La politica senza bussola: rappresentanza, leader mediatici e consenso nell’era post-ideologica,
di Francesco Bedeschi
Per molto tempo la politica occidentale è stata organizzata attorno a grandi mappe ideologiche. Destra e sinistra non erano solo etichette elettorali, ma visioni del mondo: idee di società, di progresso, di conflitto, di giustizia. I partiti di massa svolgevano una funzione chiave di mediazione: traducevano interessi sociali in programmi politici, formavano classi dirigenti, offrivano agli elettori un senso di appartenenza stabile. Quel mondo non esiste più. O, almeno, non è più centrale. La politica contemporanea vive in quella che molti definiscono una fase post-ideologica, in cui le identità collettive si sono indebolite, i partiti si sono trasformati e la rappresentanza ha cambiato forma. Non si tratta solo di una crisi dei partiti tradizionali, ma di una trasformazione più profonda del rapporto tra cittadini e potere.
Il primo dato evidente è la personalizzazione della politica. I partiti non sono più comunità politiche strutturate, ma spesso diventano proiezioni del leader di turno. Il consenso non si costruisce attorno a una visione condivisa, bensì attorno all’immagine, allo stile comunicativo, alla capacità del leader di “bucare lo schermo”. Questa trasformazione non nasce dal nulla. Il declino delle ideologie rigide e dei partiti di massa ha aperto spazi nuovi: maggiore flessibilità, meno dogmatismo, più attenzione ai problemi concreti.
In teoria, una buona notizia. In pratica, però, l’assenza di cornici ideali comuni ha prodotto anche smarrimento, individualismo e una crescente volatilità dell’elettorato. L’elettore non si riconosce più in un “campo” politico stabile. Sceglie di volta in volta, spesso all’ultimo momento, sulla base di promesse immediate e impressioni mediatiche. Non si vota un progetto di società, ma una performance.
In questo contesto prende forma una politica che si presenta come pragmatica, orientata al problem-solving. I leader non parlano più di ideali, ma di obiettivi: meno tasse, più sicurezza, più lavoro, più efficienza. È una strategia trasversale, adottata da leader molto diversi tra loro.
Tony Blair ha costruito il New Labour puntando su temi condivisi come istruzione e mobilità sociale. Angela Merkel ha governato a lungo evitando conflitti ideologici espliciti, concentrandosi sulle “sfide” della Germania. Macron ha messo insieme liberalismo economico e diritti civili, rompendo gli schemi tradizionali. Trump, con modalità opposte, ha promesso protezionismo e posti di lavoro, rompendo tabù storici del Partito Repubblicano.
Questo approccio risponde a una domanda reale: molti cittadini chiedono soluzioni, non dottrine. Ma il pragmatismo permanente, senza una visione di lungo periodo, rischia di trasformarsi in puro adattamento opportunistico. Le posizioni cambiano rapidamente, seguendo i sondaggi e i trend social. Qui si innesta la volatilità dell’elettorato: se i partiti non offrono identità riconoscibili, l’elettore non sviluppa legami duraturi. Il voto diventa instabile.
Il fattore che più di tutti accelera queste trasformazioni è la tecnologia digitale. I social media promettono partecipazione diretta, trasparenza, orizzontalità. In realtà producono spesso l’effetto opposto: una disintermediazione che non elimina il potere, ma lo sposta.
Il rapporto fiduciario tra elettore e rappresentante si accorcia fino quasi ad annullarsi. Like e commenti permettono un feedback immediato. Il tempo del giudizio si riduce a una reazione istantanea. Il rappresentante, se vuole sopravvivere politicamente, è spinto a inseguire il consenso in tempo reale. Il confronto pubblico, già indebolito dalla televisione, si frantuma ulteriormente nelle bolle digitali. L’opinione pubblica si segmenta e l’autorevolezza viene sostituita dalla visibilità.
Alla base di tutto questo c’è un problema più profondo: la perdita del tempo lungo della politica. Le ideologie, nel bene e nel male, offrivano orizzonti. La politica post-ideologica vive invece nel presente continuo: emergenze, crisi, sondaggi, trend. In una società dominata dall’incertezza e dalla competizione individuale la politica smette di promettere futuro e si limita a gestire l’esistente. Il successo individuale sostituisce l’idea di emancipazione collettiva. Il consenso prende il posto del senso.
La crisi della rappresentanza non segna la fine della democrazia rappresentativa, ma la necessità di ripensarne le forme. La sfida è ricostruire spazi di confronto che non siano né plebiscitari né tecnocratici. Restituire valore al tempo del giudizio e soprattutto ricostruire un linguaggio politico capace di andare oltre l’immediatezza, senza tornare alle ideologie rigide del Novecento. La politica post-ideologica ha mostrato i suoi limiti. La domanda che resta aperta è se saprà anche immaginare una nuova bussola, prima che la rappresentanza si riduca definitivamente a una questione di like, follower e visibilità.
L’ascesa di “uomini forti” che comandano il mondo,
di Elena Paltrinieri e Leonardo Callegari del Gruppo di ATTIVANZA “Società civile globale”
Negli ultimi anni, la figura del leader “forte” è stata progressivamente normalizzata nel dibattito pubblico globale. Presentati come garanti dell’ordine, difensori della patria o persino uomini di pace, questi leader costruiscono il proprio consenso su una narrazione semplice e rassicurante, che promette stabilità in un mondo caotico. Ma dietro questa promessa si nasconde una realtà molto più complessa e soprattutto più pericolosa.
I dati lo confermano senza ambiguità. Secondo i principali organismi che monitorano lo stato della democrazia a livello globale, come Economist Intelligence Unit (EIU), Freedom House e V-Dem Institute, la democrazia è in crisi profonda: i trend del 2024 e del 2025 mostrano che oltre un terzo della popolazione mondiale vive oggi sotto un regime autoritario. Più della metà dei Paesi analizzati, inoltre, rientra nelle categorie dei regimi autoritari o ibridi. Le cosiddette democrazie “piene” sono individuate in 25 Paesi su 167 ed il punteggio medio globale del Democracy Index ha raggiunto nel 2024 il livello più basso mai registrato.
È il risultato dell’ascesa di leader che, in contesti diversi, condividono tratti comuni: concentrazione del potere, delegittimazione dell’opposizione, controllo dell’informazione, uso strumentale del nazionalismo e della paura. Xi Jinping, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Donald Trump – ciascuno con modalità proprie – incarnano questa tendenza.
Xi Jinping rivendica per la Cina un ruolo di attore globale per la pace e la stabilità, parlando di cooperazione e apertura. Contemporaneamente, definisce “inarrestabile” la riunificazione con Taiwan, giustificandola con vincoli di sangue e parentela. Va sottolineato, infatti, che al momento la Cina sta costruendo la più grande flotta navale mai vista, una narrazione generale che trasforma un progetto espansionistico in un destino storico inevitabile.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, viene celebrato da Donald Trump come un “eroe di guerra”. La retorica dell’eroismo cancella così ogni responsabilità giuridica e riduce il diritto internazionale a un ostacolo politico aggirabile.
Vladimir Putin, nel suo discorso di fine anno alla Federazione Russa, parla di amore sincero e devoto per la patria, di unità nazionale e di futuro. Ma secondo un’analisi della BBC, i soldati russi morti confermati sono almeno 160.000, con stime complessive che arrivano fino a 350.000 vittime. Dietro l’elogio delle truppe e la retorica patriottica si consuma una tragedia umana enorme, nel silenzio forzato di una popolazione per cui protestare significa rischiare il lavoro, la libertà o la vita.
Il presidente americano Donald Trump, infine, rappresenta un caso emblematico di politica estera sovranista, neo-imperialista, e transazionale. Si propone come uomo di pace, ma la sua visione del mondo è fondata sull’uso della forza, sulle guerre commerciali e sulla riduzione delle relazioni internazionali a rapporti di scambio e di potenza.
Quanto successo lo scorso 3 Gennaio in Venezuela non è altro che il culmine di questa linea politica, sprezzante nei confronti di qualsiasi principio di diritto internazionale e improntata alla massimizzazione del profitto – sia esso in termini territoriali, commerciali o finanziari – del suo fautore. Le reiterate minacce di invasione della Groenlandia, così come l’ambiguo ma non meno disturbante interesse nei confronti del Canada, non potevano che preannunciare la messa in atto di un’operazione tanto grave quanto mossa da “futili motivi”, impregnati di una retorica inequivocabilmente imperialista. Un’azione mossa dalla brama di controllo delle risorse naturali del territorio (in questo caso, il petrolio), mascherata dalla scusante della lotta al narcotraffico e goffamente giustificata e acclamata dall’opinione pubblica sostenitrice di Trump – così come da diversi governi occidentali – come un atto di carità nei confronti di un popolo troppo lungamente oppresso da una spietata dittatura.
È in questo contesto che si afferma la politica dell’“ognuno per sé”. Al modello multilaterale, fondato sul diritto internazionale e sulle organizzazioni sovranazionali, si sostituisce una situazione in cui pochi attori dominanti dialogano tra loro e decidono il destino di intere aree del mondo, come dimostrano i negoziati su Gaza o le trattative sull’Ucraina condotte quasi come il trattato di Monaco del 1938 per la zona dei Sudeti.
Questi leader non agiscono nel vuoto. Dietro di loro, infatti, operano interessi economici enormi: imperialismo finanziario, fondi d’investimento, grandi conglomerati industriali ed energetici che traggono profitto dall’instabilità, dalla guerra e dalla deregolamentazione.
L’autoritarismo non è solo una deriva politica: è anche un modello economico funzionale alla concentrazione di ricchezza e potere.
Ancor più che la scelleratezza in sè e per sè delle azioni a cui stiamo assistendo, è la connivenza di una larga parte dei governi internazionali a destare indignazione quanto timore per le nostre prospettive future.
Come ATTIVANZA, riteniamo fondamentale ribadire: il diritto internazionale NON è debole per natura perché fondato su principi fragili o inapplicabili all’attuale scenario politico internazionale. Al contrario, il diritto internazionale viene deliberatamente indebolito.
E’ questo un processo contemporaneamente attivo e passivo, fatto di ogni atto che contravviene deliberatamente al diritto, che ne smonta i cardini fondamentali, che lo riduce ad un mero insieme di accordi e dichiarazioni che non hanno alcuna reale ripercussione, e di tutte quelle circostanze di tacito assenso in cui questi atti ricevono il “lascia-passare”.
Ogni violazione tollerata, ogni crimine giustificato, ogni silenzio complice contribuisce, da un lato, a svuotare il diritto di significato. Dall’altro, prepara un terreno fertile affinché quello che è successo oggi in Venezuela possa accadere domani in un qualsiasi altro Stato – perché no, anche uno di quelli che si ritengono “al sicuro” perché accondiscendenti rispetto ai deliri di onnipotenza dell’uomo forte di turno – che possa rappresentare una risorsa, o che al contrario si ponga come un ostacolo, rispetto agli interessi di una superpotenza.
Ma soprattutto, quando il diritto cede, a pagare il prezzo più alto sono sempre le persone comuni. Umanizzare questi numeri significa ricordare che dietro le statistiche ci sono vite spezzate, società anestetizzate, spazi di azione politica cancellati. Difendere la democrazia oggi significa difendere la possibilità stessa di scegliere, di dissentire, di partecipare. Non è una battaglia astratta, né lontana: è una responsabilità collettiva, che riguarda il nostro presente e il nostro futuro.
Pensiamo all’impatto che la governance di questi “uomini forti” avrà sull’ordine internazionale nei decenni a venire: potremo effettivamente considerarci al sicuro una volta che Trump avrà terminato il suo mandato o Putin e Xi Jinping avranno per una qualche ragione lasciato le rispettive posizioni di potere – in entrambi casi difficilmente per una “fisiologica” fine di mandato- ?
Se è vero che ogni epoca è necessariamente il corollario di ciò che l’ha preceduta e che la storia è una concatenazione di eventi legati tra loro da un nesso causale, è quantomeno utopistico pensare che sarebbe sufficiente destituire il Trump o Putin di turno per “guarire” un ordine internazionale sottoposto ad urti continui e pertanto compromesso – forse irrimediabilmente -.
La restaurazione di valori democratici, così come la promozione di relazioni più eque e cooperative tra gli Stati, richiede un ribaltamento della retorica politica, sociale e culturale attuale, dominata da elementi come:
- la contrapposizione, di inflessione tipicamente neo-coloniale, tra Occidente democratico e sviluppato vs Oriente (in particolar modo Medio Oriente e Nord Africa) arcaico ed illiberale;
- la sistematica razzializzazione dei conflitti, tale per cui questi ultimi finiscono per essere classificati in guerre “di serie A” o “di serie B”;
- la dialettica che vuole relegare le popolazioni marginalizzate e/o colpite dai conflitti stessi al ruolo di vittime, incapaci di “parlare per se stesse”, di intraprendere azioni collettive per migliorare le proprie condizioni, e sempre in attesa di un Occidente messianico che si prodighi per salvarle dall’alto.
Senza un cambiamento radicato e profondo, un domani potremo anche non essere più sottoposti alle manipolazioni dell’ordine mondiale da parte di Trump, Putin o chi per loro, ma la nostra situazione sarà rimasta immutata: ci ritroveremo sempre governati da un “uomo forte”, semplicemente un nuovo prototipo, la versione 2.0.
Sitografia: