Il Partito Democratico americano nell’epoca di Trump
di Francesco Bedeschi
Da fuori, soprattutto dall’Europa, il Partito Democratico americano viene spesso percepito come l’equivalente della sinistra. In realtà la storia è più complicata. I Democratici negli USA sono sempre stati un partito moderato e pragmatico, una grande coalizione politica più che una formazione ideologicamente compatta. E proprio questa natura oggi, nell’epoca di Donald Trump, sta emergendo con tutta la sua evidenza.
Il partito che dovrebbe rappresentare l’alternativa al trumpismo è attraversato da correnti diverse, talvolta anche molto distanti tra loro. Non si tratta di una spaccatura formale, ma di una tensione continua tra anime politiche differenti: da una parte l’establishment liberal, dall’altra una sinistra sociale più giovane e radicale.
La nuova sinistra urbana
Negli ultimi anni è cresciuta una corrente progressista che ha trovato la sua base soprattutto nelle grandi metropoli. Le figure simbolo di questa area sono il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e, più recentemente, il sindaco di New York Zohran Mamdani.
È una branca che mette al centro temi molto concreti: costo della vita, affitti insostenibili, salari stagnanti, servizi pubblici e welfare urbano. Non è un caso che proprio a New York, una delle città più ricche ma anche più diseguali del mondo, sia emersa la figura di Mamdani, simbolo di un progressismo cosmopolita e redistributivo. La sua proposta politica è piuttosto ambiziosa: più servizi pubblici, salari più alti, trasporti accessibili, politiche abitative e una maggiore tassazione sui redditi più elevati. In altre parole, una versione americana di socialdemocrazia urbana. Questa corrente parla soprattutto ai giovani, agli elettori delle grandi città, ai lavoratori precari e alle comunità con background migratorio. È un elettorato che negli ultimi anni si è spesso mostrato disilluso verso la politica tradizionale e che cerca un linguaggio più diretto e meno istituzionale. Tuttavia, per quanto visibile e dinamica, questa corrente rimane minoritaria dentro il partito.
Il peso dell’establishment liberal
Il baricentro dei Democratici continua infatti a essere occupato dall’area liberal moderata. È la tradizione incarnata da leader come Barack Obama e Joe Biden: una politica progressista sui diritti civili, ma molto più prudente sul terreno economico.
Questo approccio ha dominato la linea del partito per decenni. Anche durante la presidenza Obama, spesso considerata una svolta progressista, molte scelte politiche sono rimaste all’interno di un quadro liberal classico: difesa del mercato, interventi statali limitati e ricerca costante del compromesso.
È qui che emerge una delle principali contraddizioni del Partito Democratico contemporaneo. Da un lato si presenta come difensore della classe media e delle minoranze; dall’altro mantiene un rapporto stretto con settori importanti dell’élite economica e finanziaria. Il tema della cosiddetta “riccocrazia”, cioè il peso crescente dei grandi patrimoni nella politica, attraversa sempre più spesso il dibattito pubblico americano. E’ ovvio infatti come non manchino finanziamenti provenienti da miliardari, grandi aziende e settori dell’economia digitale.
Tutto ciò rende evidente una tensione strutturale: difendere politicamente gli elettori più vulnerabili senza rompere con i centri di potere economico che continuano a influenzare la politica americana.
Il nodo sicurezza e armi
Un altro terreno su cui emergono le ambiguità democratiche riguarda la sicurezza e il ruolo militare degli Stati Uniti.
Rispetto ai Repubblicani, i Democratici sostengono controlli più severi sulla vendita delle armi e misure per ridurre la violenza armata. Tuttavia il partito non mette in discussione il ruolo centrale dell’apparato militare americano né la dottrina della deterrenza. Anche su questo tema le differenze interne sono evidenti. L’ala progressista è più critica verso l’industria bellica e verso una politica estera troppo interventista, mentre l’establishment democratico rimane legato alla tradizione strategica degli Stati Uniti.
Il risultato è una posizione spesso percepita come ambivalente: riformista sul piano interno, ma molto più tradizionale sul piano geopolitico.
Un partito tenuto insieme da Trump
La vera forza dei Democratici è la loro capacità di mettere insieme gruppi sociali molto diversi. Giovani urbani, professionisti istruiti, minoranze etniche, parte della classe media e anche settori dell’imprenditoria convivono sotto lo stesso tetto politico. Ma questa stessa ampiezza rende il partito fragile. Le tensioni tra progressisti e moderati sono reali e non sempre facili da gestire. Paradossalmente, l’elemento che oggi tiene unita questa coalizione è proprio Donald Trump. L’opposizione al trumpismo funziona come un collante politico: un avversario così polarizzante rende possibile la convivenza tra anime diverse.
Resta però una domanda aperta. Quando la stagione politica dominata da Trump si chiuderà, i Democratici riusciranno a trovare una sintesi più stabile tra le loro diverse identità?
In fondo, la crisi identitaria del Partito Democratico non è un caso isolato. Dinamiche simili attraversano anche molte socialdemocrazie europee. Anche in Europa i partiti progressisti oscillano tra due poli: da una parte la difesa di diritti civili e valori liberal, dall’altra la difficoltà di rappresentare davvero le fasce sociali più colpite dalle trasformazioni economiche. La sfida è la stessa su entrambe le sponde dell’Atlantico: costruire una proposta politica capace di parlare alle nuove classi urbane senza perdere il rapporto con il resto della società.
Negli Stati Uniti questo equilibrio è ancora tutto da trovare. E il futuro del Partito Democratico resta una delle questioni più aperte della politica americana.
Dal Giappone al Brasile: la nuova geografia del voto nel 2026
Gruppo di ATTIVANZA “Società civile globale”
Democrazia sotto pressione
Il 2026 è un anno di svolta. In tutti i continenti le forze democratiche e progressiste si trovano a fare i conti con un contesto internazionale profondamente cambiato: l’ascesa dei nazionalismi sovranisti, l’accelerazione tecnologica senza regole, la crisi climatica e la frammentazione dell’ordine multilaterale mettono alla prova la tenuta delle democrazie liberali. In questo scenario, i voti del 2026 non sono semplici appuntamenti elettorali, sono, bensì, veri e propri referendum sul futuro della democrazia.
Su scala globale, le forze progressiste cercano di rilanciare un’agenda basata su giustizia sociale, transizione ecologica, diritti civili e pace. In risposta all’aggressività dei movimenti sovranisti e nazionalisti, leader come Pedro Sánchez e Luiz Inácio Lula da Silva hanno contribuito alla costruzione della Global Progressive Mobilisation, una rete internazionale di partiti e movimenti che tiene vertici periodici, come l’ultimo a Barcellona, per coordinare un’alternativa credibile all’internazionale della destra radicale.
Mentre l’Europa affronta sfide sempre più grandi dal punto di vista elettorale, l’America Latina resta un laboratorio politico per le forze di sinistra, come la situazione brasiliana e la coalizione di Lula alquanto fragile. In Asia, invece, molti Paesi stanno ottenendo elezioni per la prima volta competitive, come in Bangladesh, o affrontano crisi interne.
Il quadro internazionale è segnato da varie tensioni. La prima su tutte è di natura geopolitica: la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente e la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina ridisegnano gli equilibri mondiali e le intenzioni al voto della popolazione, in cui le alleanze storiche vacillano. In secondo luogo, vi è la natura economica: l’inflazione ed il costo della vita accompagnati dalla crisi dei servizi pubblici aumentano il malcontento popolare, questo diventa terreno fertile per gli estremismi ed ampliare il proprio bacino elettorale. Un altro elemento fondamentale è il problema istituzionale: vi è un forte indebolimento dello Stato di diritto, accompagnato a braccetto da un uso distorto dell’intelligenza artificiale nelle campagne elettorali.
Il banco di prova europeo
Le elezioni presidenziali portoghesi del gennaio-febbraio 2026 hanno consegnato all’Europa progressista un raro segnale di speranza. António José Seguro, candidato del Partito Socialista, ha vinto nettamente il ballottaggio dell’8 febbraio con il 66,8% dei voti, sconfiggendo André Ventura, leader del partito di estrema destra Chega, fermato al 33,2%. Una vittoria che segna il ritorno di un presidente di centrosinistra al Palazzo di Belém dopo vent’anni.
Il risultato è, tuttavia, più complesso di quanto la percentuale finale lasci intendere. Al primo turno, il 18 gennaio, Ventura si era qualificato al ballottaggio come secondo candidato più votato, con il 23,5%, superando a sorpresa il candidato di centrodestra sostenuto dalla coalizione di governo. Era la prima volta nella storia della Repubblica portoghese che un esponente dell’estrema destra accedeva al secondo turno delle presidenziali. Il fatto stesso che Chega, nato nel 2019, fosse diventato la principale forza di opposizione parlamentare con il 22,8% alle politiche del 2025 dice molto sulla velocità con cui la destra radicale si è radicata in un paese storicamente moderato.
Per questo motivo la vittoria del Partito Socialista non cancella la crescita di Chega. Seguro si è presentato come candidato di “unità democratica” piuttosto che un esponente di partito. Ha, infatti, enfatizzato la sua distanza dal suo stesso partito, lanciando un messaggio: “l’attaccamento del popolo portoghese ai valori della democrazia”.
Il caso portoghese offre due punti di vista: in primis l’estrema destra può essere sconfitta quando il campo democratico è unito attorno a figure di credibilità e indipendenza; in secondo luogo il radicamento della desueta radicale è reale e duraturo, non basterà una vittoria presidenziale per invertirlo.
Il voto ungherese del 12 aprile è sicuramente l’evento più atteso in Europa, in cui dopo 16 anni Viktor Orbán ed il suo Fidesz affrontano una sfida competitiva. Péter Magyar, fondatore del Tisza (Rispetto e Libertà), è il principale e temuto sfidante. I sondaggi indipendenti lo danno in vantaggio, infatti l’istituto Median assegna a Tisza il 55% tra gli elettori decisi contro il 35% di Fidesz, un distacco mai rilevato fino ad ora.
La figura di Magyar è centrale: ex marito dell’ex ministra della giustizia magiara, collaboratore stretto di Orbán e poi uscito dalla cerchia nel 2024 denunciando corruzione e autoritarismo all’interno. Tisza esisteva già come partito ed grazie al rilancio di Magyar ha intercettato in poco tempo la stanchezza del Paese segnato da tre anni di stagnazione economica, inflazione alle stelle, sanità in crisi e deficit pubblici fuori controllo.
Questa nuova figura non viene dalla sinistra, anzi, si posiziona nel centrodestra europeo. Tisza ha aderito al Partito Popolare Europeo dopo le elezioni del 2024, mantenendo posizioni prudenti su temi come i diritti LGBTQ+. Tuttavia, la sua sfida è prettamente interna ed ha il merito di voler riportare la democrazia in Ungheria che manca ormai da troppo tempo.
La partita è tutt’altro che chiusa. Il sistema elettorale ungherese, 106 collegi uninominali maggioritari su 199 seggi totali, storicamente avvantaggia il partito di governo. Gli esperti stimano che Tisza debba vincere con un margine di 3-5 punti percentuali per ottenere la maggioranza parlamentare. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha già segnalato preoccupazioni sulla disparità nelle risorse della campagna, sulla concentrazione dei media filogovernativi e sull’uso distorto dell’emittente pubblica. Fonti di sicurezza hanno documentato operazioni di disinformazione russa a sostegno di Orbán, inclusi video deepfake generati con l’intelligenza artificiale. A cui si è aggiunta, come elemento di ingerenza esplicita, la visita del vicepresidente statunitense JD Vance a Budapest in prossimità del voto.
È chiaro, dunque, che una possibile sconfitta di Orbán cambierebbe la composizione del Consiglio dell’Unione Europea, rimuovendo la principale voce di dissenso sul sostegno all’Ucraina e sul processo di adesione di Kyiv. Inoltre, darebbe segnali incoraggianti a tutte le opposizioni democratiche dei Paesi dell’Est europeo.
La Spagna del 2026 è il paradosso europeo per eccellenza: la principale locomotiva economica del continente, con una crescita del PIL del 3% annuo e una creazione di occupazione senza precedenti, è anche il paese in cui il governo progressista di Pedro Sánchez è più sotto pressione. La coalizione che sostiene il premier, Partito Socialista, Sumar, partiti regionalisti e indipendentisti catalani, è fragile per definizione: ogni voto in parlamento è una negoziazione al limite.
Le elezioni regionali del 2026 in Aragona (8 febbraio), Castiglia e León (15 marzo) e soprattutto Andalusia (30 giugno, la regione più grande e popolosa del paese) sono banchi di prova cruciali. I socialisti escono sconfitti dalle regionali di Estremadura del dicembre 2025, il peggior risultato di sempre in quella che era storicamente una roccaforte rossa. I sondaggi nazionali di gennaio 2026 danno il Partito Popolare al 30% contro il 26,5% del PSOE e Vox in crescita. Un’eventuale debacle in Andalusia potrebbe riaprire la questione della tenuta del governo centrale, anche se Sánchez esclude elezioni anticipate ed ha annunciato la sua ricandidatura a quelle del 2027.
Il presidente spagnolo ha capito un elemento fondamentale per la sopravvivenza politica: la visibilità internazionale conta quanto la sua credibilità domestica. Il forte sostegno della Commissione di Ursula Von Der Leyen, il forte posizionamento contro Trump hanno avuto un’ampia risonanza.
Il tallone d’Achille sono gli scandali con svariate indagini che coinvolgono familiari e collaboratori del premier, accuse di finanziamento irregolare, casi giudiziari che la destra mediatica alimenta quotidianamente. Secondo i sondaggi, il PP vincerebbe se si votasse oggi. Ma Sánchez ha già dimostrato nel 2023 di saper rovesciare pronostici avversi. La questione catalana rimane la variabile più imprevedibile: l’uscita di Junts dalla maggioranza parlamentare crea tensioni strutturali che potrebbero sfociare, in caso di sconfitta elettorale regionale pesante, in una crisi di governo ingestibile.
Israele
Le elezioni in Israele sono l’appuntamento geopoliticamente più delicato nel 2026. Benjamin Netanyahu guida il Paese da una posizione di paradossale e fragile forza: i sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani ritiene che debba dimettersi e che le elezioni vadano tenute il prima possibile. La coalizione è tenuta insieme con concessioni ai partner di estrema destra e ultra ortodossi, motivata dalla necessità di gestire una guerra su più fronti.
Il quadro è complicatissimo. La Knesset (parlamento monocamerale) a 120 seggi è storicamente frammentata in due blocchi contrapposti: quello pro-Netanyahu (Likud e alleati) e quello anti-Netanyahu (opposizione laica e di centrodestra). I sondaggi di inizio 2026 danno il blocco di opposizione intorno a 56-58 seggi, vicino alla maggioranza di 61, ma non ancora sufficiente. L’opposizione è guidata da figure come Yair Lapid (Yesh Atid), il generale Benny Gantz e, soprattutto, da Naftali Bennett, l’ex premier che potrebbe rientrare in campo e drenare voti decisivi dalla base elettorale del Likud.
Si stanno valutando tre le fila del Likud di anticipare le elezioni per l’estate 2026 per sfruttare il consenso in aumento dopo le operazioni militari in Iran. L’obiettivo di Netanyahu è quello di volgere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul conflitto e non sul 7 ottobre 2023, allo stesso tempo cercando di andare ad elezioni anticipate. Tuttavia, questo piano si intreccia con il processo di pace a Gaza, il confronto con l’Iran, le relazioni con gli Stati Uniti di Trump e con il crescente isolamento internazionale di Israele. Difficilmente, però, queste elezioni produrranno un cambiamento radicale di scenario: ma potrebbero aprire uno spazio, anche piccolo, per una politica israeliana diversa.
Asia, democrazie fragili e transizioni difficili
Tra riprove e stravolgimenti, il quadro elettorale riporta un’immagine, per certi versi, frastagliata ed eterogenea degli assetti di potere statali in Asia. Tuttavia, valutando la questione da un punto di vista più prettamente politico, l’ascesa e/o il consolidamento di numerose compagini di matrice nazionalista, populista e conservatrice di estrema destra denota al contrario una certa convergenza “ideologica” tra le varie anime del vasto contesto geopolitico asiatico, e più in generale conferma la tendenziale virata della scena politica internazionale verso i populismi di estrema destra.
Tra le numerose tornate elettorali che hanno ridisegnato – e che continuano tuttora a ridisegnare – gli equilibri parlamentari e governativi in Asia dall’inizio dell’anno, abbiamo scelto in questa sede di analizzarne brevemente tre in particolare: le elezioni parlamentari in Giappone, le elezioni parlamentari e costituzionali in Bangladesh e le elezioni generali in Thailandia.
Una prima grande conferma arriva dalla schiacciante vittoria della coalizione del partito della premier giapponese Sanae Takaichi alle elezioni parlamentari dello scorso 8 febbraio. Da molti considerata il corrispettivo, nonché principale alleato asiatico, di Giorgia Meloni, Takaichi ha saputo sfruttare la strategica anticipazione del voto – che secondo la fisiologica scadenza della magistratura si sarebbe dovuto tenere nel 2028 – per consolidare la presenza in parlamento della coalizione di centro-destra guidata proprio dal suo partito, il Partito Liberal Democratico, compagine di ispirazione conservatrice e nazionalista che ha pressoché ininterrotamente guidato il paese dal 1955 e che ha guadagnato con queste ultime elezioni ben 311 seggi su 465. Alleato strategico del PLD è poi la formazione di estrema destra Ishin che, pur avendo portato a casa un ben più modesto numero di seggi (39), ha consentito alla coalizione di conquistare circa il 75% del parlamento. Il grande successo alle elezioni è certamente indicativo della solidità del potere di Takaichi, che può contare sul netto supporto popolare alle politiche perseguite dal suo governo, fondate sui tre pilastri di taglio temporaneo dell’Iva, rilancio della spesa pubblica, ed accelerazione del riarmo nazionale.
Tra le tornate elettorali più significative è sicuramente da segnalare quella che ha coinvolto il Bangladesh il 12 febbraio scorso, con una doppia votazione – rispettivamente per l’elezione del nuovo parlamento e per l’approvazione di una serie di riforme costituzionali – da molti interpretata come uno “stress test cruciale lungo la strada per la democratizzazione”, dopo la caduta del governo repressivo di Sheikh Hasina nel 2024. Hasina, fuggita in India a seguito del rovesciamento del suo governo e condannata a morte in contumacia per crimini contro l’umanità alla fine del 2025, era leader della Lega Popolare Bengalese, formazione di matrice nazionalista e socialista che, pur non consecutivamente, aveva mantenuto il controllo dell’esecutivo nazionale per circa venti anni.
Sul fronte parlamentare, la conquista di oltre due terzi dei seggi – 248 su 350 – da parte del Bangladesh Nationalist Party, guidato da Tarique Rahman (figlio di Khaleda Zia, ex-premier nonché storica rivale di Hasina), ha di fatto consentito l’instaurazione di un esecutivo monocolore di orientamento nazionalista e conservatore, alimentando la prospettiva di una relativa stabilità politica nel prossimo futuro per il paese.
Di portata altrettanto storica sono i numeri della prima elezione dell’era post-Hasina: su una popolazione di 178 milioni di abitanti, ben 127 milioni – circa il 71% – si sono recati alle urne, con un’età media stimata intorno ai 26 anni. Quest’ultimo dato in particolare attesta la ferma volontà della Generazione Z, non a caso protagonista della cosiddetta “Rivoluzione dei Monsoni” che ha portato alla caduta del regime nel 2024, di contribuire in maniera determinante alla ridefinizione dell’establishment politico-istituzionale del proprio paese.
Le speranze di democratizzazione associate alla tornata elettorale sono state tuttavia prontamente frenate dalla messa in discussione della trasparenza e veridicità dei risultati, ampiamente contestati sia dalla formazione islamista Jamaat-e-Islami – che, dopo anni di marginalità, è riuscita a conquistare 91 seggi – sia dal National Citizen Party, movimento fondato a seguito delle proteste studentesche del 2024 e alleato di Jamaat.
Infine, le elezioni generali dello scorso 8 febbraio in Thailandia – anche queste indette con anticipo rispetto alla naturale fine della legislatura, prevista per il 2027 – hanno garantito alla formazione conservatrice Bhumjaithai, conosciuta anche come Thai Pride, la maggioranza relativa in assemblea, avendo conquistato un totale di 193 seggi su 500. Il raggiungimento della maggioranza – pur non netta come nei casi di Giappone e Bangladesh – ha inoltre consentito al primo ministro Anutin Charnvirakul, nominato dalla Camera dei rappresentanti nel settembre 2025 a seguito della destituzione della precedente premier Paetongtarn Shinawatra, di sottoporre la legittimità del suo potere al vaglio del giudizio popolare, ottenendo in questo senso una fondamentale conferma.
Di valore ancora più strategico risulta poi in questo contesto la conquista di 74 seggi da parte dell’alleato di coalizione Pheu Thai, che ha consentito alla coalizione di centro-destra di ottenere il controllo di 267 seggi contro i 118 dei progressisti socialdemocratici del Partito del Popolo.
L’acuirsi delle tensioni nei rapporti con la Cambogia, culminate in una serie di scontri a fuoco verificatisi tra il maggio e il dicembre 2025, ha generato una forte ondata di umori nazionalist che Charnvirakul ha saputo sapientemente cavalcare: in una fase di grande instabilità politica, tanto interna quanto esterna, per la Thailandia, il leader del Bhumjaithai ha compreso quanto, ora più che mai, la stabilità del suo governo non potesse prescindere dalla legittimazione popolare, motivo che lo ha portato a rassegnare le dimissioni e a richiedere lo scioglimento della Camera dei rappresentanti nel dicembre 2025 – dopo soli tre mesi dalla sua nomina – per poi richiedere l’indizione nel breve periodo di elezioni generali per superare l’empasse politico da lui stesso generato. Nonostante diversi sondaggi pronosticassero una risalita della falange progressista, Charnavirakul ha in ultima battuta potuto provare la natura vincente della sua strategia. Le aspettative generali convergono ora verso prospettive di maggiore stabilità e solidità, quantomeno sul fronte interno, dell’assetto politico thailandese.
America latina, tra crisi politiche e instabilità sociale
Il 2026 porterà grandi cambiamenti anche nel panorama politico dell’America Latina, grazie a una serie di elezioni presidenziali che contribuiranno a determinare la direzione politica dell’intera regione: dal Costa Rica alla Colombia, Perù, Haiti e Brasile.
Nonostante le profonde differenze tra questi Paesi, le dinamiche comuni come la pressione economica crescente, le disuguaglianze sempre più marcate, una domanda sempre più forte di sicurezza e il progressivo logoramento dei sistemi politici tradizionali alimentano la crescita di movimenti populisti e una forte frammentazione dell’offerta politica. Il risultato è uno spostamento dell’elettorato verso destra, già emerso nel 2025 in Paesi come Cile, Bolivia e Honduras, e che potrebbe consolidarsi anche nei prossimi mesi.
A complicare ulteriormente il quadro regionale si aggiunge il ruolo degli Stati Uniti e l’incognita rappresentata da Donald Trump: le minacce economiche alle possibili ingerenze pre-elettorali, come accaduto a fine anno in Honduras; il rapimento del leader venezuelano Nicolás Maduro contro ogni regola del diritto internazionale, e la successiva instaurazione di un governo provvisorio ancora da delineare; la pressione economica esercitata contro Cuba portandolo allo stremo con un blackout ormai perenne e difficoltà anche nell’approvvigionamento di beni essenziali.
Il primo appuntamento elettorale dell’anno si è svolto il 1° febbraio in Costa Rica, dove sono stati eletti il presidente della Repubblica, due vicepresidenti e i 57 membri del Parlamento. La competizione ha visto la partecipazione di ben 20 candidati presidenziali, tra cui cinque donne e, a sorpresa, la vittoria è andata alla candidata della destra populista Laura Fernández con il 48% dei voti. Un risultato inatteso, considerando che i sondaggi indicavano come favorito Rodrigo Chaves. Il voto costaricano rappresenta uno dei primi segnali del possibile cambiamento politico che potrebbe attraversare la regione nel corso dell’anno.
L’8 marzo è stata la volta della Colombia, dove si è svolta la prima fase delle elezioni legislative e delle primarie presidenziali. La coalizione di sinistra Pacto Histórico, guidata dal presidente Gustavo Petro, si è confermata una delle principali forze al Senato, mentre il partito conservatore Centro Democrático, legato all’ex presidente Álvaro Uribe, è risultato il più votato alla Camera. Le elezioni presidenziali si terranno il 31 maggio. Petro, impossibilitato a ricandidarsi per limiti costituzionali, sostiene il senatore Iván Cepeda come possibile successore. Tra gli altri candidati figurano la senatrice Paloma Valencia per il Centro Democrático, l’ex sindaca di Bogotá Claudia López per l’area centrista e l’avvocato Abelardo de la Espriella, che propone una linea particolarmente dura contro criminalità e immigrazione. Il voto si svolgerà in un contesto complesso, segnato da polarizzazione politica, rallentamento economico e una sicurezza ancora fragile, con gruppi armati e organizzazioni criminali radicati in diverse aree del Paese.
Il Perù è uno dei Paesi più politicamente instabili della regione. Negli ultimi dieci anni si sono succeduti ben otto presidenti, rimossi per corruzione, scandali politici o incapacità morale. Le elezioni presidenziali si terranno il 12 aprile in un clima di forte sfiducia verso la politica a causa di due problemi principali: l’aumento della criminalità e una corruzione diffusa che continua a minare la credibilità delle istituzioni. Gli elettori dovranno scegliere tra ben 36 candidati. Tra i nomi più accreditati emergono Keiko Fujimori, leader del partito di destra Fuerza Popular e figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, e Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima e candidato conservatore che ha impostato la sua campagna sulla lotta alla criminalità e alla corruzione.I sondaggi mostrano però un elettorato estremamente frammentato e una quota molto elevata di indecisi, rendendo quasi inevitabile il ricorso al ballottaggio previsto per giugno.
Il 30 agosto è la data fissata per le elezioni presidenziali ad Haiti, ma non vi è alcuna certezza che il voto possa realmente svolgersi a causa della situazione interna che sta vivendo segnato da una delle crisi umanitarie più gravi al mondo che va dall’alto tasso di criminalità al controllo di alcune zone da parte di bande armate, dalla fame alla mancanza di istruzione. In queste condizioni appare difficile garantire elezioni libere e sicure. Dopo anni senza un voto presidenziale è stato istituito un governo di transizione guidato dal primo ministro Alix Didier Fils-Aimé, con l’obiettivo di ristabilire un minimo di stabilità politica.
Il ciclo elettorale latinoamericano si chiuderà il 4 ottobre 2026 con le elezioni generali in Brasile, la maggiore potenza economica e demografica della regione. Quel giorno i cittadini saranno chiamati a eleggere presidente, Parlamento e governi locali. Il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva ha annunciato la propria candidatura per un quarto mandato non consecutivo e, secondo i principali sondaggi, parte in vantaggio. La destra arriva invece divisa e indebolita dall’assenza dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato e ineleggibile dopo il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni del 2022. Nonostante ciò, Bolsonaro mantiene una forte influenza politica e ha indicato come candidato il figlio Flávio Bolsonaro. La sfida resta aperta e il risultato avrà un peso determinante non solo per il Brasile, ma per l’intera regione.
Il ciclo elettorale del 2026 sarà anche un test per la tenuta della nuova stagione progressista in America Latina. Negli ultimi anni la sinistra è tornata al governo in diversi Paesi, ma oggi deve fare i conti con rallentamento economico, crescente insicurezza e un elettorato sempre più disilluso. In questo contesto, le destre stanno guadagnando terreno intercettando il malcontento sociale. Il voto dei prossimi mesi dirà se la sinistra riuscirà a consolidare questa fase o se la regione entrerà in un nuovo ciclo politico.
Una democrazia in bilico
Il 2026 si conferma un anno spartiacque per la democrazia globale. Dalle urne portoghesi a quelle brasiliane, passando per Budapest, Tokyo e Dacca, emerge un filo rosso comune: le forze democratiche e progressiste possono ancora vincere, ma a condizione di sapersi rinnovare, unire e rispondere concretamente alle ansie economiche e sociali dei cittadini. È qui che il lavoro di realtà come ATTIVANZA diventa essenziale. La democrazia non si difende solo nelle cabine elettorali: si coltiva ogni giorno, attraverso la partecipazione civica, la conoscenza dei meccanismi istituzionali e la costruzione di una società civile attiva e consapevole. Il verdetto delle urne del 2026 non deciderà solo chi governa: dirà se la democrazia liberale è ancora in grado di reinventarsi. Sarà, dunque, il risultato di quanto, nei mesi e negli anni precedenti, cittadini e organizzazioni avranno scelto di essere protagonisti, non semplici spettatori.