FOCUS INTERNAZIONALE – Gennaio 2025

Il 2024: un anno complicato,

di Gabriele Marenchino

Il 2024 si è rivelato un anno particolarmente complesso, caratterizzato da importanti cambiamenti. In questo contesto, il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è rivolto al Presidente francese Emmanuel Macron con un’affermazione che sintetizza perfettamente il clima globale: “Il mondo sembra essere un po’ impazzito“. Ripercorrendo l’anno appena terminato, si cercherà di riassumere brevemente alcuni dei principali avvenimenti e temi che hanno contribuito a ridisegnare le relazioni internazionali.

Il 2024 è stato definito “l’anno elettorale”, poiché in più di 60 paesi gli elettori si sono recati alle urne. Tra colpi di stato, disinformazione e rafforzamento dei partiti di estrema destra in tutto il panorama politico europeo e mondiale, le elezioni del 2024 hanno riservato alcune sorprese, ma anche una preoccupante sfiducia verso la democrazia e interrogativi sul declino delle libertà a livello globale. 

In Europa si è osservata una forte virata a destra sancita dalle elezioni del Parlamento Europeo, dove la “grande coalizione” tra il Partito Popolare Europeo (PPE), i Social Democratici (S&D) e Renew Europe ha mantenuto la maggioranza, ma è stata fortemente ridimensionata, rispecchiando l’orientamento conservatore degli Stati membri. Anche l’affluenza non si è rivelata particolarmente elevata e, nonostante un lieve incremento della partecipazione rispetto alle precedenti tornate elettorali, la soglia si aggira appena oltre al 50%.

Allo stesso tempo, il motore franco-tedesco si è bloccato. In Francia, dopo la netta vittoria del Rassemblement National (RN) alle europee, Macron ha deciso di sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni. La vittoria a sorpresa al secondo turno della coalizione di sinistra, il Nuovo Fronte Popolare (NFP), seguita dalla coalizione centrista del Presidente Macron, è riuscita a sconfiggere l’estrema destra di Le Pen e Bardella. Tuttavia, la scelta del Presidente della Repubblica francese di nominare Michel Barnier Primo Ministro, non ha permesso di garantire una stabilità politica al Paese, in quanto dopo soli due mesi Macron si è trovato incastonato in una nuova crisi politica, stabilizzata poco dopo con il nuovo incaricato François Bayrou.

In Germania il Governo del cancelliere Olaf Scholz si è sfaldato dinnanzi alle divergenze interne alla “coalizione semaforo”, innescando una crisi di governo. La “locomotiva d’Europa” ha iniziato a risentire dei veloci cambiamenti geopolitici globali, confermando nel 2024 un periodo di stagnazione economica che procede oramai da quasi due anni. Non resta che aspettare l’esito delle elezioni che si terranno a febbraio e che vedono il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AFD) al secondo posto nei sondaggi, dietro la CDU.

Anche il vicinato orientale europeo ha vissuto durante il 2024 dei momenti di crisi, tutt’ora in divenire. Da un lato la guerra in Ucraina si è allargata nella regione russa di Kursk in seguito ad una serie di incursioni dell’esercito ucraino durante l’estate. Dall’altro lato la Georgia, sullo sfondo di una società fortemente polarizzata ed in bilico tra UE e Russia, ha vissuto accese proteste di piazza in opposizione alla “legge sull’influenza straniera”.

Non sono mancati, tuttavia, spiragli di luce come nel caso del Senegal dove Bassirou Diomaye Faye, candidato di opposizione, ha stravinto le elezioni rafforzando la democrazia nel paese e controbilanciando un contesto africano in cui la fiducia verso la democrazia è sempre meno scontata

In Bangladesh la reintroduzione del sistema di quote di lavori governativi fissate al 30% per le posizioni dei discendenti dei “freedom fighter” (ovvero i veterani della guerra di indipendenza del 1971), l’oppressione delle libertà e del dissenso, insieme ad una corruzione dilagante e alla crescita dell’inflazione, sono stati l’innesco di una crisi che ha portato alla fuga della Premier Hasina, sostituita dal premio Nobel Mohammad Yunus, conosciuto come il “banchiere della resistenza”. Yunus ha promesso responsabilità e riforme di apertura nel paese, facendo ben sperare per il futuro del Bangladesh.

Anche il Medio Oriente non è stato privo di sorprese. La guerra in Siria, iniziata 13 anni fa in seguito alla primavera araba siriana e congelata dal sostegno russo e iraniano al regime di Assad, ha raggiunto una nuova fase. In 11 giorni i ribelli antiregime guidati dal gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham hanno fatto cadere il Governo Assad, lasciando la regione con un nuovo elemento di instabilità. Nel frattempo, la guerra a Gaza che conta più di 45mila morti palestinesi, si è allargata al Libano per poi trovare un accordo a fine novembre con Beirut. 

Vi è poi il tema del cambiamento climatico, fortemente declassato in seguito al fallimento della Cop29, all’ascesa dei partiti sovranisti nei paesi Occidentali, ma anche dallo spettro di una nuova presidenza americana disinteressata al tema. Durante la Cop29 si è potuto inoltre osservare il distacco, sempre più ampio, dell’Occidente dai bisogni dei paesi del Sud del mondo, generalmente tra i più colpiti dai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, il vuoto di potere lasciato da UE e USA come leader nella lotta al cambiamento climatico è stato visto positivamente dalla Cina (che nel 2024 ha confermato la crisi economica che sta affrontando). Infatti, Pechino ha ritenuto questa situazione un’opportunità per assumere il ruolo della leadership climatica. A differenza di UE e USA, la Cina sembra rafforzare il suo rapporto con il Global South, acquisendo un vantaggio importante in un momento in cui i paesi del Sud Globale stanno diventando sempre più rilevanti e le catene globali del valore sembrano spezzarsi dinnanzi alle crescenti rivalità.

La vittoria di Donald Trump si è inserita in un contesto globale già particolarmente critico. La campagna elettorale americana del 2024 è stata, forse, una delle più assurde della storia degli USA. Il tycoon è sopravvissuto ad un attentato in Pennsylvania, mentre l’ex Presidente Biden ha dovuto arrendersi a metà campagna venendo sostituito in corsa dalla Vicepresidente Kamala Harris. 

Cosa aspettarsi dal 2025 è difficile da dirsi. Il mondo si trova incastrato in una molteplicità di variabili, molte (o tutte) influenzabili da cosa farà la nuova presidenza Trump. Il duo Trump-Musk sembra essere un pericolo per la democrazia americana. Inoltre, i toni caldi del neopresidente e le minacce di imporre dazi all’Europa, insieme alla guerra commerciale con la Cina, rischiano di esacerbare un contesto globale precario su numerosi fronti. Dunque, ora più che mai, diventa importante guardare alla capacità dei Check and Balance (l’insieme di meccanismi politico-istituzionali finalizzati a mantenere l’equilibrio tra i vari poteri all’interno di uno Stato) della democrazia americana per capire le reali capacità di Trump nel concretizzare quanto dice di voler fare. Acquisendo, così, una chiave di lettura per “comprendere” il mondo nel 2025. 

ISPI, De Luca A. (2024), “Siria: vincitori e vinti”

ISPI (2024), “Germania, la crisi continua” 

ISPI, Villa M., Della Gatta M. G., (10-11-2024), “La crisi tedesca e il futuro dell’industria europea” 

ISPI (20-01-2025), “Podcast Globally: il mondo nel 2025 alla prova dei fatti” 

ISPI, Fruscione G. (23-12-2024), “Il 2024 in 12 immagini: le analisi di ISPI” 

ISPI, De Luca A. (2-05-2024), “La Georgia al bivio dopo la “Legge russa””  

ISPI, De Luca A. (16-12-2024), “Germania: sfiducia annunciata, e ora?”  

ISPI, Cerai A. P. (22-11-2024),”COP29: pesa il divario sulla finanza” 

ISPI (27-03-024), “In Senegal ha vinto la democrazia” 

ISPI, Ragazzi L., Saviolo L. (23-03-2024), “Elezioni in Africa: il Senegal al voto” 

ISPI (06-08-2024), “Bangladesh nel caos” 

Parlamento Europeo, “Strumento comparativo” 

Parlamento Europeo, “Affluenza per anno” 

International IDEA, “The 2024 Global Elections Super-Cycle” 

Freedom House (02-2024), “Freedom in the World 2024:The Mounting Damage of Flawed Elections and Armed Conflict” 

Pew Research Center (11-12-2024), “Global Elections in 2024: What We Learned in a Year of Political Disruption” 

Wintour P. (25-12-2024), “‘Bad things can happen’: how will the world adjust to the Trump presidency?”, The Guardian 

 

L’accordo tra Israele e Hamas,

di Gaia Impenna

Il 2024 è stato definito un anno “complicato” e gli avvenimenti che hanno caratterizzato il primo mese del 2025 ci fanno pensare che la ricerca di stabilità e soluzioni durature per le crisi in corso sia ancora lunga. Una delle crisi che ha caratterizzato il 2024, e che potrebbe aver raggiunto un punto di svolta, è la guerra nella Striscia di Gaza, uno dei conflitti più complessi e duraturi nella storia moderna, le cui origini vanno ricercate in una combinazione di questioni territoriali, identitarie, religiose e geopolitiche.

Questo conflitto dura da ormai più di quindici mesi e ha lasciato un’impronta devastante, non solo sulla Striscia, ma sull’intera regione mediorientale.  Le ostilità si sono allargate a livello regionale coinvolgendo attori legati all’Iran come Hezbollah in Libano e gli Houthi nel Mar Rosso, complicando ulteriormente una situazione già esplosiva. 

Le perdite umane sono drammatiche: oltre 47.500 morti, 117.000 feriti e circa 1,9 milioni di sfollati. Inoltre, la distruzione delle infrastrutture rende impossibile il ritorno a casa per migliaia di persone, soprattutto nel nord della Striscia, dove i bombardamenti hanno raso al suolo interi quartieri. L’arrivo dell’inverno ha ulteriormente aggravato la situazione, mettendo in pericolo la sopravvivenza degli sfollati, che vivono in rifugi di fortuna come tende e baracche, affrontando forti piogge e temperature sempre più rigide.  Oltretutto, l’accesso ad acqua potabile, cibo, carburante, nonché farmaci e cure mediche, è estremamente difficile, mentre l’ingresso degli aiuti umanitari è ostacolato dalla chiusura dei valichi di ingresso. 

Pochi giorni fa, il 15 gennaio 2025, è stato raggiunto un accordo tra Israele e Hamas. Si tratta di un accordo mediato da Qatar, Stati Uniti, Egitto e Turchia, che prevede un cessate il fuoco nella Striscia a partire da domenica 19 gennaio. Dopo mesi di intense trattative, dove la mediazione del Qatar ha giocato un ruolo determinante, nelle ultime settimane i negoziati hanno subito un’accelerazione grazie alla pressione dell’ex presidente Joe Biden, del segretario di Stato Antony Blinken e di Steve Witkoff, esponente dell’entourage di Trump.  Il ruolo americano è stato decisivo, ma un fattore ugualmente cruciale è stato senza dubbio la sconfitta militare degli alleati regionali di Hamas, tra cui Hezbollah in Libano e il regime di Bashar al-Assad in Siria. L’intesa si articolerà in tre fasi:

  • La prima fase è iniziata il 19 gennaio e prevede la sospensione delle ostilità per 42 giorni. Durante questo periodo saranno liberati 33 ostaggi israeliani, in cambio di circa 1000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Parallelamente, si avvierà il graduale ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza, consentendo il ritorno progressivo della popolazione palestinese nel nord della Striscia e concedendo l’ingresso di aiuti umanitari.  Inoltre, al confine tra Gaza e l’Egitto, nel cosiddetto corridoio Philadelphia, sarà mantenuta una zona cuscinetto, permettendo ai palestinesi di tornare alle proprie abitazioni.
  • Se la prima fase procederà senza intoppi, si inizierà a negoziare i dettagli della seconda fase dell’accordo. In linea teorica, questa prevederà il rilascio degli ostaggi israeliani rimanenti, inclusi i soldati, in cambio di un ulteriore scambio con prigionieri palestinesi. Inoltre, verrà ordinato il ritiro completo delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza.
  • Nella terza ed ultima fase, verranno restituiti alle famiglie i corpi degli ostaggi israeliani e, soprattutto, verrà creato un piano di ricostruzione sotto la guida internazionale per le aree distrutt dai bombardamenti a Gaza e in Cisgiordania. 

Fonte immagine: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-hamas-ce-la-tregua-196974 

Questa tregua tra Hamas e Israele arriva dopo oltre quindici mesi di conflitto, in cui nessuna delle due parti è riuscita a raggiungere i propri obiettivi militari. Israele non è riuscito a realizzare il proposito dichiarato all’inizio del conflitto, ovvero distruggere Hamas; mentre, Hamas, seppur sia riuscita a resistere all’esercito israeliano, ha subito ingenti perdite. In particolare, Israele non si aspettava che Hamas potesse resistere al suo attacco, soprattutto per un periodo di tempo così prolungato. Questa tenacia ha confermato la presenza del gruppo estremista sul territorio e ha reso ancora più difficile la sua eradicazione dalla Striscia. 

L’accordo di cessate il fuoco ha provocato un acceso dibattito. Vi sono, infatti, opinioni positive che sostengono l’effettiva realizzazione del progetto; mentre, altri punti di vista si mostrano poco fiduciosi che l’intesa verrà rispettata. Ciò che è certo è che si tratta di una boccata d’ossigeno per i civili di Gaza. Dopo 15 mesi di conflitto, infatti, i sopravvissuti vedono questo cessate il fuoco, anche se temporaneo, come motivo di festeggiamenti.  Le ONG, dal canto loro, si augurano che l’accordo consenta realmente un afflusso regolare di aiuti vitali come cibo, acqua, medicinali e materiale sanitario. 

Tuttavia, le ombre che si proiettano su questo accordo sono molteplici e preoccupanti. In particolare, Hamas rimane operativa, con la sua struttura di comando intatta e nuove reclute pronte a rimpiazzare le perdite. La distruzione della Striscia sembra aver alimentato ancora di più il consenso popolare verso l’organizzazione islamista, consolidando la sua posizione tra i palestinesi, tanto che molti analisti suggeriscono che oggi, in caso di elezioni, il gruppo potrebbe vincere anche in Cisgiordania. Dunque, questa tregua non cambia i termini fondamentali del conflitto, Hamas mantiene il controllo su Gaza; mentre, Israele si trova a dover giustificare una guerra durata 15 mesi che non ha portato ad alcun risultato concreto

L’incertezza regna sovrana in quanto gli equilibri interni sono estremamente fragili e la tregua potrebbe saltare al primo segno di ostilità da uno dei due fronti. Infine, qualora l’accordo avrà un seguito e riuscirà a raggiungere la terza fase, come verrà gestito il “giorno dopo”? Oggi, ciò che preoccupa maggiormente esponenti politici e analisti è la ricostruzione di Gaza e la sua amministrazione, in particolare alla luce dello spettro di Hamas che incombe sul territorio. Il Financial Times scrive: “Per fermare la guerra ci è voluto quasi un anno di trattative, ma rispetto al compito erculeo di ricostruire Gaza, per non parlare dell’obiettivo di una pace sostenibile nella regione, potrebbe rivelarsi la parte facile”.

FONTI

“La situazione è disastrosa, la normalità sarà lunga da riprendere” (17 gennaio 2025), Emergency. https://www.emergency.it/blog/articoli/gaza-la-tregua-non-significa-la-fine-della-sofferenza/ 

“Israele-Hamas: col fiato sospeso” (16 gennaio 2025), ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-hamas-col-fiato-sospeso-197139 

Assessing the Israel-Hamas Ceasefire’s Viability (16 gennaio 2025), ISPI. https://www.ispionline.it/en/publication/assessing-the-israel-hamas-ceasefires-viability-197134 

Definiti gli ultimi dettagli della tregua tra Israele e Hamas, si riunisce il governo israeliano (17 gennaio 2025), Internazionale. https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2025/01/17/gaza-definiti-dettagli-tregua 

Timeline: The path to the Israel-Hamas ceasefire deal in Gaza (19 gennaio 2025), Al Jazeera. https://www.aljazeera.com/features/2025/1/19/timeline-the-path-to-the-israel-hamas-ceasefire-deal-in-gaza

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