FOCUS ITALIA – MAGGIO 2026

Il Bilancio Pop: uno strumento di rendicontazione sociale che si mette “nei panni dei cittadini”

di Emanuele Comi

L’idea di vivere in uno Stato di diritto con istituzioni democratiche è ben radicata in tutti noi, ma spesso dimentichiamo che una democrazia sana e funzionale richiede un impegno costante. Infatti, sebbene questo termine venga associato soprattutto al voto e all’elezione dei propri rappresentanti, la democrazia dovrebbe implicare il diritto dei cittadini di partecipare attivamente ai processi pubblici, oltre a strumenti che ne garantiscano la solidità. Questo principio trova una sintesi concreta nel concetto di accountability: la responsabilità consapevole e strutturata di rendere conto delle proprie decisioni, azioni e risultati davanti alla collettività.

Ed ecco il primo ostacolo: difficilmente il cittadino/la cittadina comune dispone delle competenze e dei mezzi per comprendere a fondo, e quindi valutare criticamente, i processi istituzionali e l’operato dei propri rappresentanti. Si tratta di un problema analogo a quello che si verifica in occasioni straordinarie, come i referendum costituzionali o abrogativi. Questi ultimi presentano spesso quesiti talmente tecnici da lasciare spesso le persone in balia della propaganda politica, impedendo loro di formarsi un’opinione critica e limitandone, de facto, il ruolo e il potere.

Esistono dei limiti formali alla partecipazione cittadina anche nei processi ordinari e amministrativi. I Comuni, ossia gli enti più vicini alla popolazione, sono obbligati per legge a rendere accessibili i propri bilanci; questi ultimi, tuttavia, risultano comprensibili a pochi, creando una distanza tra l’istituzione e i cittadini. Quando i documenti prodotti dalle pubbliche amministrazioni sono fruibili solo da pochi addetti ai lavori, si rischia di lasciare un vuoto comunicativo. Questo spazio può spesso riempito da terzi che producono e diffondono interpretazioni arbitrarie o manipolate, a tutto discapito della trasparenza verso la comunità.

È proprio con lo scopo di superare questi limiti che è nato il concetto di Bilancio Pop (Popular Financial Reporting), uno strumento sviluppato negli anni ’90 in Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Fondato su tre pilastri fondamentali, ovvero trasparenza, partecipazione e accountability, questo documento fornisce i dati economico-gestionali in forma semplice e sintetica. In questo modo, rende concreto il dialogo tra istituzioni e cittadini attraverso un’efficace semplificazione visiva e l’analisi dei diversi capitali (intellettuale, umano, naturale, produttivo, sociale e finanziario), oltre che dei divari territoriali e del benessere, offrendo finalmente alla comunità informazioni accessibili e comprensibili.

In Europa, il Comune di Torino è stato il primo ad applicarlo nel 2016 con il supporto del Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Torino, che ha garantito anche la prosecuzione del progetto. Da allora, il Dipartimento ha collaborato alla realizzazione del Bilancio Pop con numerosi altri Municipi nelle province di Torino, Milano e Bologna, oltre a Bari, prima grande città del Sud Italia a sperimentare il modello. Un caso particolarmente virtuoso è quello del Comune di Basiglio, in cui l’adozione del Bilancio Pop è stata fondamentale per l’ottenimento del Marchio Eloge, il riconoscimento con cui il Consiglio d’Europa premia gli enti pubblici che rispettano i princìpi del buon governo democratico.

A dieci anni dal suo debutto, il progetto ha visto l’attivazione in Italia di 57 accordi che coinvolgono non solo i comuni, ma anche scuole, fondazioni, ordini professionali e imprese, portando alla realizzazione (già conclusa o in corso) di 44 Bilanci Pop su tutto il territorio nazionale. L’iniziativa ha inoltre un forte impatto formativo: è oggi oggetto di studio in 12 insegnamenti universitari e ha coinvolto oltre 6.000 studenti. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto gli 818.000 euro, di cui 415.000 dedicati specificamente all’innovazione digitale della Pubblica Amministrazione.

L’importanza di una chiara comunicazione tecnica tra istituzioni e cittadini ha spinto anche realtà estere a seguire questa strada: in Spagna, per esempio, la città di Almería ha deciso di adottare il modello torinese. La speranza, ora, risiede nella proposta di rendere il Bilancio Pop un obbligo di legge per tutte le amministrazioni pubbliche, superando così la logica del documento isolato e basato esclusivamente sulla buona volontà dei singoli enti.

In una società abituata alla democrazia, è fondamentale ricordare che essa non è una semplice etichetta istituzionale. Deve invece essere viva ed effettiva nella gestione quotidiana, permettendo ai cittadini e alle cittadine di avere un ruolo attivo anche nelle dinamiche amministrative, e non solo nei momenti elettivi. In questo contesto, vanno incoraggiati tutti gli attori che propongono idee concrete per accompagnare le istituzioni verso una maggiore trasparenza. L’obiettivo futuro è una democrazia davvero partecipativa anche nei procedimenti ordinari: dove c’è più accountability, infatti, l’efficienza aumenta e, di conseguenza, migliora la qualità della vita di tutti i cittadini e le cittadine, dal piccolo comune alla grande città.

Cosa succede quando smettiamo di incontrarci negli spazi pubblici?

di ATTIVANZA, gruppo “locale”

Negli ultimi anni, abbiamo assistito sempre di più alla perdita di spazi pubblici, luoghi che vanno oltre la mera questione urbanistica e simbolo di opportunità di cittadinanza in cui poter costruire relazioni significative ed esercitare la partecipazione democratica. Ancora, questi luoghi vengono intesi come laboratori di sperimentazione sociale in cui sviluppare competenze collettive ed esperienze che vadano oltre le logiche economiche o strumentali.

La chiusura di spazi – parchi, biblioteche, piazze, centri sociali – rappresenta la perdita di luoghi di socializzazione accessibili, in cui entrare gratuitamente, incontrarsi, discutere e prendere parte al dibattito pubblico indipendentemente dal reddito, dallo status o dal consumo. Luoghi in cui riconoscersi come comunità, in cui dare voce a chi non ne ha e insieme costruire un futuro più giusto.

Negli ultimi anni, però, qualcosa si è rotto. O forse si è lentamente consumato, a seguito delle trasformazioni sociali e dei cambiamenti culturali in corso. Da un lato, abbiamo assistito alla chiusura di luoghi fisici, case di quartiere, circoli politici, centri sociali e, dall’altro, la comunità si è spostata online, con la creazione delle community. Oggi discutiamo sui social, partecipiamo attraverso uno schermo, ci indigniamo in tempo reale, ma non condividiamo davvero uno spazio collettivo

La piazza, ad esempio,  dovrebbe continuare ad occupare un ruolo fondamentale, intesa come luogo di partecipazione e di dissenso. Il sociologo Filippo Barbera lo racconta bene nel libro “Le piazze vuote” (2023) quando afferma che una comunità esiste solo quando ha a disposizione dei luoghi in cui incontrarsi e riconoscersi come tale. Ed è proprio per questo che, quando questi spazi vengono colpiti, la reazione che ne scaturisce è forte.

Nell’estate del 2025 abbiamo assistito allo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale milanese e sede di attività, concerti, dibattiti e iniziative culturali. Un evento che non riguarda solo la chiusura fisica di uno spazio, quanto più la chiusura simbolica di un luogo di aggregazione politica e culturale. Sembra infatti, in questo periodo di repressione delle libertà, che non è più tollerato attraversare spazi la cui finalità non sia il consumo o il branding urbano.

Pochi mesi dopo, a Torino, la discussione è stata riaperta a seguito dello sgombero di Askatasuna, nel quartiere Vanchiglia, uno degli ultimi spazi politici autonomi rimasti in città. Anche in questo caso, il dibattito pubblico è andato oltre: si trattava della perdita, per la città e la comunità tutta, di un luogo di organizzazione e attivismo territoriale. Due eventi che hanno portato in piazza migliaia di persone e che ci portano a riflettere sull’importanza di poter usufruire di spazi pubblici all’interno delle città. Spazi in cui stare, sperimentare la socialità e dare voce a chi voce molto spesso voce non ha.

In particolar modo, nel dibattito urbanistico, gli spazi pubblici vengono definiti come infrastrutture di vita, intese come risorse collettive che, grazie all’interazione, permettono non solo di abitare il presente ma di aspirare e costruire un futuro più giusto. Negli anni Ottanta il sociologo Oldenburg definiva questi luoghi, diversi sia dalla casa che dal luogo di lavoro, come terzi luoghi. Luoghi informali in cui creare relazioni fuori dalle logiche di produttività, fondamentali per riconoscersi come comunità e la cui importanza aumenta se situati nelle aree interne. Una biblioteca, ad esempio, non è soltanto il luogo in cui leggere libri o prenderli in prestito, ma uno spazio in cui potenziare i diritti di cittadinanza, un luogo in cui non sentire la marginalità o l’isolamento.

Questi spazi, insomma, ci ricordano che siamo parte di una comunità e che solo insieme è possibile andare avanti. In particolare, nei territori marginalizzati, caratterizzati da spopolamento e distanza dai servizi essenziali, gli spazi pubblici assumono il ruolo di mantenere vivo il tessuto sociale e alimentare il senso di appartenenza collettiva permettendo alla comunità di continuare a incontrarsi, riconoscersi e co – progettare.

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