FOCUS INTERNAZIONALE – Giugno 2025

L’ascesa delle destre nazionaliste nell’occidente democratico

di Francesca Governatori, Maria Lijoi, Elena Paltrinieri , Marta Fornacini, Lara Benazzi

 

Elezioni Usa 2024 emblematiche: le similitudini tra conservatori e democratici

Le elezioni statunitensi del 2024 sono state l’emblema della crisi che il sistema politico occidentale sta vivendo, tanto in America quanto in Europa o in Italia. Le parti politiche – destra e sinistra, democratici e repubblicani – non presentano ormai sostanziali differenze, sia nell’affrontare le questioni ambientali-sociali, sia per quanto riguarda le fonti di finanziamento. Quali sono le similitudini più evidenti?

 

Prima fra tutte, l’assenza di soluzioni reali ai grandi problemi del mondo odierno: crisi climatica, migranti, guerre, senso di impotenza e diseguaglianze, a partire da quelle di genere*. Riguardo queste dinamiche cruciali, nè Trump nè Harris hanno saputo dare una risposta convincente in campagna elettorale, ma neanche Biden durante il suo mandato è stato in grado di affrontarle: o si è ignorato il problema o sono state fornite risposte semplicistiche, per dare l’apparenza di aver fatto qualcosa. Primo esempio fra tutti è proprio la questione climatica: le posizioni del presidente Trump al riguardo sono ben note, posizioni che hanno portato gli Stati Uniti ad uscire dall’accordo di Parigi sul clima nel 2018 e nel 2025 a minacciare di modificare le norme statunitensi che regolano l’inquinamento e le emissioni di gas serra*. La Harris, durante la sua campagna elettorale, non ha proprio menzionato il problema. Biden, dal canto suo, durante il suo mandato non ha fatto nulla di concreto per mostrare sensibilità al tema: il massimo è stato incentivare a parole le imprese nella decarbonizzazione ed enfatizzare l’utilizzo di auto elettriche: risposte, queste, sicuramente non all’altezza della gravità del problema che gli Stati Uniti, così come tutto il mondo, stanno affrontando a livello climatico. La questione dei migranti è un altro punto cruciale: anche qui le politiche di democratici e repubblicani non sono affatto dissimili. Se Trump aveva iniziato la costruzione del muro al confine con il Messico, Biden lo ha terminato e la Harris non ha avanzato proposte in merito. Questa tendenza a ridimensionare le reali problematiche della società di oggi o ad ingigantirle a proprio piacimento a seconda delle esigenze politiche del momento è comune tanto negli USA quanto in Italia. La politica si sta progressivamente distaccando dalla realtà, manipolandola per perpetrare i propri, particolari interessi che nulla hanno a che fare con le esigenze concrete delle società occidentali odierne. 

Un altro aspetto da sottolineare nelle elezioni presidenziali americane è il ruolo che l’economia gioca nel sostenere l’uno o l’altro candidato. E’ risaputo, infatti, che la vittoria è fortemente influenzata dai finanziamenti che stanno dietro ai due grandi partiti, o meglio, dai finanziatori: nel caso di Trump vs Harris sono saltati i parametri per cui i finanziatori tradizionalmente democratici hanno cambiato fronte e viceversa. Le elezioni si sono giocate tutte lì: l’appoggio di personalità miliardarie all’uno o all’altro fronte ha inevitabilmente influenzato l’elettorato. Da un lato, infatti, troviamo i principali player del risparmio gestito globale e della proprietà azionaria dei grandi fondi -vicini al Partito democratico- e dall’altro chi non vuole rimanere escluso dalla bolla e vuole metter mano alla politica monetaria*. In pratica, dietro le quinte ci sono da un lato le potenti Big Three (Vanguard, Black Rock e State Street) e dall’altro coloro che si vogliono opporre al loro strapotere. In poche parole, dietro la battaglia elettorale si è tenuta una vera e propria lotta finanziaria che ha spaccato ed indebolito il capitalismo statunitense*

L’attuale stadio a cui il capitalismo contemporaneo è giunto è efficacemente incarnato dal binomio Trump/Musk, i quali rappresentano due facce, a tratti diametralmente opposte, della stessa medaglia. Pur predicando entrambi una “disruption” dell’attuale ordine costituito, Trump si mostra ancora legato a logiche protezionistiche e altamente competitive, ben contrarie ai fondamenti del fenomeno di “iperglobalizzazione” che il mondo sta attualmente attraversando, mentre il concetto di innovazione abbracciato da Musk passa per la totale demolizione “delle idee sulla concorrenza e della responsabilità verso il pubblico”*.  Per quanto concerne la posizione di Trump, è tuttavia doveroso ricordare come la sua strategia, per quanto il tycoon possa perseverare in dichiarazioni altisonanti e in “minacce” di piegare gli equilibri economici mondiali a favore degli USA a suon di dazi e tariffe, dovrà comunque fare i conti con la schiera di uomini facoltosi del cui supporto può, quantomeno apparentemente, beneficiare. Il sostegno di attori economici nevralgici quali Elon Musk – con cui il “divorzio” sembra ormai ufficialmente annunciato – , Mark Zuckerberg e Jeff Bezos –  tutti emblematicamente ritratti nella fotografia scattata all’Inauguration Day della sua presidenza – è certamente condizionale alla tutela degli interessi dei suddetti, i quali non esiterebbero (come nel caso dello stesso Musk) a pretendere una marcia indietro da parte di Trump laddove la sua politica economica risultasse irrimediabilmente lesiva dei loro affari*.

Ad oggi, un “merito” che certamente può essere riconosciuto alla linea perseguita dal tycoon è quello di aver mostrato la vera natura del capitalismo liberale, che negli Stati Uniti, pur sotto mentite spoglie, ha sempre e necessariamente assunto i connotati di una politica individualista, finalizzata all’esclusivo progresso e benessere del singolo Stato nazione a scapito degli equilibri mondiali. Questa tendenza risulta ben esemplificata dall’approccio lapidario adottato da Trump nei confronti di Zelensky: il primo ha di fatto accusato il secondo di aver convinto la precedente amministrazione ad elargire una somma spropositata di denaro, peraltro non realmente corrispondente a quanto dichiarato dall’attuale presidente americano, senza adeguate garanzie, che nell’esclusivo interesse degli Stati Uniti coincidono con la fornitura di materie prime strategiche (si veda il caso delle cosiddette terre rare), l’importazione di prodotti statunitensi, la scelta del dollaro come valuta di riferimento, fino a “l’accettazione della penetrazione dei capitali americani e dalla destinazione dei risparmi nazionali verso le società e il debito Usa”*

 

L’ascesa delle destre estreme nell’occidente democratico: ragioni del consenso popolare e contraddizioni

La recente (e travolgente) ascesa dei partiti di estrema destra occidentali spinge, inevitabilmente, a compiere una riflessione su quelle condizioni che hanno contribuito a realizzarla. In primo luogo, occorre considerare quei fattori, comuni a gran parte degli stati occidentali, che le attuali ideologie di destra hanno saputo sapientemente strumentalizzare: un mondo sempre più globalizzato, un elevato tasso di internazionalizzazione dei mercati, e disuguaglianze sociali sempre più marcate. Si parla, dunque, di contesti politici e sociali piuttosto delicati, in cui risulta quasi “scontata” la possibilità che una fetta, sempre più ampia, della popolazione rimanga estranea a queste ingenti trasformazioni. Questa continua marginalizzazione, che favorisce la formazione di un gruppo sociale identificabile come gli “esclusi della globalizzazione“, è alla base delle profonde fratture in cui si inserisce la dura critica alla globalizzazione neoliberista – una critica  appartenente in origine ai partiti di sinistra radicale e attualmente adottata dai partiti di estrema destra. A questo preoccupante scenario occorre aggiungere, inoltre, un diffuso senso di sfiducia e uno sconforto generale nei confronti dell’intera classe politica

E, in questo modo, la retorica delle campagne elettorali “far-right” tende a fondarsi sui seguenti temi:

  •  i pericoli dell’immigrazione e i vantaggi che gli stranieri ottengono a discapito dei cittadini nazionali;
  • la lotta alle élite di intellettuali e “professoroni” che godono di privilegi sulle spalle della cittadinanza;
  • la perdita dei valori nazionali e tradizionali;
  • il peggioramento della qualità dei servizi pubblici forniti alla società.

 

Quelle elencate sono tematiche che riescono facilmente a far breccia nell’individuo marginalizzato, che si percepisce abbandonato dalle istituzioni e minacciato dalle tendenze di un mondo caratterizzato da barriere sempre più sottili. Ed è a questo individuo-tipo, mosso dal risentimento*, che le promesse di partiti “nazionalconservatori” appaiono come le uniche soluzioni possibili in risposta ad una direzione internazionale sempre più “globale” e meno “nazionale”*. I partiti di Meloni, Trump, Orbàn e Salvini si offrono come i protettori di un’identità nazionale (e religiosa) minacciata dallo straniero, da ciò che arriva al di fuori dei confini geografici ed ideologici, un’identità sociale e valoriale pericolosamente minata dalla comunità LGBTQI+ e dall’“ideologia gender”. La minaccia che le destre rappresentano, però, non si ferma ai semplici aspetti sociali, ma si estende anche alle stesse economie e ai tessuti produttivi nazionali che promettono di tutelare. Le recenti misure protezionistiche adottate dal Presidente americano Trump, fondate sull’imposizione di ingenti dazi – soprattutto nei confronti della rivale Cina- mostrano una tendenza antiglobalista sempre più diffusa. Le evidenze mostrano, però, che a subire le principali ritorsioni economiche e sociali sono quei cittadini-elettori che le destre hanno accolto e giurato di proteggere. Ne è un esempio l’Argentina di Milei, noto per la sua apparizione con la motosega in piena campagna elettorale, che, tagliando la spesa pubblica secondo il mantra “stringere i denti”, ha finito per rendere ancora più povera la popolazione, più debole il potere d’acquisto dei salari e ha bloccato gravemente il mercato del lavoro. E’ questo il grande paradosso delle promesse dei partiti sovranisti e nazionalisti: si ritorcono proprio contro quei bacini elettorali che li hanno supportati, danneggiando il welfare promesso, condannando alla povertà le fasce della popolazione più fragili e fomentando l’insofferenza nei confronti di quei gruppi sociali individuati, di volta in volta, come nemici.  

 

Il limite delle democrazie occidentali oggi: dagli ideali egualitari della società “giusta” alla richiesta di diritti individuali 

Ancora oggi, a 10 anni dalla sua prima campagna elettorale, al di qua dell’Atlantico ci si interroga su come Donald Trump possa aver vinto le elezioni, non una, ma ben due volte. E lo si fa in modo superficiale e talvolta giudicante. Senza soffermarsi davvero – o senza farlo andando sufficientemente in profondità – sulle reali cause strutturali che hanno portato, nel corso del tempo e in quasi tutte le democrazie occidentali, a vedere non solo una galoppante ascesa delle destre alle tornate elettorali, ma anche una presa sempre più solida di questo tipo di ideologie su un elettorato considerato tradizionalmente di sinistra

Fin dalle sue origini, la sinistra ha visto nell’emancipazione degli ultimi e degli oppressi il suo scopo, da realizzarsi attraverso l’interruzione del ciclo di sfruttamento delle classi dominanti nei confronti dei più fragili, per raggiungere l’uguaglianza tra gli uomini. Nel tempo, però, questo rapporto definito “fondativo”* ha iniziato a creparsi, portando quindi ad un’erosione del legame tra i partiti di derivazione socialdemocratica e la loro base elettorale, composta appunto dalla classe popolare. Al giorno d’oggi, i primi sono più numericamente rappresentativi delle fasce abbienti, interessate meno al conflitto sociale tra classi – che ha come obiettivo quello di cambiare le condizioni materiali all’origine delle disuguaglianze economiche – e più alle battaglie progressiste sui diritti civili e sulle libertà personali.  In un articolo pubblicato sul Post, il deputato del PD Ivan Scalfarotto si riferisce al suo partito come quello “preferito dalle eccellenze del nostro Paese”, inserendo all’interno di questa categoria “le classi abbienti, gli intellettuali e la borghesia illuminata”. *

E’ la sinistra moderata e del mondo liberal, che trova consenso nelle ricche aree urbane e metropolitane (definita perciò “sinistra ZTL”), che difende la globalizzazione come imprescindibile fattore di progresso. Una sinistra intellettuale, ancorata ad una visione idealistica nobile ma irraggiungibile, allontanatasi dalla realtà e dai bisogni concreti e “normali” del cittadino medio, spesso ignorato se non, come prima, criticato e giudicato in quanto “ignorante”. 

E così, dall’alto della propria superiorità morale e culturale costruita sui significati e sulle strutture di senso anziché sul contenuto*, la sinistra assiste impotente all’avanzata delle destre che captano i bisogni del suddetto cittadino medio, molto più concreti e immediati, puntando alla “pancia” attraverso una comunicazione politica che sempre più si allontana dalla verità*. E che così facendo crea una serie di false aspettative, sostituendo alla globalizzazione senza freno un sovranismo che dietro proposte spicce basate sulla ripresa del controllo dei confini e dietro ad attacchi di facciata alla “casta”,  nasconde semplicemente un cambio della guardia, sostituendo alle vecchie élite le proprie, ma senza realmente proporre soluzioni per migliorare la vita del ceto medio.  

Per evitare che lo snobismo di sinistra degeneri in una sorta di paternalismo classista e altezzoso, le sinistre necessitano di ricostruire i legami sociali e politici con quello che, una volta, era il loro elettorato di base – gli ultimi e gli oppressi – riportando al centro della propria agenda le questioni economiche e sociali strutturali. Come sembrano fare negli USA il vecchio senatore del Vermont, Bernie Sanders, e la deputata Ocasio Cortez, che dal secondo insediamento di Donald Trump girano il Paese per raccogliere le voci di chi si oppone al Presidente e al suo entourage, riuscendo ad intercettare ad ogni tappa una grande adesione da parte non solo di intellettuali, eccellenze e attivisti democratici ma anche di elettori di centro e cittadini normali, stanchi della deriva autoritaria che il potere presidenziale ha preso da gennaio a questa parte.

 

NOTE

4 https://comune-info.net/ma-perche-trump-vince/

5 https://www.affarinternazionali.it/riscaldamento-globale-e-migrazioni-nellera-di-trump/#:~:text=Nonostante%20gli%20ultimi%20inconfutabili%20dati,l’emissione%20di%20gas%20serra.

6 https://altreconomia.it/harris-vs-trump-la-guerra-tra-gruppi-finanziari-statunitensi/

7 https://altreconomia.it/lo-scontro-interno-al-capitalismo-finanziario-degli-stati-uniti-e-unopportunita-per-leuropa/

8 https://lacittadisotto.org/2025/01/10/dalla-globalizzazione-alla-messianica-oligarchia-tecnologica-di-laura-pennacchi/

9 https://www.adnkronos.com/economia/trump-davos-finanza-globale_3wRJOsiWFsRMGwvRNcp2Pj

10 https://altreconomia.it/trump-ribalta-zelensky-facendo-dissolvere-la-falsa-coscienza-dal-capitalismo-liberale/

11  “The role of right-wing enjoyment in the normalisation of the far righe”, Pasko Kisíc-Merino, Cambridge University Press

12 https://www.editorialedomani.it/politica/italia/il-nazionalconservatorismo-di-meloni-promette-un-capitalismo-protetto-gbnbxug4

Fonti aggiuntive: https://confronti.net/2025/03/la-resistibile-ascesa-delle-destre-in-europa/

13  Lo strano snobismo di sinistra verso gli elettori dei Cinquestelle, Andrea Coccia, marzo 2018 –  https://www.linkiesta.it/2018/03/lo-strano-snobismo-di-sinistra-verso-gli-elettori-dei-cinquestelle/

14  Lo strano snobismo di sinistra verso gli elettori dei Cinquestelle https://www.linkiesta.it/2018/03/lo-strano-snobismo-di-sinistra-verso-gli-elettori-dei-cinquestelle/ 

15  Andrea Colamedici, TLON

16  Gianrico Carofiglio: la comunicazione politica nell’era Trump.

 

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