FOCUS ITALIA – MARZO 2026

La sinistra italiana ha perso il suo “popolo”

di Giuseppe Tosto

Per decenni la politica italiana è stata raccontata con una fotografia quasi scontata: la sinistra rappresentava il lavoro, la fabbrica, i quartieri popolari; la destra, invece, era percepita come la voce dei ceti più benestanti, dei professionisti, dell’imprenditoria. Oggi quella fotografia sembra sbiadita. Anzi, in molti casi è proprio capovolta. 

Sempre più spesso i dati elettorali e i sondaggi mostrano un fenomeno che fino a qualche decennio fa sarebbe stato impensabile: i ceti popolari votano in maggioranza a destra, mentre la sinistra raccoglie il consenso soprattutto tra i ceti medio-alti e più istruiti. Non è solo una percezione giornalistica o una polemica politica. È un cambiamento sociale profondo che riguarda identità, paure, aspettative e rappresentanza.

E allora la domanda diventa inevitabile: come è successo? Come ha fatto la sinistra italiana a perdere quello che per quasi un secolo è stato il suo bacino naturale di consenso? 

Quando la sinistra era il partito delle fabbriche

Per capire il presente bisogna tornare indietro. Per gran parte del Novecento la sinistra italiana — nelle sue varie forme, dal Partito Comunista al socialismo riformista — aveva una base sociale molto chiara.

Le sue roccaforti non erano soltanto le celebri “regioni rosse” del Centro Italia, ma anche i grandi poli industriali del Paese: Torino con la Fiat, la cintura operaia di Milano tra Cinisello e Sesto San Giovanni, Genova con il porto e la siderurgia, Porto Marghera con il polo chimico.

Anche nel Mezzogiorno la sinistra cresceva dove c’erano fabbriche e lavoro industriale: Terni, Bagnoli, i cantieri di Palermo. Era un mondo sociale preciso: operai, impiegati, sindacati, cooperative, circoli culturali. Un universo fatto di luoghi fisici di incontro e partecipazione politica. La sinistra non era soltanto un partito: era una comunità.

La frattura degli anni Novanta

Quell’equilibrio comincia a incrinarsi negli anni Novanta, con la fine della Prima Repubblica e il crollo del sistema politico che aveva dominato il dopoguerra. Ma soprattutto accade qualcosa di più grande: cambia l’economia.

La grande fabbrica perde centralità, molte industrie chiudono o si spostano all’estero, il lavoro si frammenta. Al posto dell’operaio metalmeccanico arrivano lavori precari, intermittenti, spesso individuali. La classe operaia tradizionale si riduce e si disperde.

Questo mutamento non è solo economico: è anche culturale. Senza i luoghi di aggregazione – fabbrica, sindacato, sezione di partito – si indeboliscono anche le identità politiche collettive. Il “popolo della sinistra” smette lentamente di sentirsi tale.

Il paradosso della nuova geografia sociale del voto

Oggi la geografia elettorale italiana mostra un quadro quasi opposto a quello storico. I dati evidenziano che la destra raccoglie più consenso tra i ceti medio-bassi e popolari, mentre la sinistra cresce tra le fasce sociali più istruite e benestanti. Alcune ricerche indicano addirittura che se votassero soltanto gli italiani meno abbienti, il principale partito di destra otterrebbe una larghissima maggioranza.

Il contrario accade per il principale partito progressista, che trova più consenso tra le classi medio-alte e alte. È un rovesciamento storico: il partito nato per rappresentare lavoratori e classi popolari viene oggi percepito come il partito dei “garantiti”.

La questione della rappresentanza

Una delle chiavi di questo cambiamento riguarda la percezione di rappresentanza. Molti elettori dei ceti popolari non si riconoscono più nella cultura politica della sinistra contemporanea. Non la percepiscono come vicina alla loro esperienza quotidiana.

Secondo alcune analisi, la sinistra viene vista come espressione di élite culturali e intellettuali: persone istruite, urbane, cosmopolite, spesso lontane dalle difficoltà materiali di chi vive nei quartieri popolari o nelle periferie sociali.

Questa distanza non è solo economica, ma anche simbolica. Riguarda il linguaggio, le priorità, il modo di raccontare i problemi del Paese.

Le paure sociali e la politica della protezione

C’è poi un altro elemento decisivo: la gestione delle paure collettive. Negli ultimi anni l’elettorato ha mostrato una crescente preoccupazione per temi come sicurezza, immigrazione, precarietà economica e carovita. Molti cittadini chiedono risposte rapide e concrete su questi problemi.

La destra ha costruito gran parte del proprio consenso proprio su questa promessa: protezione. Protezione economica contro il caro vita, protezione sociale contro l’insicurezza, protezione culturale contro i cambiamenti percepiti come troppo rapidi.

In particolare, il tema dell’immigrazione è diventato centrale. Una parte dei ceti popolari vede nei flussi migratori una pressione sui salari, sull’accesso ai servizi pubblici e sulle opportunità lavorative. La percezione — giusta o sbagliata che sia — è quella di una competizione diretta. Su questo terreno la sinistra è stata spesso percepita come distante dalle preoccupazioni quotidiane di molti elettori.

Il tema della sicurezza

Un discorso simile vale per la sicurezza. I sondaggi mostrano che il senso di insicurezza è diffuso trasversalmente nella società italiana: quasi la metà dei cittadini ritiene che il Paese sia poco sicuro.

Ma anche qui emergono differenze nella percezione del problema. Gli elettori di centrodestra tendono a collegare la sicurezza soprattutto all’immigrazione e al controllo del territorio. Quelli di centrosinistra parlano più spesso di microcriminalità o disagio sociale.

Questa divergenza narrativa produce un effetto politico: chi ha paura cerca chi promette soluzioni più immediate.

Il tema sociale che non torna centrale

Paradossalmente la sinistra continua a proporre politiche economiche e sociali che, almeno sulla carta, dovrebbero interessare proprio i ceti popolari: salario minimo, difesa della sanità pubblica, tutela del lavoro, lotta alla precarietà. Eppure, questi temi faticano a diventare il centro del dibattito politico.

La ragione è anche comunicativa. Le proposte della sinistra spesso si muovono su piani tecnici o istituzionali, mentre la destra riesce a trasformare alcune questioni in narrazioni semplici e identitarie. In politica, però, la percezione conta quanto la realtà.

Il problema dell’identità politica

C’è poi un altro nodo: l’identità. La sinistra del Novecento aveva un’identità molto forte, costruita su alcuni pilastri chiari: lavoro, uguaglianza, diritti sociali, antifascismo. Oggi questa identità appare più sfumata.

Il principale partito progressista è percepito da molti osservatori come un “partito di sistema”, cioè una forza politica integrata nelle istituzioni e nella gestione del potere, più che un soggetto di trasformazione sociale.

Questo non significa che non abbia idee o proposte. Ma significa che non riesce sempre a incarnare un’immagine di cambiamento radicale.

La crisi della partecipazione

A rendere tutto più complesso c’è anche la crisi della partecipazione democratica. Le ricerche sociologiche mostrano che sempre più cittadini si sentono distanti dalla politica e dalle istituzioni. Quasi sei italiani su dieci ritengono che la democrazia nel Paese si sia indebolita negli ultimi anni.

La partecipazione associativa, culturale e politica è in declino, mentre cresce il senso di incertezza sociale. E quando l’ascensore sociale smette di salire, la fiducia nel sistema tende a diminuire. In questo contesto i partiti tradizionali – soprattutto quelli percepiti come parte dell’establishment – diventano il bersaglio principale della frustrazione.

Un problema europeo (non solo italiano)

Va detto che questo fenomeno non riguarda solo l’Italia. In gran parte dell’Europa occidentale la sinistra ha perso consenso tra i ceti popolari, mentre i partiti conservatori o populisti hanno guadagnato terreno tra gli operai e i lavoratori manuali.

La globalizzazione, la trasformazione del lavoro e le nuove fratture culturali hanno ridefinito gli schieramenti politici. La vecchia divisione tra capitale e lavoro è stata affiancata da altre fratture: apertura contro protezione, globalizzazione contro sovranità, città contro periferia.

E spesso la sinistra si è trovata più a suo agio nel primo campo che nel secondo.

Il rischio per la democrazia

Questa trasformazione ha anche implicazioni democratiche più profonde. Quando una parte significativa dei ceti popolari smette di sentirsi rappresentata, cresce la sfiducia nelle istituzioni. In alcuni sondaggi emerge perfino una certa disponibilità verso modelli autoritari di governo tra una parte degli italiani.

È un segnale da non sottovalutare. La democrazia vive di partecipazione, di fiducia reciproca, di senso di appartenenza alla comunità politica. Se questi elementi si indeboliscono, l’intero sistema ne risente.

La domanda aperta

La questione, quindi, non è soltanto elettorale. La domanda vera è se la sinistra riuscirà a ricostruire un rapporto con quel mondo sociale che un tempo rappresentava. Per farlo probabilmente non basteranno programmi economici o campagne elettorali. Servirà una riflessione più profonda su linguaggio, priorità e presenza nei territori. Servirà tornare nei luoghi della vita quotidiana: quartieri, scuole, luoghi di lavoro, associazioni. 

Perché la politica non è fatta solo di idee. È fatta soprattutto di relazioni.

Conclusioni

Dire che la sinistra ha perso il suo “popolo” non significa decretarne la fine. Significa piuttosto riconoscere un cambiamento storico.

La società italiana non è più quella del Novecento. Il lavoro è cambiato, le identità sociali sono più fragili, le paure collettive sono diverse.

In questo nuovo contesto chi vuole rappresentare i ceti popolari deve prima di tutto capirli. Ascoltarli. E trovare un modo credibile per parlare ai loro bisogni.

La sfida, per la sinistra, è proprio questa: tornare a essere non solo una proposta politica, ma anche una comunità sociale. Perché senza un popolo, la politica resta soltanto un esercizio di retorica.

 

Governo Meloni: le promesse (a favore del “popolo”) rimaste sulla carta

di Giuseppe Tosto

Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022, lo fece con una narrazione molto chiara: quella di un governo che avrebbe finalmente difeso il “popolo” italiano dalle élite, dalle burocrazie e dai vincoli esterni. La campagna elettorale del centrodestra era stata costruita proprio su questo messaggio: meno tasse, più sovranità nazionale, più attenzione alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese. A distanza di alcuni anni, però, il bilancio appare più complesso – e spesso lontano dalle promesse iniziali.

Secondo varie analisi sul programma della coalizione di centrodestra, le promesse realmente mantenute rappresentano solo una minoranza rispetto agli impegni presi. Su circa cento promesse principali, poco più di venti sono state effettivamente realizzate, mentre molte restano incomplete o addirittura compromesse. Questo non significa che il governo non abbia fatto nulla, ma suggerisce che la distanza tra slogan e realtà politica è stata significativa.

Il punto centrale della narrazione politica della destra di governo è stato il richiamo al “popolo”: un concetto tipico delle retoriche populiste e sovraniste, che contrappongono i cittadini comuni alle élite economiche, politiche e burocratiche. In questo schema, il leader politico si presenta come il portavoce diretto delle esigenze popolari e come difensore della sovranità nazionale. Tuttavia, una volta al governo, trasformare quella narrazione in politiche concrete si è rivelato molto più difficile del previsto.

Il grande simbolo: il ponte sullo Stretto

Tra le promesse più simboliche della legislatura c’è sicuramente il ponte sullo Stretto di Messina. Per anni è stato presentato come il grande progetto capace di modernizzare il Paese e rilanciare il Sud. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha più volte annunciato l’imminente avvio dei lavori: “entro l’estate”, “tra poche settimane”, “cantieri pronti”.

Eppure, alla fine del 2025, quei cantieri non sono ancora partiti. Il progetto è rimasto impantanato tra verifiche tecniche, polemiche e osservazioni della Corte dei conti. Ancora una volta, la promessa è rimasta sospesa tra annunci e realtà.

Meno tasse? Non proprio

Uno dei pilastri della campagna elettorale del centrodestra era la riduzione delle tasse. In passato, Giorgia Meloni aveva persino proposto di inserire in Costituzione un tetto alla pressione fiscale del 40 per cento.

La realtà è andata in direzione opposta. Negli ultimi anni la pressione fiscale è aumentata, arrivando a circa il 42,8 per cento, uno dei livelli più alti dell’ultimo decennio.

Alcune imposte che la destra aveva criticato quando era all’opposizione non sono state abolite. L’IRAP, per esempio, è stata addirittura aumentata per alcune categorie come banche e assicurazioni. Anche la cosiddetta “Tobin tax”, che la Lega aveva definito distorsiva, è rimasta in vigore.

In sostanza, il grande progetto di una rivoluzione fiscale si è ridotto a interventi limitati e spesso contraddittori.

Accise: da scandalo a fonte di entrate

Un caso emblematico riguarda le accise sui carburanti. Quando era all’opposizione, Meloni le definiva uno “scandalo” e chiedeva la loro abolizione progressiva.

Una volta al governo, però, non solo non sono state eliminate, ma il sistema è stato rimodulato in modo da aumentare il gettito fiscale. Le accise sulla benzina sono leggermente diminuite, mentre quelle sul diesel sono aumentate, portando lo Stato a incassare centinaia di milioni di euro in più nei prossimi anni.

Un esempio piuttosto chiaro di come le promesse fatte all’opposizione possano cambiare radicalmente quando si passa alla gestione dei conti pubblici.

Pensioni: la legge Fornero è ancora lì

Altro cavallo di battaglia del centrodestra era l’abolizione della legge Fornero. Matteo Salvini arrivò perfino a dire agli elettori di “spernacchiarlo” se non fosse riuscito a eliminarla nel giro di un anno.

Sono passati diversi anni e la legge Fornero è ancora in vigore. Non solo: alcuni parametri per il pensionamento anticipato sono stati resi più rigidi e dal 2027 è previsto un ulteriore aumento dell’età pensionabile.

Anche le pensioni minime, che in campagna elettorale erano state promesse vicino ai mille euro, sono rimaste molto lontane da quella cifra.

Famiglia e natalità: obiettivi ridimensionati

Il sostegno alla natalità è un altro tema centrale nella retorica della destra italiana. Il governo aveva parlato di nuove detrazioni fiscali per le famiglie e di incentivi consistenti per chi ha figli.

In concreto, però, le misure sono state molto più limitate del previsto. La cosiddetta “super detrazione” promessa per le madri non è mai stata introdotta e il principale intervento è stato un aumento relativamente modesto del bonus per alcune famiglie con figli.

In un Paese che continua a registrare uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, l’effetto di queste politiche è stato piuttosto contenuto.

Migrazioni: il “modello Albania”

Un altro tema identitario del governo è quello dell’immigrazione. La promessa era quella di una gestione più rigida dei flussi migratori, fino al famoso slogan del “blocco navale”.

La realtà è stata molto più complicata. I centri per migranti costruiti in Albania, presentati come una soluzione innovativa, non hanno funzionato come previsto e sono stati oggetto di controversie giuridiche e politiche.

Nel frattempo, il numero di arrivi via mare è rimasto sostanzialmente in linea con gli anni precedenti.

Case, carceri e industria: i progetti incompiuti

Anche su altri fronti le promesse si sono scontrate con ritardi e difficoltà. Il Piano Casa, annunciato come una grande iniziativa per l’edilizia popolare, non è stato finanziato nella legge di bilancio. Il piano per costruire migliaia di nuovi posti nelle carceri procede lentamente: i nuovi posti effettivamente realizzati sono stati poche centinaia rispetto agli obiettivi annunciati. Persino la vendita dell’ex Ilva di Taranto, un dossier industriale cruciale, è rimasta bloccata per mesi senza una soluzione definitiva.

Il peso dei vincoli esterni

Per capire queste difficoltà bisogna anche considerare un fattore spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: i cosiddetti “vincoli esterni”. L’Italia, come altri Paesi europei, deve fare i conti con regole economiche e istituzionali che limitano il margine di manovra dei governi nazionali.

L’appartenenza all’Unione Europea, all’eurozona e alle alleanze internazionali implica obblighi e compromessi. Molte decisioni economiche – dalla politica monetaria alla gestione del debito pubblico – non dipendono esclusivamente dal governo italiano.

In altre parole, una parte delle promesse fatte in campagna elettorale si scontra con la realtà di un sistema politico ed economico fortemente interdipendente.

Tra retorica e governo

La distanza tra promesse e risultati non è una novità nella politica italiana – né in quella internazionale. Governare è sempre più complicato che fare opposizione.

Il caso del governo Meloni, però, è particolarmente interessante perché nasce da una narrativa fortemente populista e sovranista: quella di un esecutivo che avrebbe restituito potere e benessere al “popolo”.

A distanza di anni, la sensazione è che molte di quelle promesse siano rimaste soprattutto strumenti retorici. Il governo ha dovuto confrontarsi con vincoli economici, istituzionali e internazionali che hanno ridimensionato gli obiettivi iniziali.

Questo non significa che non ci siano state politiche concrete o risultati su alcuni fronti. Ma significa che il divario tra ciò che era stato promesso e ciò che è stato effettivamente realizzato resta uno degli aspetti più evidenti di questa legislatura.

E forse è proprio qui che si gioca la partita politica dei prossimi anni: nella capacità – o meno – di trasformare gli slogan rivolti al “popolo” in politiche che incidano davvero sulla vita quotidiana degli italiani.

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