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A quasi 5 mesi dall’inizio del 2025, sintetizzare in pochi caratteri quanto accaduto sino ad oggi risulta un’impresa pressoché titanica. La prima e più lampante connotazione assunta da questo nuovo anno sul piano geopolitico internazionale è certamente da rintracciare nel consolidamento e rinvigorimento acquisito dalle posizioni nazionaliste ed isolazioniste – ad oggi integrate da politiche protezioniste dal punto di vista economico e commerciale – che già nel corso degli ultimi tre anni avevano trovato terreno fertile (volendo prendere come riferimento le elezioni del Settembre 2022 in Italia).
La rielezione di Donald Trump alle presidenziali statunitensi di Novembre 2024 è certamente da ricollocare nel quadro sopra citato, del quale, si potrebbe inoltre argomentare, rappresenta il massimo compimento.
Ad oggi, il fil rouge della politica trumpiana non manca sicuramente di coerenza rispetto al precedente impegno presidenziale del tycoon: già a seguito del suo primo mandato, durato dal 2016 al 2020, il sistema di cooperazione multilaterale internazionale aveva riscontrato un notevole indebolimento, con particolari ripercussioni su temi nevralgici, quali la transizione ecologica (ricordando il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi del 2015 sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, al quale oggi si somma l’ordine esecutivo, firmato a pochi giorni dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, per il ritiro dall’OMS) e la sicurezza dell’area mediorientale (con il ritiro dall’accordo sul nucleare con l’Iran, di cui gli USA erano partner imprescindibile, che ne rappresenta lo sviluppo più drammatico e dagli effetti potenzialmente più devastanti).
Sul fronte della politica estera, le promesse di giungere ad un’immediata risoluzione dei due conflitti più significativi per gli attuali equilibri geopolitici mondiali, rispettivamente l’invasione russa dell’Ucraina e la crisi in Medioriente, si sono rivelate (come preventivato) un nulla di fatto. Al contrario, il primo incontro del presidente con il leader ucraino Volodymyr Zelensky, avvenuto lo scorso Febbraio, ha piuttosto contribuito ad acuire le tensioni tra USA e Ucraina, indirettamente complicando la posizione di un’Europa sempre più divisa tra i due fronti.
La linea ferrea mantenuta sul piano politico e diplomatico procede parallelamente ad una sempre più aggressiva politica dei dazi, la quale, agendo in modo particolare nei confronti della Cina – destinataria, a seguito di una prima ritorsione, di tariffe pari al 145% -, rende la prospettiva di una guerra commerciale sempre più concreta.
Nonostante un parziale dietrofront sul piano commerciale, tradottosi nella decisione di sospendere le tariffe per 90 giorni (pur mantenendo dazi fissi del 10%) verso i paesi che si sono mostrati disposti a negoziare (tra cui la stessa UE), la direzione imboccata da Trump nei primi mesi dalla sua rielezione non alimenta certo le speranze di chi vorrebbe riportare in auge il multilateralismo e la cooperazione tra Stati quali contestualmente pilastri e principale strategia operativa della comunità internazionale.
A questo già poco confortante quadro si è andata sommando la ripresa delle operazioni militari in Palestina, dove da oltre 18 mesi la popolazione civile è bersaglio di incessanti attacchi da parte delle forze di occupazione Israeliane – con un numero stimato di vittime che rasenta le 50.000 unità, di cui la maggior parte donne e bambini – dovendo al contempo far fronte ad una crescente scarsità di risorse primarie causa i continui blocchi degli aiuti umanitari.
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Nello scenario Russo-Ucraino, la prospettiva di giungere ad un accordo di pace ritenuto “soddisfacente” da ambo le parti risulta, quantomeno nel breve termine, sempre più inattuabile. In quest’ultimo contesto, a seguito di una breve tregua di 30 ore concessa da Vladimir Putin per le feste pasquali (ma nei fatti comunque non rispettata), gli sforzi più recenti sono stati indirizzati al raggiungimento di un cessate il fuoco sui bersagli civili e sulle infrastrutture non militari, richiesta espressamente avanzata da Zelensky.
E l’Europa? A fronte di equilibri globali sempre più precari, alimentati dalla trita retorica dell’imminente minaccia esterna che impone la necessità di provvedere autonomamente alla propria difesa, la strategia del riarmo europeo, per l’attuazione della quale è stato approvato un pacchetto da 800 miliardi di euro da investire nel settore industriale bellico entro il 2030, viene oggi veicolata come l’unica alternativa percorribile per assicurare i confini nazionali ed europei e ristabilire un clima di pace.
Infine, a corollario di una situazione già notevolmente complessa, la scomparsa di Papa Francesco solleva importanti domande circa la direzione socio-politica che la Chiesa vorrà intraprendere con la sua successione. Nei suoi 12 anni di pontificato, e in modo particolare negli ultimi 3 anni, Papa Francesco ha manifestato posizioni di condanna nette nei confronti di questioni quali gli investimenti nella produzione di armi, la mancata salvaguardia e tutela dei diritti dei migranti e dei rifugiati, o ancora l’assenza di misure adeguate per contrastare il cambiamento climatico. In una congiuntura di eventi di portata storica, che ci condurrà ad assistere ad un Conclave in concomitanza ad un Giubileo, quale soluzione possiamo aspettarci rispetto all’elezione del nuovo pontefice? Continuità o rottura? Come l’attuale scenario politico, e le figure di potere che ne controllano e determinano le dinamiche, potrebbero, più o meno indirettamente, influire sulla scelta finale?
GLI OBIETTIVI GENERALI DI ATTIVANZA
In questo contesto così complesso, ATTIVANZA, coerentemente con la propria vision e mission, si pone obiettivi ben precisi:
- migliorare la qualità della rappresentanza politica tramite una classe dirigente preparata sulle priorità dello Sviluppo sostenibile e intenzionata ad improntare un dialogo basato sui principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale (decolonizzata), elementi fondamentali dell’assetto istituzionale che la comunità occidentale si è dato e in cui fortemente crediamo;
- rendere le principali Istituzioni per la convivenza globale sempre più “efficaci, responsabili e trasparenti” con un sistema di governance pubblica “aperto a tutti, partecipativo e rappresentativo a tutti i livelli” garantendo il ruolo centrale della Politica nel processo decisionale a tutela del pubblico interesse;
- promuovere la partecipazione civica a sostegno dell’azione politica di cittadinanza.
Per dare concreta attuazione al secondo obiettivo strategico, ATTIVANZA ha creato un gruppo di lavoro ad hoc chiamato Società civile globale, il cui scopo è quello di creare dialogo su tematiche e questioni di portata globale, sviluppare un network interessato a cambiare linea d’azione, diffondere i valori della diplomazia, della pace, di un dialogo sano basato sul confronto costruttivo, della cooperazione internazionale in chiave post-coloniale.
Il gruppo è formato da ragazze e ragazzi con studi internazionali alle spalle, interessati alle dinamiche geopolitiche che riguardano il mondo di oggi e che vogliono apportare un contributo concreto e serio nella società tramite il proprio impegno in ATTIVANZA.
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