Board of Peace: un’iniziativa controversa che mette in discussione l’architettura delle relazioni internazionali. Ma c’è chi dice no!
di Leonardo Callegari – Gruppo di ATTIVANZA “Società civile globale”
Il World Economic Forum di Davos aveva come tema principale “A Spirit of Dialogue”, in cui economia, intelligenza artificiale e geopolitica si univano per creare occasioni di cooperazione internazionale tra i Paesi del mondo. Il risultato, invece, è stato un susseguirsi di nuove tensioni globali. Il ruolo predominante di questa situazione è facilmente riconducibile alla figura di Donald Trump, il quale ha colto l’occasione per lanciare ufficialmente il suo nuovo piano di pace, il Board of Peace. Presentato, inizialmente, come un organismo per supervisionare la seconda fase del cessate il fuoco a Gaza, che di pace ad oggi non vede nemmeno l’ombra, si è rapidamente trasformato in qualcosa di molto più ambizioso: un’organizzazione internazionale parallela con vocazione globale che mira a sostituirsi, di fatto, al sistema delle Nazioni Unite.
Da una versione riveduta e corretta della coalizione dei volenterosi per Gaza, il Board diventa “Un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, e a garantire una pace duratura nelle aree colpite e minacciate da conflitti”. Gaza, dunque, diventa un elemento marginale nell’equazione, stanziando effettivamente svariati miliardi di dollari, ma sotto il controllo di Trump e suo genero Jared Kushner all’interno dell’executive board: un’azienda della pace a conduzione familiare. Di fronte alla natura commerciale dell’iniziativa è evidente che la pace diventa “acquistabile”, secondo una logica di mercato che poco ha a che fare con i principi del diritto internazionale. Il rischio è che solo i paesi più ricchi – o quelli disposti a piegarsi agli interessi americani – possano sedere al tavolo, escludendo di fatto molte delle nazioni che più soffrono le conseguenze dei conflitti.
Pur volendo sostituire la Nazioni Unite come principale organizzazione internazionale, il Board of Peace presenta delle differenze sostanziali. Un presidente a vita, Donald Trump, una quota di ingresso pari a un miliardo di dollari e un mandato a dir poco vago sono le caratteristiche che saltano più all’occhio. Il meccanismo di adesione è quanto mai singolare: i membri vengono scelti per cooptazione dal Presidente stesso e possono essere rimossi in qualsiasi momento se non sostenuti dai due terzi dei voti del Board. Trump designa in piena autonomia il suo successore, senza elezioni, e lascia l’incarico solo a seguito di dimissioni volontarie o per comprovata incapacità, stabilita con un voto unanime del Board stesso. Il 19 febbraio 2026 nasce ufficialmente il Board of Peace a Washington, dove altri 20 capi di Stato o ministri degli Esteri hanno preso parte alla prima riunione.
–Chi aderisce alla geografia della “pace” secondo Trump e chi no
“In termini di potere e prestigio non c’è mai stato nulla di simile, perché questi sono i principali leader”, ha affermato Trump. Il Presidente degli Stati Uniti parla di Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Bulgaria, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Israele, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e Vietnam. Tra questi 11 sono considerati regimi autoritari, 5 sono regimi ibridi e la restante parte democrazie imperfette. Mancano molte potenze globali e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con la Cina che non ha preso una posizione e la Russia ha fatto sapere di essere in fase di consultazione. Sono stati invitati anche Francia, Italia e Regno Unito, questi hanno declinato l’invito inizialmente, inviando poi delegazioni di livello inferiore.
L’Italia, a dire il vero, ha risposto positivamente a partecipare ai dialoghi come osservatrice stando a quanto detto dalla Presidente del Consiglio lo scorso 14 febbraio, affermando che “l’Italia può giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente”. Lo dimostra la presenza del Ministro degli Esteri Antonio Tajani a Washington anche se il ruolo dell’Italia è alquanto controverso. Il Board afferma che per essere “osservatori” ci deve essere la vera intenzione di entrare dentro questa organizzazione, tuttavia l’articolo 11 della nostra Costituzione lo vieta, non essendoci elementi sufficienti per una rappresentanza democratica e paritaria.
La Francia ha esplicitamente citato “interrogativi sul rapporto tra il Board e il sistema delle Nazioni Unite” come motivo del rifiuto. Anche la Spagna ha sollevato dubbi sulla compatibilità dell’iniziativa con il ruolo dell’Onu. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di non vedere come possibile una partecipazione a un organismo che includa Russia e Bielorussia. La Santa Sede è stata, probabilmente, la più ferrea declinando la proposta, in quanto secondo il cardinale Parolin “ci sono punti critici che lasciano perplessi e che richiedono spiegazioni”.
I paesi europei si trovano in mezzo ad un fuoco incrociato, tra i valori decorativi che l’Unione Europea cerca di osservare e la pressione statunitense a livello economico, soprattutto di fronte ad un comportamento quasi bipolare del Presidente Trump, molto nervoso in questo periodo per la questione dei dazi. “Quasi tutti hanno accettato l’invito nel Board of Peace e quelli che non l’hanno fatto, lo faranno”, ha detto Trump, aggiungendo che “alcuni facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me”.
Si cerca, quindi, di mitigare la presenza europea all’interno del Board, ma quello che viene sottolineato ancora una volta è la mancanza di condivisione delle vedute tra i Paesi membri. Lo dimostra la posizione di Orbán con il suo “completo e totale sostegno”. La sfida, ad oggi, di Bruxelles è trovare una linea comune per rafforzare la credibilità internazionale europea di fronte queste sfide. La ricostruzione di Gaza, le minacce di azioni militari contro la Groenlandia, il Board of Peace sarebbero degli ottimi spunti di riflessione per avere una visione coesa.
Il caso canadese è una vera e propria lezione di democrazia. Il primo ministro Mark Carney aveva inizialmente annunciato un’adesione subordinata alla definizione dei meccanismi finanziari e di governance del nuovo organismo. Durante il Forum di Davos, Carney ha pronunciato un discorso in cui parlava di un’era “di rivalità fra le grandi potenze”, dell'”ordine basato sulle regole che sta svanendo” e dei “forti che possono fare quello che vogliono” a scapito dei deboli. La reazione di Trump è stata immediata e furiosa: ha ritirato l’invito al Canada con un messaggio su Truth, dichiarando che “il Board of Peace sta ritirando il suo invito al Canada per l’adesione a quello che sarà il più prestigioso Board di Leader mai assemblato”. L’episodio è emblematico: chiunque osi criticare o anche solo porre domande legittime sull’iniziativa viene immediatamente espulso. È un approccio che ricorda più i regimi autoritari che le democrazie liberali.
-La questione ONU: la critica devastante di Trump al multilateralismo
Il Board of Peace non nasce dal nulla, ma da una profonda ostilità di Trump verso le Nazioni Unite. Nel settembre 2025, durante il suo intervento all’Assemblea Generale dell’Onu, Trump aveva pronunciato quello che molti hanno definito un “atto di vilipendio”, un’operazione di ridicolizzazione pubblica dell’organizzazione. Le Nazioni Unite, aveva detto, erano come “una scala mobile bloccata e un teleprompter non funzionante” – due intoppi tecnici avvenuti durante la sua visita al Palazzo di Vetro. Secondo Trump, tutto ciò che l’Onu è capace di fare è “scrivere parole vuote”, e le parole vuote non risolvono le guerre.
L’atteggiamento verso l’Onu è quindi di aperto disprezzo e di volontà di sostituirla con un meccanismo più controllabile e funzionale agli interessi americani. Questo comportamento è a dir poco irrispettoso di fronte ai valori della Carta Atlantica e l’obiettivo finale delle Nazioni Unite, che soprattutto gli Stati Uniti hanno contribuito a creare. Il divieto alle espansioni territoriali, la corporazione economica e l’autodeterminazione rappresentano ormai un lontano ricordo e ideali che non sono più al centro delle politiche estere di Donald Trump.
Il vero nodo della questione è che le Nazioni Unite hanno effettivamente bisogno di riforme. Il Consiglio di Sicurezza, con i suoi membri permanenti e il diritto di veto, riflette un equilibrio di potere del 1945 che non corrisponde più alla realtà del XXI secolo. L’Onu è spesso inefficace, burocratica, paralizzata dai veti incrociati delle grandi potenze. Tuttavia, la soluzione non è sostituire l’Onu con un organismo ancora più autocratico e meno rappresentativo, ma riformare dall’interno. Serve un dibattito serio e inclusivo su come rendere le Nazioni Unite più democratiche, più efficaci e più capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo. Un dibattito che coinvolga non solo i governi, ma anche la società civile, il mondo accademico, le organizzazioni internazionali.
–Un bivio per l’ordine internazionale
Il Board of Peace rappresenta un bivio per l’ordine internazionale. Da una parte, c’è la via dell’unilateralismo, della logica transazionale, del diritto del più forte mascherato da pragmatismo. Dall’altra, c’è la via – più difficile, più lenta, ma più giusta – del multilateralismo, del diritto internazionale, del rispetto della dignità e dei diritti di tutti i popoli.
Come ha affermato il primo ministro canadese Mark Carney a Davos, siamo in un’era in cui “l’ordine basato sulle regole sta svanendo” e “i forti possono fare quello che vogliono” a scapito dei deboli. Il Board of Peace non è la soluzione a questo problema: ne è la manifestazione più chiara.
Spetta a noi – cittadini, organizzazioni della società civile, governi democratici – decidere quale mondo vogliamo costruire. Un mondo in cui la pace è in vendita al miglior offerente, o un mondo in cui la pace è un diritto di tutti, garantito da istituzioni democratiche e rappresentative? La risposta a questa domanda determinerà il futuro delle relazioni internazionali per i decenni a venire.
Per ATTIVANZA-ETS, la scelta è chiara: continueremo a lavorare per un mondo più giusto ed equo, dove il multilateralismo non sia una parola vuota ma una pratica quotidiana, dove i diritti umani siano al centro di ogni iniziativa di pace, dove la dignità di ogni persona sia rispettata indipendentemente dalla potenza economica o militare del suo paese ed il Board of Peace non va in questa direzione.
Fonti:
Ferraino, G. (2026, January 27). Board of Peace, ecco cos’è il Consiglio voluto da Trump: seggi in vendita a un miliardo e successione su designazione. Corriere Della Sera. https://www.corriere.it/economia/finanza/26_gennaio_27/board-of-peace-ecco-cos-e-il-consiglio-voluto-da-trump-seggi-in-vendita-a-un-miliardo-e-successione-su-designazione-228734e1-aa00-4c94-84a3-3ea68b2e5xlk.shtml?refresh_ce
Ferrara, P. (2026, January 22). Cos’è il Board of Peace e perché di fatto vuole sostituire
l’Onu. Avvenire. https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/cose-il-board-of-peace-e-perche-di-fatto-vuole-sostituire-lonu_103549
Il ‘Board of Peace’ di Trump: la pace come club privato | ISPI. (2026, January 23). ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-board-of-peace-di-trump-la-pace-come-club-privato-228084
Il Board of Peace per Gaza rivela il disprezzo per i diritti umani. (2026, January 22). Amnesty International. https://www.amnesty.it/il-board-of-peace-per-gaza-rivela-il-disprezzo-per-i-diritti-umani/
Ruggiero, G. (2026, February 14). Meloni accetta l’invito di Trump su Gaza, l’Italia sarà nel Board of peace: «Saremo osservatori». Open. https://www.open.online/2026/02/14/meloni-trump-board-peace-gaza-invito-italia/
4 Takeaways from Davos 2026: new deals, a reckoning, dialogue and more questions than answers. (2026, January 29). https://www.weforum.org/stories/2026/01/4-takeaways-from-davos-2026/
The Board of Peace, Gaza, and the cost of being inside the room. (2026, January 28)European Union Institute for Security Studies. https://www.iss.europa.eu/publications/commentary/board-peace-gaza-and-cost-being-inside-room
Un “Board of Peace” senza “Peace” | ISPI. (2026, January 19). ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/un-board-of-peace-senza-peace-227733
La resistenza della società civile in Iran: da “Donna, Vita, Libertà” alle proteste studentesche.
di Giada Fasolo – Gruppo di ATTIVANZA “Società civile globale”
In Iran la resistenza oggi non ha armi. Ha capelli tagliati in piazza, banchi vuoti nelle università, donne senza hijab che camminano a testa alta, studenti che si rifiutano di sostenere esami in nome dei compagni uccisi. È una forma di resistenza fatta di gesti quotidiani ed è proprio questo che mette in difficoltà il regime. Da tre anni, dopo la morte di Mahsa Amini, le donne iraniane hanno trasformato il dolore in azione. “Donna, Vita, Libertà” non è uno slogan di vendetta: è una dichiarazione di esistenza, il rifiuto di lasciarsi definire dalla paura e la scelta di vivere anche di fronte alla violenza sistematica del regime.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà” nasce nel settembre 2022, subito dopo la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per aver presumibilmente violato le norme sull’hijab. Quella tragedia ha acceso una rabbia che covava da decenni: dall’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979, l’Iran ha conosciuto cicliche rivolte studentesche, proteste economiche e mobilitazioni politiche, tutte brutalmente represse.
Questa volta, però, il cuore della protesta è stato diverso: le donne e le giovanissime hanno preso il centro della scena. Hanno trasformato gesti quotidiani in strumenti di resistenza, dando vita a una mobilitazione sociale, culturale e simbolica che ha attraversato generazioni: dalle scuole ai dormitori universitari, dalle piazze ai canali online. Attraverso immagini, post e video, hanno raccontato la loro vita, la cultura, la voglia di libertà.
La protesta non è rimasta confinata al mondo digitale: le università sono diventate luoghi di dissenso visibile, con migliaia di banchi vuoti, manifestazioni silenziose in aula e cortei nei cortili, dove studenti gridano “giustizia” e ricordano i compagni uccisi. Tra loro, ragazze come Raha Bahloulipour sono diventate simboli della lotta, testimoniando con i loro gesti e le loro parole la determinazione di una generazione che rifiuta di piegarsi al regime.
Nel podcast Stories, la giornalista Cecilia Sala racconta “l’iraniana della porta accanto”: ragazze normali, che studiano, si innamorano, vanno al cinema. Non simboli astratti, ma vite reali. Una di loro era proprio Raha, 24 anni, studentessa di letteratura italiana all’Università di Teheran. Viveva nel dormitorio, non portava il velo, amava il cinema. Il 12 febbraio 2025 scriveva: «In questo momento sono innamorata di Teheran, della lingua italiana, del cinema e delle belle persone.» Il 29 dicembre aveva pubblicato: «Teheran è la mia città amata piena di pericoli, caos e vita. Niente in questa vita è come lo volevamo, ma volevamo e amavamo la vita, per questo lottavamo.» Il 2 gennaio era andata a vedere Sentimental Value. Sette giorni dopo, un proiettile le ha perforato un polmone durante una protesta. Il 9 gennaio, poco prima di morire, aveva scritto: «Ho internet per un attimo e voglio scrivere solo: Donna, Vita, Libertà. Per sempre.»
Raha è diventata un simbolo. Amava film sulle rivolte e seguiva un canale ispirato a Il vento ci porterà via. Per lei, cinema e letteratura erano strumenti per leggere la realtà. I suoi post sono diventati virali perché mostrano la distanza tra la vitalità dei manifestanti e il linguaggio cupo del regime. Dove il potere parla di martirio, loro parlano di amore per la città, per il cinema, per la vita. Molte famiglie rifiutano perfino la parola “martire” per i figli uccisi. Ai funerali si canta e si balla. In persiano si usa l’espressione “Nâm-e Abadi”, tradotto come nome eterno: non morte, ma memoria viva.
Oggi la protesta si è spostata nelle università. Al Politecnico di Teheran insegna Ali Sharifi-Zarchi, bioinformatico e scienziato di fama internazionale. Ha rivoluzionato la ricerca genomica sul cancro, è stato presidente del comitato scientifico internazionale delle Olimpiadi di intelligenza artificiale. Per anni è stato tollerato dal regime: troppo prezioso per essere eliminato. Quando il governo ha sparato contro i suoi studenti, il patto si è rotto. Sharifi-Zarchi si è rifiutato di collaborare con la polizia per identificare gli allievi ribelli. Ha denunciato pubblicamente la repressione. Le associazioni studentesche hanno pubblicato un video: migliaia di banchi vuoti, vestiti di nero, con una rosa e la foto degli studenti uccisi. Prima i volti a colori degli studenti firmatari della dichiarazione. Poi le immagini in bianco e nero dei compagni morti. Un messaggio chiaro: con voi non è più possibile il dialogo.
In tutto l’Iran gli universitari organizzano proteste silenziose. Entrano in aula ma si rifiutano di sostenere esami. Nei cortili gridano “Giustizia”. Un sistema che teme i giovani. In 24 ore arrivano quattro notizie:
Il premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi viene condannata a ulteriori anni di carcere.
Una stand-up comedian viene incarcerata per una battuta su un poeta morto.
Il sindacato degli insegnanti pubblica l’elenco di 200 bambini uccisi nelle strade dalla repressione. Un atto d’accusa contro uno Stato che vede nei giovani non il futuro, ma un ostacolo.
Circola il video-testamento di Puami Ali, studente iraniano, che in inglese si rivolge al presidente degli Stati Uniti accusandolo di aver abbandonato i manifestanti. Si toglie la vita per rendere il messaggio impossibile da ignorare.
Il rapporto ONU del marzo 2025 conferma torture, stupri, confessioni estorte, esecuzioni. Ma oltre ai numeri c’è una verità più profonda: la repressione colpisce sistematicamente chi rappresenta il futuro del Paese. Le piazze possono essere svuotate con le armi e con il blackout di Internet. Ma non si può spegnere un cambiamento culturale. Le donne iraniane continuano a uscire senza hijab, a correre maratone, a trasformare gesti quotidiani in atti politici. Gli studenti riempiono il silenzio con i loro banchi vuoti. Le famiglie rifiutano la retorica del martirio.
“Donna, Vita, Libertà” è una rivoluzione che rifiuta la morte come linguaggio politico. È questo che la rende così potente: essere al fianco delle sorelle iraniane significa non abituarsi ai numeri, non lasciare soli i volti, non considerare inevitabile la repressione. Significa ricordare che nessun ordine politico è legittimo finché la morte di un bambino resta impunita. E significa continuare a pronunciare quelle tre parole, finché non saranno realtà.
La repressione può svuotare le piazze, oscurare Internet, riempire le carceri. Può sparare, arrestare, intimidire. Ma non può costringere una generazione ad amare la morte. Le donne che camminano senza hijab, gli studenti che lasciano banchi vuoti, le famiglie che rifiutano la parola “martire” stanno compiendo un atto politico radicale: sottraggono al regime il monopolio del significato. Oppongono al linguaggio della morte il linguaggio della vita. La loro è una resistenza non violenta, ma non è passiva. È una scelta morale e strategica. È la decisione di non assomigliare all’oppressore. Ed è forse proprio questo che la rende così difficile da spegnere.