Appello alle organizzazioni della società civile – stop al riarmo Europeo! – Marzo 2025

ATTIVANZA: il nostro appello alle organizzazioni della società civile per un’Europa non bellicosa.

Siamo un gruppo di ragazze e ragazzi che vivono e crescono in un’Unione Europea che ci permette di spostarci liberamente da uno stato all’altro, arrivare ad avere condizioni di vita dignitose -riconoscendone il privilegio, godere di determinati diritti civili. Siamo consapevoli che si tratti di un’Unione ancora fragile, da riformare e completare, ma non dubitiamo che il miglioramento sia possibile in un contesto democratico e di pace.

Abbiamo intrapreso studi che hanno alimentato in noi passione e speranza di portare proprio quei cambiamenti necessari: per contrastare la crisi climatica e rendere possibile lo Sviluppo sostenibile, per una rinnovata cooperazione internazionale, per promuovere i diritti umani, il multilateralismo, per le pari opportunità, perché non accada più quanto successo al popolo greco con la crisi del debito sovrano.

E invece dal Covid in poi siamo entrati in un tunnel. Ci siamo resi conto che non era tutto poi così roseo:

  • le strategie europee degli ultimi anni, a partire dal Green Deal, hanno tracciato la via per il contrasto al cambiamento climatico, con precisi obiettivi di decarbonizzazione al 2050, e per la transizione ecologica, spingendo su sostenibilità ed economia circolare. Tuttavia, la mancata o insufficiente applicazione nei Paesi membri della “Just transition” sta mettendo a rischio la coesione sociale, oltre che portare al rifiuto delle politiche europee per il clima da parte di varie categorie e settori professionali. Si tratta di politiche indispensabili per fornire sostegno economico ai territori che devono far fronte a gravi sfide derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica (distretti produttivi dismessi, perdita di posti di lavoro, riconversione, ecc.).

 

 

  • permangono le divisioni tra i Paesi Membri per quanto riguarda la questione migratoria, con scelte securitarie e miopi che non vanno certo nella direzione della solidarietà e della cooperazione, ma guardano piuttosto a un modello di deportazione ed esternalizzazione, come se non ci fosse nessun tipo di lesson learnt  dal tragico passato imperialista e i vari trattati sui diritti umani non esistessero più.

 

  • non aver agito coesi come Unione Europea attraverso l’azione politica preventiva per impedire nuove guerre, ha contribuito alla tragedia in atto: l’attacco russo all’Ucraina sta mandando tanti giovani nostri coetanei – ucraini e russi – al massacro; dall’Ucraina, alla Palestina e in altri paesi del Medio Oriente si contano migliaia di vittime innocenti, case e paesi distrutti.

 

Questo deterioramento culturale e morale è in corso da tempo: in questi anni abbiamo assistito al fallimento della politica, della diplomazia, del buon senso; si è lasciato prevalere l’interesse economico-finanziario, il potere delle grandi corporazioni, trascurando il malcontento popolare che è stato astutamente cavalcato da sovranismi violenti e retrogradi.

Ci stiamo rendendo conto più che mai che il nostro destino è nelle mani di pochi, ricchi, potenti uomini politici che in quattro e quattr’otto stanno provando a re-imporre – anacronisticamente – il bipolarismo della Guerra Fredda, mettendo a repentaglio il progetto di un’Europa unita che, pur con tanti limiti e ipocrisie, ha comunque garantito oltre mezzo secolo di pace, stabilità e libertà – se non altro entro i suoi confini politici.

Il piano per il riarmo europeo da 800 miliardi di euro, ReArm Europe, è – a nostro parere – una follia per  assecondare le richieste  di una Nato ormai vacillante, che metterà in ginocchio i bilanci degli stati membri e darà il colpo di grazia al welfare state europeo. Una decisione ben diversa, rispetto all’esigenza di creare una Difesa comune europea, che andrà ad arricchire i produttori di armi e che snaturerà totalmente i principi   e i valori per cui è nata l’UE. 

La responsabilità di tutto questo non è solo dovuta alle imposizioni di politici autoritari o a partiti nazionalisti; è anche da attribuire, purtroppo, alle scelte di partiti di ispirazione democratica e liberale che hanno sostenuto o che non hanno impedito di scivolare nella logica della guerra dietro alla retorica della vittoria e della “pace giusta”.

Di fronte alla prospettiva di sprofondare in uno scenario di violenza e divisioni, servirebbe un atto di ribellione democratica a livello europeo: in primis da parte delle istituzioni  garanti delle Costituzioni post ‘48; dai Parlamenti; dai cittadini che dovrebbero potersi esprimere con un referendum di fronte a scelte politiche vitali; ma anche dai media, dalle scuole e dalle università, dal mondo dell’arte e della cultura, dallo sport, dalle imprese.

Oggi vogliamo rivolgere un appello a tutte quelle organizzazioni della società civile, che tanto ammiriamo per il loro impegno in vari ambiti, affinché si possa unire le forze a livello europeo non per una manifestazione generica pro UE o per esaltarne la potenza economica,  ma per chiedere, con una protesta civile e nonviolenta, un’Unione Europea coerente con la missione per cui è nata: essere facilitatrice di pace, un esempio mondiale di libertà e diritti – e non solo regolamentazioni -, lo standard per lo Sviluppo sostenibile, processo che può solo passare attraverso la redistribuzione equa della ricchezza internamente e la riparazione di anni di sfruttamento coloniale esternamente. Questa Europa richiede un patto intergenerazionale, ma anche un’unità di intenti tra forze politiche di varia origine – democratiche, liberali, popolari, ecologiste, socialiste – per fermare l’imbarbarimento che sta offuscando la ragione umana.

Si dice tanto che i giovani sono importanti perché sono il futuro: ma quale futuro ci aspetta? Chiediamo una risposta a chi è stato eletto e ha la responsabilità di decidere le regole per la convivenza comune.

 


Alcuni pensieri dei nostri Attivati in merito al piano ReArm Europe

In quanto studiosa e appassionata di relazioni internazionali e geopolitica, nonché cittadina italiana ed europea, sono una fervente sostenitrice del processo di integrazione europea: un processo lento, difficile, caratterizzato da battute d’arresto e grandi progressi. Stiamo vivendo un’ ulteriore crisi, forse la peggiore dalla fine della Guerra Fredda a oggi, che rischia di minare le fondamenta del sistema valoriale europeo che per decenni ha garantito pace e prosperità. Serve interrogarsi su cosa è andato storto, serve ricostruire e rilanciare lo strumento diplomatico, servono dialogo e visione politica oltre i meri interessi nazionali: il riarmo non risponde a nessuna di queste esigenze.” – MARIA 

La forza non è la soluzione a nulla, la violenza è il lato più tetro della natura umana. Interessi di bandiera, sete di potere, avidità di denaro non possono avere la meglio sulla vita. Bisogna essere coraggiosi per provare a cambiare ma sarebbe presuntuoso pensare che da soli si può. Deve essere un’unione di intenti, altrimenti come la storia dimostra, chi ha potere decisionale continua con la sua solita veduta campanilistica. Ah e ricordiamoci di farlo col sorriso.” – FRANCESCO

Quale insegnamento possiamo trarre dalla nostra storia recente circa il fenomeno della cosiddetta “corsa al riarmo”? Si è mai davvero rivelato funzionale in qualità di deterrente o, secondo la rappresentazione che si intende conferirgli nell’attuale scenario politico Europeo, come “semplice” forma di prevenzione e strumento di difesa? O ha finito esso stesso per configurarsi come un ulteriore detonatore delle tensioni – più o meno latenti – che connotavano i rapporti tra potenze dominanti? Ritengo si possa ampiamente convenire circa l’indubbia veridicità della seconda opzione.

Negare che il multilateralismo e lo spirito di cooperazione sui quali il paradigma dominante nel periodo post-Seconda Guerra Mondiale – paradigma certamente animato da nobili intenzioni, ma fondato su presupposti ed equilibri la cui fragilità risulta oggi più che mai lampante – stiano venendo progressivamente soppiantati da logiche sempre più nazionaliste ed isolazioniste, impregnate di retoriche quali l’impellente bisogno di “sicuritarizzare” i propri confini al grido di mors tua vita mea, sarebbe anacronistico. Allo stesso modo, credere nella possibilità di ripristinare in toto il suddetto paradigma e gli ideali ad esso connaturati potrebbe risultare eccessivamente ottimista o naive.  Tuttavia, sarebbe imperdonabile dimenticare come lo stesso progetto Europeo sia stato concepito con l’obiettivo di perseguire pace, stabilità e reciproco aiuto (quantomeno entro confini del continente), pur adempiendo – almeno nelle sue fasi iniziali – ad esigenze prevalentemente economiche e commerciali, piuttosto che politico-sociali. La trasposizione della cooperazione economica – cuore pulsante della Comunità Europea ai suoi albori – sul piano politico, portando all’Europa che conosciamo oggi, quella stessa Europa che – come già citato nella lettera – ci garantisce l’accesso a condizioni di vita dignitose e ad una considerevole pletora di diritti civili, deve essere pertanto letto come il più grande traguardo raggiunto dalla nostra Unione sino ad oggi.

La domanda finale dunque è: può davvero questo traguardo essere oscurato, macchiato e contaminato da un progetto come quello del riarmo attualmente perseguito? Può davvero l’Europa convertire la propria economia, investendo una quantità pressoché incalcolabile di fondi, in una che abbia il sapore di guerra? 800 miliardi di euro che potrebbero essere allocati in settori nevralgici per lo sviluppo socio-culturale della nostra comunità transnazionale (educazione, sanità, transizione energetica, occupazione…), o che, rimanendo nel contesto dei rapporti con Stati terzi che potrebbero rappresentare una minaccia alla stabilità e sicurezza dell’Unione, potenziare gli strumenti diplomatici a disposizione.” – ELENA

“In un contesto internazionale segnato da incertezza, conflitti, guerre e divisioni, diventa essenziale pensare a costruire un’alternativa. Il futuro che ci attende sembra avvolto nell’oscurità, in un ritorno all’oscurità del passato: guerre, ingiustizie sociali e instabilità. L’Unione Europea, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si è fatta promotrice di un nuovo modello di società giusta, equa e pacifica, sembra oggi aver smarrito la sua direzione. La costruzione di un’Europa più coesa appare sempre più complessa, soprattutto in un’epoca in cui gli interessi nazionali prevalgono sulla cooperazione. Di fronte a questa sfida, come cittadini e come organizzazioni della società civile, non possiamo arrenderci. Al contrario, dobbiamo impegnarci con determinazione, orientando i nostri sforzi verso un futuro più luminoso, sostenibile e giusto. E per costruirlo, la pace deve essere la nostra priorità, perché oggi, più che mai, non possiamo più considerarla scontata.” BEATRICE 

L’Unione Europea è stata fin dalla sua nascita il riferimento cardine per lo sviluppo di politiche ambientali avanzate e su questo piano ha le competenze e le conoscenze adeguate per proseguire. Anche per la partecipazione pubblica e il diritto di parola l’UE ha promosso un anno fa una Direttiva cruciale per proteggere le persone che si esprimono su questioni di interesse pubblico da azioni legali abusive volte a metterle a tacere (Direttiva 2024/1069). A tutto ciò non vogliamo e non possiamo rinunciare.” – LILIANA

Il nostro accorato appello vuole essere anche motore per una riflessione più ampia, che in qualche modo superi la discussione riguardo il progetto del riarmo europeo. In quanto giovani, in quanto adulti di quel “domani” che voi ci lascerete in eredità, vogliamo essere ascoltati. Vogliamo poter esporre la nostra opinione senza che questa venga invalidata. Non vogliamo più essere etichettati come soggetti passivi e disinteressati della vita civile e politica nazionale e internazionale, ma vogliamo poter partecipare alla creazione di quel futuro che ci riguarderà in prima persona. “ – FRANCESCA

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