della migrazione è affrontato con una critica diretta al sistema securitario dell’UE, definito inefficace. Il Regolamento di Dublino, che concentra il peso dell’accoglienza sui Paesi di primo approdo, è giudicato insostenibile. Invece, il rapporto suggerisce di creare un sistema di accoglienza solidale e di integrare meglio le politiche migratorie con quelle del mercato del lavoro. Il rapporto sottolinea i rischi legati alla crescente militarizzazione dell’UE, alimentata dalla dipendenza dagli Stati Uniti e dalla rivalità tra Cina e Stati Uniti. Viene criticata l’assenza di una strategia autonoma che possa evitare il coinvolgimento europeo in conflitti globali. Le dinamiche di sicurezza, secondo il rapporto, rischiano di distrarre l’UE dalle sfide interne, come la crisi climatica e la transizione energetica.

Per superare queste sfide, l’EuroMemorandum 2024 propone un’agenda radicale basata su politiche di lungo termine:

Investimenti pubblici massicci: Creare un bilancio UE equivalente al 5% del PIL, finanziato da tasse sui super profitti e sulle grandi ricchezze.

Una nuova governance economica: Riformare il PSC introducendo una “regola d’oro” per esentare gli investimenti ecologici dai vincoli di bilancio.

Riforma della BCE: Estendere il mandato della BCE per includere obiettivi di piena occupazione e sostenibilità, abbandonando l’ossessione per un’inflazione al 2%.

Sostenibilità sociale: Promuovere salari più equi, rafforzare la contrattazione collettiva e investire in un’economia della cura.

Infine, iI rapporto si chiude con un appello alla trasformazione socio-ecologica dell’Europa, evidenziando l’urgenza di politiche che mettano al centro la sostenibilità, l’equità sociale e la democrazia economica. L’Unione Europea, di fronte a questa policrisi, deve scegliere se continuare su un percorso insostenibile o adottare una nuova visione capace di rispondere alle sfide del presente e del futuro.

Il Rapporto Euromemorandum 2024: L’Ue di fronte alla policrisi: che fare? – Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Euromemorandum 2024, EuroMemoGroup

Verso un mondo in guerra

di Gaia Impenna

Svezia. Il 18 novembre 2024 la protezione civile svedese ha pubblicato una brochure con consigli e raccomandazioni per preparare la popolazione in caso di emergenza o guerra.

Si tratta di un opuscolo stampato in 5 milioni di copie disponibile in formato digitale e in altre lingue che è stato inviato via posta alle famiglie svedesi. “Non è un segreto che la situazione della sicurezza sia peggiorata rispetto alla pubblicazione dell’ultimo opuscolo nel 2018” afferma il ministro della Difesa svedese Carl-Oskar Bohlin, e dunque “è necessario aggiornare le informazioni fornite alle famiglie svedesi per riflettere la situazione attuale”. L’obiettivo del governo svedese è quello di informare la popolazione attraverso raccomandazioni e consigli pratici qualora fosse coinvolta in un conflitto, ad esempio come reagire in caso di raid aerei e cosa conservare in dispensa.

Questa non è la prima volta che la Svezia presenta un’iniziativa simile; infatti, altri opuscoli analoghi sono stati distribuiti dal governo durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni della Guerra Fredda. La decisione di aggiornare le raccomandazioni nasce successivamente allo scoppio della guerra in Ucraina ed è motivata dalla crescente paura di un allargamento del conflitto. L’iniziativa svedese non è isolata nel panorama europeo, il governo norvegese ha distribuito un opuscolo simile, mentre in Finlandia e Danimarca è disponibile un volantino digitale con analoghe raccomandazioni in caso di conflitto.

 

Sicurezza europea. Gli stati del Nord Europa non sono i soli a manifestare una crescente preoccupazione per un’escalation del conflitto. A livello comunitario, infatti, il 6 novembre è stata confermata la nomina del commissario europeo per la Difesa e lo spazio. Per la prima volta la Commissione europea ha ritenuto necessaria una figura che si dedichi esclusivamente al settore difesa, sottolineando l’importanza che questo ambito riveste oggi.

L’urgenza di costituire una nuova architettura securitaria europea emerge anche dal Rapporto Draghi, che sottolinea la necessità di modificare l’approccio europeo nei confronti dell’industria della difesa e di puntare sull’aumento della sua competitività.

Il nuovo European Defence Industry Programme – EDIP – ne è la manifestazione. Secondo l’EDIP sono stati infatti stanziati 1.5 miliardi di euro per attivare una collaborazione tra i paesi europei produttori di armamenti.

La Commissione, inoltre, elaborerà nuove proposte volte a indirizzare l’Europa verso un sempre maggior rafforzamento del comparto securitario. I paesi, a loro volta, saranno chiamati a coordinare la spesa per il settore della difesa, promuovendo azioni coordinate e progetti comuni.

La necessità di adottare iniziative più concrete è dunque evidente e quantomai urgente. Non solo la Svezia, infatti, ha pensato fosse necessario prepararsi a scenari estremi, anche a livello comunitario la tendenza è quella di considerare scenari di questo tipo come possibili.

 

L’urgenza di costituire una nuova architettura securitaria europea emerge anche dal Rapporto Draghi, che sottolinea la necessità di modificare l’approccio europeo nei confronti dell’industria della difesa e di puntare sull’aumento della sua competitività.

Il nuovo European Defence Industry Programme – EDIP – ne è la manifestazione. Secondo l’EDIP sono stati infatti stanziati 1.5 miliardi di euro per attivare una collaborazione tra i paesi europei produttori di armamenti.

La Commissione, inoltre, elaborerà nuove proposte volte a indirizzare l’Europa verso un sempre maggior rafforzamento del comparto securitario. I paesi, a loro volta, saranno chiamati a coordinare la spesa per il settore della difesa, promuovendo azioni coordinate e progetti comuni.

La necessità di adottare iniziative più concrete è dunque evidente e quantomai urgente. Non solo la Svezia, infatti, ha pensato fosse necessario prepararsi a scenari estremi, anche a livello comunitario la tendenza è quella di considerare scenari di questo tipo come possibili.

 

Rapporto SIPRI 2024. Il rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma ha riportato i principali dati circa le spese militari nel 2023. Nell’anno analizzato è stato registrato il record storico di 2.4 miliardi di dollari spesi, ovvero un aumento del 6.8% della spesa globale rispetto al 2022.

Gli Stati Uniti rimangono al primo posto nella classifica mondiale per spesa in ambito militare; tuttavia, l’incremento del budget europeo dedicato al comparto della difesa in risposta alla guerra Russo-Ucraina è evidente. Infatti, 39 dei 43 stati europei ha aumentato la propria spesa militare; in particolare, l’Italia nel 2024 ha avuto una crescita del 5.1% rispetto al 2022 con una spesa di circa 29 miliardi di euro. Il SIPRI sottolinea come la tendenza europea ad avvicinarsi sempre di più ad un clima di guerra – resa evidente sia a livello di singoli paesi con l’esempio svedese, sia a livello comunitario con l’EDIP – remi contro gli obiettivi di giustizia globale e di disarmo.

 

La guerra in Ucraina è l’origine più evidente di questo senso di insicurezza che coinvolge gli stati europei e che ha spinto i decisori politici del Vecchio Continente a “correre ai ripari” puntando su una politica di riarmo.

Tuttavia, il conflitto russo-ucraino è solo uno dei teatri di guerra che hanno portato ad un clima di tensione globale. Le immagini di morte e distruzione ci fanno pensare che sarà molto difficile fermare questa “corsa alle armi” e che l’Europa, soprattutto a seguito dell’elezione del nuovo Presidente americano, non potrà tirarsi indietro da una ridefinizione della sua architettura securitaria.

 

Le decisioni politiche relative ai bilanci della difesa avranno un impatto significativo sul futuro delle crisi globali in corso, influenzando in particolare le risorse mondiali e aggravando i danni ambientali già provocati dai conflitti armati in corso.

La società civile di tutto il mondo si oppone a un futuro dominato dalla guerra e le Giornate globali di azione sulla spesa militare, organizzate dalla Campagna globale GCOMS (*), sono un appello a ridurre le spese militari e a investire nelle sfide globali che richiedono risorse per la pace. 

Il messaggio che queste giornate vogliono esprimere riguarda una vera e propria ridefinizione dell’architettura di sicurezza internazionale basata su cooperazione e dialogo, nonché sull’adozione di politiche che promuovano la pace, la giustizia e la sostenibilità ambientale.

 

(*): https://demilitarize.org/

L’Europa e i Migranti: Sfide e Risposte nell’Europa contemporanea

di Beatrice Bonardi, Elisa Bilancia

Il fenomeno migratorio ha sempre rappresentato una sfida per l’Europa, ma negli ultimi decenni la questione è diventata sempre più centrale nel dibattito politico. Esso è considerato il risultato di molteplici fattori, tra cui guerre, povertà, cambiamenti climatici, instabilità politica e la ricerca di migliori opportunità di vita. I migranti che arrivano in Europa provengono principalmente da Africa, Levante e Asia, e spesso si trovano ad affrontare un lungo e pericoloso viaggio, con l’aspettativa di trovare asilo, lavoro e sicurezza.

L’Unione Europea ha adottato diverse politiche per gestire i flussi migratori che non sempre sono state  efficaci o condivise da tutti gli Stati membri; le politiche di accoglienza, come il sistema di ricollocamento e la gestione delle richieste d’asilo, hanno difatti incontrato numerosi ostacoli. In molti casi, i Paesi europei non sono riusciti a trovare un accordo comune sulla distribuzione dei migranti, causando divisioni tra i Paesi del Sud, che sono maggiormente esposti ai flussi migratori, e quelli del Nord e dell’Est. 

Le difficoltà non si limitano solo alla gestione amministrativa, ma riguardano anche l’integrazione sociale ed economica dei migranti. La presenza di un numero crescente di migranti ha suscitato reazioni contrastanti nelle società europee; se da un lato ci sono Stati e cittadini che accolgono i migranti come una risorsa culturale ed economica, dall’altro lato alcuni gruppi, sostenuti da movimenti populisti, vedono l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza e all’identità culturale europea. Questo ha portato all’aumento di sentimenti xenofobi e nazionalisti, creando tensioni interne e un clima di polarizzazione.

In questo contesto, le risposte dell’Europa sono diverse e, spesso, divisorie. 

Il governo britannico, nel 2024, ha approvato definitivamente una legge che prevede la deportazione dei richiedenti asilo in Rwanda. Secondo il piano, i migranti arrivati illegalmente nel Regno Unito attraverso la Manica verranno trasferiti a Kigali, dove potranno chiedere asilo, se la richiesta viene accolta, possono ottenere lo status di rifugiato, altrimenti avranno la possibilità di chiedere asilo in un altro “paese terzo sicuro”, ma non possono fare ritorno nel Regno Unito. 

Questa misura ha suscitato forti critiche da parte delle Organizzazioni per i diritti umani, che la considerano una violazione del diritto internazionale. Freedom from Torture, Amnesty International e Liberty hanno definito la legge una “disgrazia nazionale”, accusando il Parlamento di minacciare lo stato di diritto. Anche la Corte Europea dei diritti umani e l’Alto commissariato ONU per i rifugiati hanno sollevato dubbi sulla legalità del piano. 

Nonostante il Regno Unito sia stato storicamente un promotore dei diritti umani, questo provvedimento denota un’inversione di rotta, come sottolineato nel recente rapporto di Amnesty International, che parla di un “collasso dell’ordine basato sul diritto internazionale“.

Durante la sua visita ufficiale a Roma a metà settembre di quest’anno, Keir Starmer ha manifestato un chiaro interesse per le politiche migratorie del governo Meloni, sostenendo il “modello Albania“, che prevede l’inserimento di migliaia di persone, comprese quelle vulnerabili, in centri di confinamento e moderne colonie penali. Questo approccio, che si basa su accordi con Paesi terzi, potrebbe, però, comportare la violazione di diritti umani fondamentali. Ciononostante l’obiettivo comune tra i governi resta prioritario ed invariato: “ridurre i flussi migratori”, fermare le partenze, alimentando l’idea di “un’invasione” in Occidente. 

Al Consiglio Europeo c’è un consenso generale sulla necessità di adottare politiche più restrittive sui flussi migratori e i rimpatri, ma il “modello Albania” non trova pieno accordo. I leader dei 27 paesi sono comunque unanimi nel voler rafforzare le politiche di rimpatrio e nella protezione dei confini esterni e interni, nonostante divergano sulle modalità da adottare. 

Nel vertice, i Capi di Stato e di governo hanno chiesto alla Commissione Europea di presentare urgentemente una proposta legislativa per accelerare i rimpatri, utilizzando tutti gli strumenti disponibili, come la diplomazia, lo sviluppo, il commercio e i visti. Inoltre, hanno richiesto di esplorare soluzioni innovative per contrastare la migrazione irregolare, un chiaro riferimento al “modello Albania” proposto dalla premier italiana Giorgia Meloni, sottolineandone alcuni effetti a favore come il contrasto al traffico di esseri umani e all’effetto di deterrenza. I leader hanno discusso anche della possibilità di creare centri di rimpatrio fuori dall’UE, con Paesi Bassi e Danimarca che esplorano rispettivamente accordi con Uganda e Kosovo. Tuttavia, il premier spagnolo Pedro Sánchez si è opposto a queste soluzioni, sostenendo una visione più ampia basata sulla collaborazione con i Paesi di origine e sull’immigrazione regolare, affermando che l’unico modello efficace per affrontare la migrazione irregolare è uno europeo, pragmatico e rispettoso dei valori.  Ma, ad oggi, purtroppo, risulta estremamente difficile individuare nelle politiche dei Paesi occidentali quei principi e valori che hanno ispirato l’Europa.

 

UK: La deportazione dei migranti in Rwanda è legge, ISPI, 24/4/24.

Keir Starmer e il “pragmatismo britannico” sulla pelle degli altri, di Duccio Facchini, ALTRECONOMIA, 1/10/24.

Consiglio Europeo: stretta sui migranti, ISPI, 18/10/24

Georgia e Moldavia, una sfida per l’Unione europea

Segnaliamo un paio di articoli di Paolo Bergamaschi, già consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo, su Georgia e Moldavia.

Dei sei Paesi del Partenariato Orientale quello in cui l’opinione pubblica è più favorevole all’integrazione europea è la Georgia, con percentuali oltre l’80%. A dicembre 2023 la repubblica caucasica ha ottenuto lo status di candidato dell’Unione Europea. Da allora, però, le autorità di Tbilisi hanno adottato leggi che vanno nella direzione opposta.  Da giorni sono in atto proteste contro la decisione del premier Irakli Kobakhidze – il cui partito “Sogno Georgiano” ha vinto le contestate elezioni dello scorso 26 ottobre – di accantonare i colloqui di adesione all’UE almeno fino al 2028. 

L’adesione della Moldavia all’Ue è passata sul filo di lana al referendum del 20 novembre mostrando una profonda spaccatura nella società del Paese dovuta anche ad una propaganda russa sotterranea estremamente insidiosa.

 

. Georgia: la società civile imbavagliata chiede l’Europa

. Georgia e Moldavia: una sfida per l’Unione Europea

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