FOCUS UNIONE EUROPEA – DICEMBRE 2025

I movimenti giovanili in Europa contro la crisi climatica, la violenza di genere e il ritorno della leva militare

a cura del Gruppo di ATTIVANZA “Integrazione europea”

Il mondo oggi sta vivendo una policrisi che investe numerosi campi e ai quali, ormai è evidente, la politica non riesce a dare risposte concrete ed efficaci. Crisi climatica, violazione dei diritti umani, disparità e violenza di genere, la corsa al riarmo: sono tutti temi che stanno mettendo a rischio la stabilità democratica dei Paesi europei, problemi controversi che inevitabilmente vanno ad intaccare gli interessi economici di industrie e privati, i quali non sono disposti a ritrattare e rimodulare i propri interessi e i propri profitti per il bene della cittadinanza, della società in cui vivono.

I giovani europei, però, non ci stanno e stanno facendo sentire la loro voce: le piazze europee sono piene di giovani contestatori che non vogliono scendere più a compromessi, che non accettano più di vivere in una società che ignora il loro futuro, bramosa di crogiolarsi nei vantaggi e profitti del presente. Le proteste dei giovani sono volte a manifestare malumori, disagi e profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni che non sembrano intenzionate a prendere provvedimenti seri su queste tematiche e perseverano nel difendere i propri interessi e quelli dei loro sostenitori: colpisce, in questo senso, il carattere trasversale delle contestazioni che dilagano in tutta Europa e coinvolgono milioni di giovani e ciò mostra il profondo senso civico di migliaia e migliaia di giovani, con un ruolo significativo nel determinare lo stato di salute della democrazia

Come sostiene il politologo francese Yves Mény, presidente emerito dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e autore del libro Le vie della democrazia, «i governi dovrebbero cambiare l’approccio nei loro confronti: non considerarli più soltanto come gruppi di opposizione, ma includerli negli spazi decisionali e favorirne la partecipazione concreta». E invece ci sono differenze di approccio: nella tradizione anglosassone e nordeuropea, dove la contestazione può essere molto dura, viene dato loro molto spazio, mentre in Grecia, Spagna, Francia e Italia c’è un atteggiamento di rifiuto. Si pensi alla Serbia che da un anno è infiammata da imponenti proteste guidate dagli studenti contro la corruzione e la gestione autoritaria dell’apparato statale: non c’è stata alcuna apertura da parte del presidente Aleksandar Vučić, che, anzi, ha ristretto le maglie della repressione, provando a delegittimare i manifestanti e i loro sostenitori politici. Con un’Unione Europea in forte difficoltà nel prendere una posizione chiara rispetto alla situazione del Paese…

In generale, non si può parlare di organizzazioni in senso stretto, si tratta piuttosto di movimenti sociali che utilizzano strumenti di azione, quali la protesta, per fare pressione sui governanti e con caratteristiche che variano da Paese a Paese: l’attivismo climatico è più nordico, mentre nel Sud Europa prevalgono le mobilitazioni per i diritti civili, a favore della parità, dei diritti delle donne o contro la violenza di genere. Un elemento comune è sicuramente l’indipendenza dalle strutture partitiche: rispetto al passato, in cui i movimenti giovanili erano strettamente collegati ai partiti politici, oggi questo legame è venuto meno, vista l’incapacità dei partiti di rappresentare i bisogni e le rivendicazioni della società civile più giovane. 

Eppure, tali sforzi non si concretizzano in un impegno politico strutturato da parte di questi movimenti che finiscono, prima o poi, per disfarsi, rifiutando una rappresentanza e un allineamento con la politica istituzionale. Il loro modus operandi, fondato sulla comunicazione social, ha sicuramente contribuito a mobilitare e responsabilizzare tante persone, tuttavia il fatto di essere sempre connessi con tutto e tutti non garantisce una vera e propria aggregazione politica che permetta di trasformare le istanze sociali in proposte politiche e progetti collettivi. Anzi, la rivoluzione tecnologica porta all’isolamento e alla polarizzazione: più che al confronto e allo scambio di idee, si assiste sempre più spesso a forme di individualismo e all’esplosione di emozioni negative, dalla rabbia all’invettiva, per chi la pensa in maniera diversa. 

La sfida più urgente oggi per le nostre democrazie  è di riuscire a trovare un punto di contatto tra le proteste che nascono nelle società, portatrici di istanze di fatto politiche, con le istituzioni; i governi europei dovrebbero assumere un atteggiamento più collaborativo e di ascolto, anche per provare a risolvere il grande problema dell’astensionismo, soprattutto dei giovani, che sempre di più scelgono il partito del “non voto” a causa della profonda sfiducia verso l’attuale classe dirigente. Il tema è di enorme rilevanza e una riflessione seria e approfondita è obbligatoria per permettere alla democrazia di sopravvivere e di migliorarsi, di fare quel salto di qualità che urge alla nostra società e al nostro pianeta. Ciò che spaventa ancora di più, nel clima di sfiducia e di profonda incertezza che stiamo vivendo, è la crescita dei movimenti radicali di destra unita alla corsa agli armamenti e alla volontà di reintrodurre la leva militare che sta accendendo il dibattito politico in questi mesi. La Francia di Macron in prima linea, a seguire la Germania e anche l’Italia sta pensando di fare lo stesso. Ma cosa dicono i giovani, che saranno coinvolti in prima persona da questa decisione? In Germania, dove la riforma è stata approvata e sarà in vigore dalla primavera del 2026, i giovani sono scesi in piazza al grido di “You can’t have our lives if we don’t eat your lies” and “peace is power“. In Italia i giovani hanno risposto allo stesso modo alla proposta del ministro Crosetto di reintrodurre la leva, il quale sostiene che “anche noi in Italia dovremmo porci il tema di una riflessione che in qualche modo archivi le scelte fatte di riduzione dello strumento militare e in qualche modo porti a un suo aumento. Ci sono motivi di sicurezza che rendono importante farlo”. A conferma, purtroppo, del forte declino che la diplomazia, strumento principale della democrazia, sta vivendo oggi. La Gen Z lo ha capito, i giovani non ci stanno e lo stanno dicendo a gran voce. 

Fonti

https://www.open.online/2024/04/15/movimenti-giovanili-europa-yves-meny-intervista/ 

https://www.eunews.it/2025/10/31/serbia-un-anno-di-proteste-guidate-dagli-studenti-nessuna-apertura-da-vucic-e-unue-in-grande-difficolta/ 

https://it.euronews.com/2025/11/13/da-gennaio-2026-al-via-il-nuovo-servizio-militare-in-germania-ecco-come-e-strutturato 

https://www.avvenire.it/mondo/macron-ripristina-la-leva-militare-volontaria-e-litalia-ci-pensa_101465 

https://www.eunews.it/en/2024/05/15/european-countries-back-to-discussing-compulsory-military-conscription-nine-still-have-it/

https://www.bbc.com/news/articles/cvgj4npzp53o 

https://news.sky.com/story/young-germans-react-to-voluntary-military-service-plans-13479929 

https://www.france24.com/en/tv-shows/focus/20251216-german-youth-opposed-to-return-of-military-service-prospect-of-conscription-scares-youth 

https://www.orizzontescuola.it/reintrodurre-la-leva-obbligatoria-il-sondaggio-divide-litalia-ma-i-giovani-dicono-no/#:~:text=Reintrodurre%20la%20leva%20obbligatoria?,dicono%20no%20%2D%20Orizzonte%20Scuola%20Notizie 

https://www.youtube.com/watch?v=8G-5Rj9MrgM&t=61s 

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