La risposta dell’Unione Europea di fronte alla politica muscolare che sta stravolgendo l’ordine mondiale: dov’è la democrazia?,
di Maria Lijoi del Gruppo di ATTIVANZA “Integrazione europea”
Di fronte ai disordini internazionali a cui stiamo assistendo, alle prepotenze del presidente degli Stati Uniti, al non rispetto delle norme internazionali o all’utilizzo delle stesse a proprio vantaggio e per il proprio tornaconto (Putin e la guerra in Ucraina, Netanyahu e la sua folle guerra di distruzione totale di Hamas a Gaza), l’Unione Europea si trova in una posizione delicata e sta reagendo in maniera confusa e sconclusionata.
Sono anni ormai, da ben prima dell’attacco della Russia di Putin in Ucraina, che le norme di diritto internazionale sono costantemente violate, che i valori universali dei diritti umani sono ignorati o negati. Urge, al riguardo, una riflessione profonda e seria su ciò che sta accadendo negli equilibri geopolitici del nostro pianeta. Il processo di costituzione delle norme di diritto internazionale è stato lungo e costellato di sforzi diplomatici non indifferenti da parte degli Stati coinvolti, da Occidente a Oriente, tra chi ha partecipato in maniera più attiva e chi in maniera passiva. Indipendentemente dall’influenza politica o dall’area di appartenenza, circa 200 Stati hanno aderito, e cioè riconosciuto, quelle norme che ad oggi costituiscono il diritto internazionale, tramite convenzioni, tramite Trattati, tramite alleanze: gli Stati hanno agito, o hanno dimostrato di voler agire nel corso degli anni, in ottemperanza a queste norme che da sole non poterebbero reggere. La grande debolezza del diritto internazionale, infatti, è che, essendo gli Stati sovrani, non esiste nessun organo sovranazionale che abbia il potere di vincolare il loro agire. In poche parole, il diritto internazionale funziona se gli Stati decidono che voglia funzionare, se agiscono nel rispetto delle norme che si sono voluti dare per la regolazione dei rapporti internazionali. Con gli anni, con le guerre, con la distruzione che ne è derivata, con il sangue buttato per motivi politici spesso poco chiari o poco condivisi, i leader politici hanno capito che conveniva mettersi ad un tavolo e parlare per stabilire norme di comportamento universalmente riconosciute per poter, in primis, perseguire i propri interessi senza che ciò costasse sacrifici umani ed economici, ma anche per poter migliorare le proprie condizioni e, in ultimo, per il beneficio delle proprie società e della qualità di vita. In questo processo si sono inseriti i diritti umani, specialmente dopo la strage della Seconda Guerra Mondiale (di cui, in questi giorni, ricorre la Memoria) e i protagonisti sono stati, fra tutti, gli Stati Europei, proprio quegli Stati che per secoli hanno sconvolto il mondo con guerre devastanti. Le norme di diritto internazionale hanno retto per un po’, anche perché aderirvi significava, per i paesi meno tecnologicamente e scientificamente sviluppati, l’accesso alla comunità internazionale, quindi alla rete di benessere (tramite commercio, scambio di know how, crescita scientifica e tecnologica, maggior scambio di ricchezze) che la caratterizzava. E poi ci sono i diritti umani, che hanno incontrato da sempre uno scoglio culturale importante e che se da un lato, sulla carta, sono stati universalmente condivisi, nei fatti non sono stati tutelati in maniera veramente universale. Tranne che nel famoso Occidente (e anche qui con non poca fatica).
Cosa ne è, ad oggi, di tutto questo? Il diritto internazionale è veramente compromesso, con Stati che mettono la forza prima dello sforzo politico-diplomatico per la risoluzione delle controversie e per il perseguimento dei propri obiettivi? L’Europa, in questo caos, si sta muovendo in linea con i suoi principi democratici e i suoi valori o si sta adeguando al clima internazionale di paura e sfiducia dove vige (apparentemente) la legge del più forte? Queste sono le domande che ATTIVANZA si pone e da qui nasce la nostra riflessione su cosa noi, come europei, possiamo portare al mondo. Dalle decisioni che sono state prese finora dai vertici di Bruxelles e dalle dichiarazioni che sono state fatte, non sembra che l’Unione si stia muovendo in maniera risoluta, chiara e in linea con i valori e i principi democratici che l’hanno costituita. Ne sono un segnale l’avanzata delle destre in numerosi Paesi europei, lo è il piano Rearm Europe, lo sono le politiche di aumento della spesa nei settori della difesa e della sicurezza, lo sono i discorsi sulla necessità di diventare autonomi per la difesa europea, a tutela della nostra sicurezza e lo sono i discorsi in cui vige la dialettica “noi/loro” intendendo con “noi” l’Unione e “loro” Stati Uniti, Russia, Cina. Si parla di posizionamento geopolitico dell’Unione, ma come si può avere un posizionamento strategico chiaro se ciò che muove le decisioni politiche sono la paura e il confronto costante con chi ha una storia, una crescita economica e una cultura completamente diversa dalla nostra?
Ciò che serve all’Unione, oggi più che mai e una volta per tutte, è una vera identità europea e maggiore consapevolezza su chi siamo e su cosa sappiamo fare: abbiamo fatto miracoli nel coordinamento economico e politico da quando l’Unione Europea è stata costituita, abbiamo costruito un piccolo angolo di pace nel mondo, abbiamo dimostrato di saper fare un uso sapiente della diplomazia e della negoziazione tra di noi… è quando ci rapportiamo al resto del mondo che entriamo in crisi. Rispetto ai disordini internazionali che stiamo vivendo non possiamo rispondere lasciandoci guidare dalla paura di rimanere schiacciati da Stati che stanno correndo più veloce di noi, non possiamo lasciarci prendere dal panico con un’impennata nella spesa al riarmo nell’arco di pochi anni come se questo potesse colmare un gap decennale con chi ha puntato tutto sulla forza economica e militare (Cina). Ma la forza diplomatica dove sta? Gli sforzi nel dialogo, nella mediazione e nella negoziazione che sono alla base delle società democratiche dove sono? L’avanzata delle destre in Europa è sintomo di forte debolezza e sfiducia del nostro sistema democratico: la paura genera insicurezza e le politiche di forza, i discorsi sulla sicurezza nazionale ed Europea, nonché sulle politiche di potenza, su come l’Europa può farsi valere e sulle sue capacitò di difesa in questo caos internazionale alimentano la paura. Questi discorsi, che si sentono da tanti partiti di sinistra europei, sono più di destra di quanto si pensi. In un contesto del genere è facile che si impongano uomini forti e Trump ne è un esempio eclatante, proprio in uno degli Stati in cui la democrazia è nata, si è evoluta e si è radicata. Quanto manca, all’Europa o ai suoi Stati membri, per arrivare a questo? Non necessariamente con l’ascesa di un uomo forte, ma politiche di forza le stiamo già attuando a livello europeo, come sopra elencato.
Questo articolo vuole essere uno spunto di riflessione profondo su cosa veramente può o potrebbe fare l’Europa come Unione e livello internazionale ma anche, e forse soprattutto, sul fronte interno: forse rivedere la propria dialettica, ripensare seriamente al proprio ruolo internazionale come mediatrice, rafforzare i propri principi democratici e ripensare al ruolo delle proprie istituzioni, investendo meno in armi e più negli sforzi diplomatici (oltre che nella ricerca e nell’innovazione che sempre hanno caratterizzato la crescita economica del nostro continente). Secoli di guerre ci hanno insegnato che le armi le sappiamo usare, questo discorso non vuole screditare un settore importante come quello della difesa, ma vuole sottolineare che non può essere questa l’unica risposta possibile al disordine internazionale, perché questo, inevitabilmente, porta, oltre che all’ascesa delle destre e alla crisi della democrazia, alla guerra. Di nuovo. Una soluzione al posizionamento Europeo nel contesto geopolitico odierno viene suggerita dal prof. Carlo Rovelli nel suo intervento sul Corriere della Sera del 10 dicembre 2025: “Accettare il multilateralismo globale, in cui gli stati occidentali non sono più gli indiscussi padroni del pianeta come lo sono stati più o meno per tre secoli, ma siedono insieme agli altri —forti, ma assieme agli altri— in un consesso di popoli. Questa è ragionevolezza, e questa è la strada che, con lungimiranza, indica la nuova “National Security Strategy” degli Stati Uniti. L’alternativa, a cui molti a casa nostra restano appesi, è per l’Occidente voler difendere a ogni costo, spesso con guerre ininterrotte come hanno fatto recentemente gli Stati Uniti, il dominio globale dell’Occidente. Questa direzione, senza dubbio, ci porta verso la Terza Guerra Mondiale e un XXI secolo che ripeterebbe le catastrofi del XX secolo…”