FOCUS INTERNAZIONALE – Febbraio 2025

Il secondo mandato di Donald Trump: tra radicalismo interno e caos geopolitico

di Elisa Bilancia e Beatrice Bonardi 

L’insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti ha segnato l’inizio di una nuova fase politica, ancor più radicale e destabilizzante del suo primo mandato.  La cerimonia, segnata dalla presenza dei leader delle Big Tech e della famiglia Trump, ha lanciato quella che il tycoon ha definito “l’età dell’oro” per l’America, promettendo cambiamenti drastici e un’agenda fortemente nazionalista

Nel suo discorso inaugurale, Trump ha mescolato retorica patriottica e toni messianici, delineando un programma che ha immediatamente fatto discutere: grazia per i rivoltosi del 6 gennaio 2021, sospensione del bando su TikTok, ritiro dagli Accordi di Parigi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sul fronte interno, ha dichiarato guerra all’immigrazione clandestina, imposto dazi pesanti ai paesi vicini e avviato provvedimenti per “riportare la libertà di parola” negli Stati Uniti, spesso traducendola in uno smantellamento delle politiche di inclusione e diversità

Il piano economico di Trump ha subito acceso tensioni internazionali. Con dazi del 25% su Canada e Messico e del 10% sulla Cina — accusati di favorire immigrazione illegale e traffico di droga — ha dato il via a una guerra commerciale che rischia di ritorcersi contro l’economia americana. La reazione è stata immediata: il Canada ha risposto con tariffe equivalenti su prodotti USA, il Messico ha promesso ritorsioni, e la Cina ha annunciato contromisure per difendere i propri interessi. Anche l’Unione Europea ha espresso preoccupazione, con Ursula von der Leyen che ha sottolineato la necessità di prepararsi a una competizione economica più aspra. Gli effetti sui mercati non si sono fatti attendere: il crollo dell’euro, la caduta dei futures e l’aumento del prezzo del petrolio hanno alimentato la paura di una recessione globale. Anche negli Stati Uniti, le lobby imprenditoriali e Wall Street hanno reagito duramente, costringendo Trump a congelare temporaneamente i dazi verso il Messico. Tuttavia, le nuove tariffe rischiano di trasformarsi in una tassa indiretta sui cittadini americani, aumentando i costi di benzina, auto, frutta e verdura, con un impatto stimato di 1.300 dollari all’anno per famiglia. 

Sul piano della politica estera, Trump ha aperto un duro scontro con la Corte Penale Internazionale (CPI), firmando un ordine esecutivo che sanziona giudici e funzionari coinvolti nelle indagini contro Stati Uniti e Israele, congelandone i beni e vietando loro l’ingresso nel Paese. La mossa è arrivata dopo che la CPI ha emesso mandati contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant per presunti crimini di guerra a Gaza, provocando l’ira della Casa Bianca. A consolidare il nuovo corso dell’amministrazione, Trump ha commissariato l’agenzia federale UsAid, congelandone i fondi e ponendo in congedo forzato il personale. L’obiettivo dichiarato è riallineare l’agenzia alla politica dell’“America First”, con Elon Musk, nominato a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE), che ha definito UsAid un covo di “pazzi estremisti radicali di sinistra”. Musk, con il pieno appoggio di Trump, sta portando avanti una campagna per smantellare la burocrazia federale, spingendo i dipendenti pubblici a dimettersi e congelando i finanziamenti a stati e ONG. Il culmine della nuova strategia geopolitica di Trump è stato il controverso piano per Gaza, presentato a Washington accanto a Netanyahu. Il progetto prevede l’evacuazione forzata di oltre 2 milioni di palestinesi e la trasformazione della Striscia in un lussuoso resort turistico sotto amministrazione USA — una sorta di “riviera del Medio Oriente”. I palestinesi verrebbero trasferiti “altrove”, in un luogo non specificato, con i costi coperti da “paesi vicini di buon cuore”. Il piano ha scatenato un’ondata di condanne: Hamas l’ha definito “una ricetta per il caos”, l’Autorità Nazionale Palestinese ha ribadito che Gaza è “parte integrante della terra palestinese”, mentre Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Turchia hanno rifiutato qualsiasi ipotesi di deportazione forzata. Netanyahu ha accolto il piano con entusiasmo, vedendolo come un rafforzamento della sua posizione politica e un chiaro segnale di sostegno da parte della Casa Bianca. Trump, dal canto suo, ha annunciato un miliardo di dollari in nuove armi per Israele, l’uscita degli USA dal Consiglio ONU per i diritti umani, il blocco dei fondi all’Unrwa e un ordine esecutivo contro l’Iran. 

Il secondo mandato di Trump si profila dunque come una sfida aperta all’ordine internazionale, con una politica estera aggressiva e una gestione interna improntata all’isolazionismo e alla radicalizzazione. L’abbandono di qualsiasi pretesa di mediazione, la crescente alleanza con le destre estreme — sia in patria che in Israele — e la guerra commerciale globale lasciano presagire un periodo di forte instabilità, con ripercussioni non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero equilibrio mondiale.

Rapporto ISPI 2025 “L’ora della verità”

ANSA “Trump ha firmato l’ordine esecutivo per i dazi per Canada e Cina”

CORRIERE “Dazi di Trump: la rivolta dei mercati e la tassa sui poveri. Perchè fanno male agli Stati Uniti per primi

Il rinnovato interesse di Trump per la Groenlandia

di Francesca Governatori

Le provocatorie dichiarazioni del Presidente Trump riguardo la necessità americana di acquisire la Groenlandia dimostrano, in realtà, un importante cambiamento nello scacchiere geopolitico internazionale, ponendo l’accento sulla centralità che la regione artica potrebbe avere in futuro. Il Tycoon, per la seconda volta dal 2019, si è detto interessato ad acquistare l’isola e ha anche ammesso di non poter escludere l’impiego della forza per ottenerne il controllo. Le reazioni dei diretti interessati a queste affermazioni non si sono fatte attendere: la Premier danese Mette Frederiksen e il Primo Ministro groenlandese Mute Egede hanno ribadito che la Groenlandia non è in vendita e che la sua autonomia deve essere rispettata. Dal 1980, infatti, l’isola è considerato un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca e la sua volontà di una totale indipendenza è confermata anche dall’Atto di auto-governo entrato in vigore nel 2009. Nonostante ciò, però, la Danimarca gestisce la politica estera della Groenlandia, si occupa del settore della difesa e garantisce un sussidio annuale all’isola. Le affermazioni di Trump, che sembrano muoversi sulla scia del lontano concetto del Destino Manifesto, hanno destato notevoli preoccupazioni e hanno spinto il governo danese ad investire miliardi di corone danese nella difesa militare della Groenlandia.

Le motivazioni di cotanta attenzione da parte degli Stati Uniti d’America sono principalmente di natura strategica ed economica

Innanzitutto, secondo recenti stime, la Groenlandia possiede una notevole quantità di risorse naturali come petrolio, gas naturale e dispone anche delle tanto ambite “terre rare”. In questa categoria rientrano ben 17 elementi della tavola periodica la cui estrazione risulta fondamentale per l’industria della tecnologia e per quella delle energie rinnovabili: questi materiali vengono attualmente impiegati per la realizzazione di componenti elettronici, chip, batterie, motori, turbine, fibre ottiche. Di conseguenza, il possesso di riserve, che consentano l’estrazione e la lavorazione di questi materiali, è cruciale per affrontare la transizione tecnologica ed ecologica soprattutto se si considera che, come stimato dalla Banca Mondiale, anche la domanda di materiali non considerati “terre rare” aumenterà del 500% entro il 2050. Anche se la disponibilità di queste risorse rimane, per gran parte, basata su dati e teorie, lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi permetterebbe di dare concretezza ad un progetto di ricerca ed estrazione dal sottosuolo.

Fonte immagine: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-trump-e-cosi-interessat

L’intenso interesse americano per le risorse del sottosuolo, a conferma della loro rilevanza per i prossimi decenni, raggiunge anche i territori più interni dell’Europa occidentale. Il Presidente Trump ha, infatti, richiesto all’Ucraina un importante compenso per tutti gli aiuti finanziari americani ricevuti nel sostegno alla guerra contro la Russia: «L’Europa ha dato 100 miliardi all’Ucraina sotto forma di prestito. Noi abbiamo messo 300 miliardi. Chiediamo quindi le terre rare e il petrolio e qualsiasi altra cosa». Nonostante la vaghezza dell’espressione “qualsiasi altra cosa” utilizzata dal Presidente americano e nonostante sia stata smentita dal Dr. Nicola Armaroli la presenza di “terre rare” in territorio ucraino, risulta chiaro che gli Stati Uniti stiano puntando a quei materiali (tra cui Titanio, Litio, Berillio, Manganese, Uranio, Zirconio, Grafite…) di cui l’Ucraina è ben fornita. Il rischio per l’America è, però, che Putin non sarebbe assolutamente a favore di un’ingerenza americana nei territori conquistati in 3 anni di conflitto, soprattutto se questa intromissione dovesse riguardare i giacimenti di risorse strategiche (per l’intero globo) attualmente sotto il dominio russo. 

La Groenlandia possiede, inoltre, una posizione strategica nella regione artica insieme a Canada, Russia, Islanda, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Stati Uniti. Questi ultimi, possiedono un affaccio minore sull’Oceano Artico grazie all’Alaska e risulta comprensibile la spasmodica ricerca di una presenza maggiore su un bacino prepotentemente “dominato” dalla Russia. A differenza dell’Antartide, per cui esiste un trattato del 1959 che impedisce rivendicazioni territoriali e che la rende, di fatto, una regione destinata alla ricerca scientifica ed esclusa da qualsiasi forma di contesa, l’Artico sembra essere vittima di una “corsa” alla rivendicazione. La motivazione è piuttosto semplice: il riscaldamento globale sta rendendo concreta la possibilità di una nuova rotta Trans-artica (in azzurro nella cartina sottostante). Questa, a differenza delle altre già note e percorse, sarebbe in grado di abbattere in maniera significativa i costi e le durate delle navigazioni, conferendo vantaggi economici non indifferenti. La Russia è presente nelle regione artica già da tempo, con una flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare e rafforzerà il suo dominio con nuove unità pronte a solcare l’Oceano entro il 2030. Qualora questo costoso progetto si realizzasse, la Russia potrebbe essere l’egemone incontrastata in una porzione di globo che è già teatro di nuove competizioni geopolitiche. Questo scenario consentirebbe l’uscita definitiva della Russia dall’isolamento successivo all’invasione dell’Ucraina e fornirebbe un vantaggio economico indiretto ai principali partner della Russia come Cina ed India, tagliando fuori gli Stati Uniti che, già allo stato attuale, si sentono profondamente minacciati nel ruolo di potenza mondiale. 

 

Fonte immagine:  https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lartico-al-tempo-di-trump-198891

Fonti:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-trump-e-cosi-interessato-alla-groenlandia-198790

https://www.reuters.com/world/americas/greenland-is-not-sale-its-leader-says-response-trump-2024-12-23/ 

https://www.reuters.com/world/why-does-trump-want-greenland-could-he-get-it-2025-01-08/

https://www.cia.gov/the-world-factbook/countries/greenland/ 

https://futuranetwork.eu/energia-italia-news/795-5442/groenlandia-tra-petrolio-gas-e-terre-rare-perche-e-cosi-importante-questo-gigante-di-ghiaccio 

https://nordot.app/1244270676435124870 

https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2025/mcs2025-rare-earths.pdf 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lartico-al-tempo-di-trump-198891 

https://www.openpolis.it/parole/cosa-sono-le-terre-rare-e-perche-sono-controverse/ 

https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2020/05/11/mineral-production-to-soar-as-demand-for-clean-energy-increases 

https://www.osservatorioartico.it/rompighiaccio-artico-usa-russia/ 

 

Diritti fondamentali in Afghanistan: il difficile cammino verso la libertà delle donne afghane

di Maria Lijoi

Dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, l’umanità intera si è interrogata su quali fossero i valori e i principi che potessero essere universalmente riconosciuti e condivisi, indipendentemente dal credo religioso, dalle tradizioni culturali, dall’etnia, dal paese di appartenenza. Questi valori e principi sono stati racchiusi in un documento, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, datata 10 dicembre 1948 e da cui è scaturita la disciplina della tutela dei diritti umani, fatta di trattati e convenzioni internazionali di natura vincolante a cui gli Stati liberamente decidono di aderire. 

L’Afghanistan ha ratificato diversi accordi internazionali relativi ai diritti umani: la Convenzione internazionale contro la tortura e altri trattamenti o punizioni inumani o degradanti, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazioni raziali, la Convenzione Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione sui diritti del bambino e quella sui diritti delle persone con disabilità. La lotta per l’acquisizione di questi diritti da parte del popolo afghano è stata lunga e dura, soprattutto per le donne, le quali hanno ottenuto grandi e importanti libertà dalla caduta del primo governo talebano ad oggi. Tuttavia, dall’agosto 2021 la situazione è progressivamente e repentinamente degenerata, fino a portare alle sconcertanti notizie degli ultimi mesi del 2024. Con l’introduzione della nuova legge morale, dopo aver vietato alle donne di uscire di casa da sole se non accompagnate da un uomo della loro parentela e aver negato loro l’accesso alle cure mediche (vietando alle donne di lavorare, quindi anche ai medici, e di essere visitate da un uomo), i Talebani hanno introdotto nuove restrizioni: la possibilità di parlare in pubblico e anche di essere solo viste dall’esterno delle loro abitazioni mentre stanno svolgendo le faccende quotidiane.  L’ultima notizia, risalente al 30 dicembre, annuncia che il governo talebano avrebbe impedito al personale femminile delle ONG operative nel territorio afghano di continuare a lavorare. 

Il governo talebano sta continuando inarrestabile il suo programma di applicazione stringente e fondamentalista della Sharia, l’insieme di norme e precetti islamici che regolano la vita dei credenti. L’interpretazione restrittiva e fondamentalista dei Talebani, legata alla tradizione deobandista originaria di alcune madrase pakistane, sta minacciando sempre di più la libertà delle donne afghane, ormai relegate alla vita domestica. Condizioni di vita di questo tipo non erano state raggiunte neanche con il primo governo Talebano (1996-2001) e cozzano con le libertà e i diritti che le donne afghane hanno ottenuto nei vent’anni di governo con l’intervento  dell’ONU e lo stretto controllo statunitense. Questa generazione di donne, che non hanno conosciuto il primo governo Talebano o erano troppo piccole per ricordarselo, non solo non è abituata a questo stile di vita ma non ne è neanche attratta: le libertà che hanno conosciuto nei passati vent’anni non possono essere dimenticate dalle nuove imposizioni talebane perché completamente distanti sia da quel mondo fatto di diritti e libertà considerati di dominio occidentale per le correnti fondamentaliste islamiche, sia dagli insegnamenti dell’islam che gli sono stati tramandati dalle famiglie‌, che fossero di origine pasthun (sunnita), hazara o tagika (sciita). Va ricordato, infatti, che sebbene il tentativo di democratizzazione dell’Afghanistan portato avanti dalla coalizione ONU non si sia concretizzato in un governo forte e capace di preservare i principi democratici, la popolazione afghana, e quella giovane in particolare, ha vissuto una fase di libertà culturale, di pensiero e di espressione che non ha avuto eguali nella recente storia dell’Afghanistan (XX e XI secolo). Basti pensare che tra i primi negozi a chiudere subito dopo il ritorno dei Talebani sono stati parrucchieri, saloni di bellezza e centri estetici, che per le donne erano non solo, spesso, fonte di reddito ma anche centri di convivialità, di vita comune e di cura per se stesse. Sembra banale, ma in un Paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva nelle campagne rurali o nei villaggi montani, che ha vissuto un secolo di occupazione britannica, sovietica e talebana, in cui lo sviluppo economico e industriale era pressocché inesistente, poter andare dal parrucchiere era più che un lusso. In un contesto del genere, la spinta innovativa dei vent’anni di governo “democratico”, di Hamid Karzai prima e di Ashraf Ghani poi, ha lasciato il segno nelle nuove generazioni di uomini e donne afghane. Allo stesso modo, va ricordato che la maggioranza della popolazione rimane di religione islamica, che differisce dalla corrente deobandista a cui i Taliban appartengono. 

Alla luce di ciò, il governo talebano al comando non gode del supporto e dell’appoggio del popolo‌, ma ad oggi non vi è ancora nessuno in grado di sfidarlo. Infatti, non solo le donne ma anche numerosi uomini, soprattutto giornalisti e operatori del settore dei media e della comunicazione, hanno manifestato il loro disappunto contro i divieti e le censure imposti dai talebani. Di fronte ad una situazione del genere, un cambiamento radicale può e potrà venire solo ed esclusivamente dall’interno, secondo l’ex parlamentare Bilqis Roshan, costretta a fuggire pochi mesi dopo il ritorno dei Taliban.

A questo punto sorge spontanea una domanda: e la comunità internazionale è impotente di fronte a tutto questo? Cosa ne è della tutela dei diritti fondamentali espressi dai numerosi trattati che l’Afghanistan ha ratificato? La risposta è tutt’altro che semplice. Ad oggi sembra che la comunità internazionale, e quella occidentale in particolare, sia indifferente alle sofferenze delle donne afghane, tant’è che, nonostante il governo Talebano non sia stato formalmente riconosciuto da nessuno Stato, si è cercato di aprire la via diplomatica con esso e gli incontri di Doha organizzati dalle Nazioni Unite ne sono un esempio. Per quanto concerne gli attori regionali, è noto il loro interesse ad avere buoni rapporti con l’Emirato, sia da parte dei paesi donatori, che hanno finanziato negli anni le attività dei Taliban e che quindi si aspettano un tornaconto, sia per gli Stati preoccupati dalle attività di Daesh Khorasan nell’area (ISIS), che i Talebani continuano a combattere. La percezione, dunque, è che si preferisca trovare un accordo di compromesso per la permanenza dei Talebani al governo a garanzia della minaccia terroristica. In questo contesto, le evidenti violazioni dei diritti umani e la tragica condizione di vita delle donne afghane passano in secondo piano, o comunque non rientrano nelle priorità delle agende politiche degli Stati, i quali si trovano maggiormente coinvolti in altri scenari più urgenti (la guerra in Ucraina, in Palestina, i rapporti con gli USA di Trump). 

Attualmente le agenzie ONU sono le uniche realtà in prima linea a concedere l’aiuto umanitario di cui lo Stato non può fare a meno per la sua stessa sopravvivenza. I Talebani, infatti, hanno accettato l’aiuto e le risorse provenienti da alcune agenzie purché rispettino alcune imposizioni, come la supervisione delle attività da parte dei taliban, la perquisizione degli uffici delle agenzie e, recentemente, la restrizione delle attività al personale femminile. 

Il caso Afghano è emblema di una dolorosa realtà: il rispetto delle libertà fondamentali è spesso oggetto di compromesso con le priorità geopolitiche degli Stati. Le coraggiose donne afghane, che hanno lottato per anni per i loro diritti e le loro libertà, e la parlamentare Bilqis Roshan ne è un esempio, si trovano oggi in una condizione delicata e difficile che può essere mitigata solo dal supporto delle agenzie umanitarie, che però non hanno alcun potere per contrastare il dictat dei taliban. Potere che, in realtà, non hanno neanche gli Stati: l’unica azione possibile è quella della diplomazia e su questo fronte la comunità occidentale deve vedersela con la Cina, la quale fornisce supporto e finanziamenti indipendentemente e indifferente alle violazioni dei diritti umani alle spese del popolo afghano. 

È opinione di chi scrive, tuttavia, che per quanto fallimentare sia stata l’esperienza di governo democratica, ciò che si è imparato è che non si può trapiantare la democrazia: essa è un’esperienza che va vissuta, studiata ed approfondita e la nuova generazione di ragazze e ragazzi afghani lo hanno fatto e lo stanno ancora facendo. Lo scambio interculturale che hanno vissuto, il dialogo istituzionale e il supporto internazionale possono ancora fare la differenza.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tre-anni-dal-ritorno-dei-talebani-la-situazione-oggi-in-afghanistan-182518

Il laboratorio senza fine. Il ruolo dell’Afghanistan tra passato e futuro, Antonio Giustozzi, Mondadori, 2022

Afghanistan. Una storia politica e culturale, Thomas Barfield, Einaudi, 2023

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