FOCUS INTERNAZIONALE – Novembre 2025

La “qualità” della democrazia – Il Sudan: una promessa democratica interrotta, a cura del gruppo di ATTIVANZA “Società civile globale” (Elena P., Leonardo, Francesca)

A un anno dalla rielezione di Donald Trump alla carica di presidente degli Stati Uniti, e da poco superato il giro di boa della legislatura di Giorgia Meloni in Italia, l’ascesa dei populismi di matrice nazionalista e conservatrice di estrema destra sembra aver subito un’ulteriore accelerazione nel corso del 2025.

La caratteristica dei regimi di estrema destra affermatisi nel corso degli ultimi anni, nelle parole del filosofo politico Emanuele Profumi, è quella di costituire il massimo compimento di un processo di “antidemocratizzazione” della democrazia stessa, da ricondurre all’affermarsi della società consumistica di massa. Alla stregua di Profumi, Michael J. Sandel individua nell’affermazione dell’economia neoliberista – ontologicamente improntata all’esaltazione del singolo individuo a discapito della dimensione comunitaria –  il momento storico nel quale l’azione collettiva connaturata al concetto di democrazia e il senso di potere – inteso quale possibilità di influenzare concretamente i processi decisionali condotti a livello istituzionale – dei cittadini hanno iniziato ad erodersi, producendo politiche sempre più polarizzate e divisive.

Una diversa interpretazione dei fattori che hanno portato alla degenerazione del sistema globale post-1945 – fondato, per l’appunto, sulla presunta solidità e condivisa accettazione dei valori della democrazia e della cooperazione internazionale – è proposta dal sociologo ed economista Mauro Magatti, il quale imputa il recente arretramento della democrazia alla convergenza di quattro fattori: tre di ordine interno – o nazionale – e uno da collocarsi sul piano esterno – o globale.

Tra i fattori di ordine nazionale, Magatti individua le crescenti disuguaglianze economiche interne ai singoli Stati – che “mettono in discussione la stessa legittimazione delle istituzioni democratiche-, la degenerazione della sfera pubblica – la cui conseguenza principale risulta nell’estrema polarizzazione del dibattito politico, favorita anche dall’avvento dei social media -, ed infine la disfunzionalità dei processi istituzionali

Dal punto di vista globale, i rapidi e a tratti nevrotici cambiamenti degli equilibri geopolitici mondiali, di cui l’attacco all’Ucraina per mano della Russia di Vladimir Putin nel febbraio 2022 ha costituito un potente destabilizzatore, sono risultati nella sempre più veemente affermazione delle autocrazie. 

Poniamo ora particolare attenzione al secondo dei tre fattori interni sopra-citati, vale a dire la degenerazione della sfera pubblica; l’interpretazione più diffusa nell’immaginario collettivo circa il ruolo ricoperto dai cittadini – che nella tradizione democratica si configurano come i principali attori della sfera pubblica interna a ciascuno Stato – concerne la questione della partecipazione elettorale. Il diritto di voto, diventato elemento centrale al discorso democratico a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, certamente costituisce una componente strutturale fondamentale di qualsivoglia regime che si dichiari democratico. Tuttavia, ridurre l’indice di democraticità di uno Stato alla partecipazione elettorale o, trattando la questione alla radice, alla garanzia del suffragio universale, è fuorviante quanto semplicistico

Una simile visione limita di fatti considerevolmente il margine di “operatività” – assimilabile al concetto di potere popolare di cui sopra – dei cittadini, riducendo la sfera del loro intervento alla “semplice” (seppur fondamentale ed imprescindibile) scelta di chi dovrebbe rappresentarli, attingendo da una preconfezionata pletora  di candidati. 

Ora, il punto d’arrivo della presente riflessione non intende certamente sfociare in una svalutazione della dimensione elettorale all’interno di un sistema democratico: tuttavia, abbracciando l’interpretazione del filosofo politico Aldo Capitini, secondo il quale il cuore della  democrazia coincide con “l’eguale condivisione del potere sociale di chi partecipa alla comunità politica, risulta ben chiaro come la qualità democratica di uno Stato non possa essere misurata solo sulla base di indicatori formali quali – oltre alla già citata presenza di elezioni – la separazione dei poteri o la possibilità di vivere in una società libera e aperta. 

Al contrario, la qualità democratica è la somma di condizioni materiali e immateriali che permettono ai cittadini di partecipare davvero, di informarsi, di far valere i propri diritti e di avere fiducia nelle istituzioni. È un equilibrio precario che richiede uno Stato funzionante, una società civile presente, un ambiente sicuro. 

Prendiamo ora in considerazione il caso del Sudan quale esempio pratico di contesto in cui tutte le suddette condizioni sono venute meno in modo drammatico, fino a rendere la stessa idea di democrazia non solo fragile, ma irrealizzabile.

“Il Sudan è l’emblema della tempesta perfetta… Stiamo perdendo un’intera generazione”, afferma Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i Rifugiati, descrivendo correttamente le problematiche del Paese africano. Nel 2019, dopo trent’anni di regime autoritario di al-Bashir, la popolazione mostrò una forza civile straordinaria: studenti, lavoratori, professionisti e soprattutto donne animarono proteste che portarono alla caduta del dittatore, un raro momento di partecipazione e organizzazione politica dal basso. Seguì un governo di transizione, destinato a condurre a elezioni e a ridurre il potere dei militari. Ma il Sudanese Armed Forces (SAF) di al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Hemedti non intendevano cedere il potere. Il colpo di Stato del 2021 chiuse la fase di apertura e, dal 2023, il conflitto tra i due gruppi esplose in una guerra totale. Il Sudan vive oggi una catastrofe umanitaria: oltre 14 milioni di sfollati interni, la crisi più grande al mondo; 30 milioni necessitano di aiuti immediati; l’ONU parla di genocidio.

La guerra ha prodotto una frammentazione estrema: le RSF controllano il Darfur, dove sono documentati massacri, violenze sessuali e attacchi contro comunità come i Masalit, in continuità con la pulizia etnica che tra il 2003 e il 2009 ha causato oltre 600 mila morti. Il SAF controlla parti del nord e dell’est, aree strategiche, usando bombardamenti indiscriminati e arresti arbitrari. Ampie zone restano senza autorità, esposte a saccheggi e violenze. I diritti e lo spazio civico del 2019 sono scomparsi sotto la militarizzazione totale.

Si aggiunge la guerra dell’informazione: propaganda da entrambe le parti, internet oscurato, giornalisti minacciati o in fuga, diaspora bersaglio di disinformazione. Senza informazione libera non può esistere opinione pubblica, né qualità democratiche. I media occidentali ignorano una crisi in cui milioni fuggono o muoiono.

Il Sudan è anche un nodo geopolitico: gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di sostenere le RSF per l’oro; l’Egitto appoggia il SAF per ragioni di stabilità del Nilo; la Russia mantiene un ruolo ambiguo cercando accesso al Mar Rosso; Stati Uniti e Arabia Saudita tentano mediazioni fragili. L’ingerenza straniera alimenta il conflitto e ostacola un processo politico. L’UE, pur finanziando aiuti e chiedendo un cessate il fuoco, resta marginale. Potrebbe invece fare pressione sui Paesi del Golfo e sull’Egitto, sfruttando i propri legami per favorire negoziati. La stabilizzazione del Sudan sarebbe un imperativo morale e strategico, utile anche a prevenire nuove crisi migratorie nel Corno d’Africa.

La storia recente del Sudan è quella di una promessa democratica interrotta: una società civile forte, uno Stato incapace di trasformarla in istituzioni stabili, e un rapido collasso istituzionale. Mostra quanto la democrazia sia fragile quando mancano partecipazione, diritti, istituzioni solide e informazione libera. È un monito universale: le democrazie non crollano solo con i colpi di Stato, ma anche quando si erodono lentamente le condizioni che le sostengono.

Raccontare questa storia significa mantenere viva l’attenzione su una crisi che rischia di scomparire dal dibattito pubblico e ricordare che la qualità democratica richiede un impegno costante, perché una volta compromessa è difficilissima da ricostruire.

Note:

  1.  Ai due sopra-citati esempi si potrebbero aggiungere, nel contesto europeo, le elezioni presidenziali in Polonia, che hanno visto la vittoria di Karol Nawrocki, candidato indipendente ma sostenuto dalla formazione di estrema destra Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS), e le elezioni federali in Germania, il cui esito ha consolidato la presenza dell’Unione CDU/CSU di matrice democristiana all’interno del Bundestag e ha portato all’elezione di Friedrich Merz alla carica di cancelliere. Interessante ai fini del presente articolo risulta inoltre il processo elettorale attualmente in corso in Cile, che vedrà al ballottaggio – previsto per il prossimo 14 dicembre – la candidata del Partito Comunista Jeanette Jara contro il candidato ultraconservatore e leader del Partito Repubblicano José Antonio Kast. 
  2. Per approfondire il ruolo del capitalismo e dell’economia neoliberista nella progressiva neutralizzazione ed antidemocratizzazione della politica, si veda https://economiacircolare.com/profumi-crisi-ambientali-servitu-democratica/
  3.  Sandel, Michael J. “La democrazia stanca – Nuovi pericoli e possibili soluzioni per tempi difficili”. Feltrinelli Editore. 2025, 29 Ottobre.
  4. Vedi https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cosa-serve-per-essere-democrazie-all-altezza

  5. Citato in https://economiacircolare.com/profumi-crisi-ambientali-servitu-democratica/

Sitografia:

United States Institute of Peace. (n.d.). United States Institute of Peace. https://www.usip.org/

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