FOCUS ITALIA – FEBBRAIO 2026

Sindaci costruttori di pace, custodi del territorio.

di Giuseppe Tosto

C’è una parola che attraversa le nostre comunità e chiede di essere abitata con coraggio: responsabilità. È la parola che unisce sindaci, amministratori, medici, volontari, cittadine e cittadini che scelgono di non sottrarsi. Di restare. Di esporsi. Di trasformare il mandato ricevuto in servizio concreto. In tempi segnati da guerre, disuguaglianze, crisi climatica e impoverimento dei servizi pubblici, costruire pace non è un gesto simbolico: è un atto amministrativo, quotidiano, spesso faticoso. È una scelta politica nel senso più alto del termine.

I sindaci come costruttori di pace

A ricordarcelo è stato recentemente il presidente dell’ANCI, Gaetano Manfredi, che ha rilanciato l’immagine dei “sindaci costruttori di pace”, riprendendo l’intuizione di Giorgio La Pira: chi amministra una città rappresenta una comunità concreta, fatta di volti, relazioni, fragilità. E proprio per questo ha il dovere di far sentire la propria voce contro la guerra e per la convivenza.

Non è un caso che oltre 500 Comuni italiani abbiano aderito alla rete internazionale Mayors for Peace, promossa dai sindaci di Hiroshima e Nagasaki: un impegno formale per il disarmo nucleare e per una cultura della pace che parta dai territori.

In Trentino, il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha scritto ai nuovi sindaci invitandoli a istituire deleghe alla pace, ad aderire al Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, a sostenere campagne di ripudio della guerra. Un appello chiaro: la pace non può restare una dichiarazione d’intenti, deve tradursi in politiche locali, educazione, partecipazione, scelte di bilancio. Perché se le guerre distruggono le città, è nelle città che si può sperimentare un’alternativa.

Difendere la sanità pubblica è costruire pace, l’esempio del sindaco di Isernia.

Costruire pace significa anche difendere il diritto alla salute. Lo ha mostrato con un gesto tanto semplice quanto potente Piero Castrataro, sindaco di Isernia, che dal 26 dicembre ha scelto di dormire in tenda davanti all’ospedale Veneziale per denunciare la carenza di medici e il rischio di ridimensionamento dei reparti essenziali. Non si è trattato di una protesta simbolica di poche ore, ma di una presenza continuativa, nelle notti fredde, davanti all’ingresso del presidio ospedaliero. Un gesto che ha attirato l’attenzione nazionale e, soprattutto, quella della sua comunità: infermieri che gli portano il caffè all’alba, giovani che si fermano a esprimere solidarietà, altri sindaci che manifestano sostegno.

La sua non è stata una “polemica”, come lui stesso ha più volte chiarito, ma un’azione di sensibilizzazione. I dati che ha messo sul tavolo sono concreti: il responsabile del Pronto Soccorso prossimo alla pensione, un organico dimezzato rispetto al fabbisogno, la radiodiagnostica con quattro medici a fronte di almeno dieci necessari, il timore che anche la cardiologia – reparto cruciale per le patologie tempo-dipendenti – possa essere messa in discussione.

Per un territorio di circa 80 mila abitanti, con una popolazione che invecchia e collegamenti non sempre agevoli verso altri centri, la riduzione dei reparti “salvavita” non è un dettaglio organizzativo: è una questione di sicurezza collettiva. È la differenza tra un intervento tempestivo e un trasferimento che può costare minuti decisivi. Castrataro ha parlato di “grido di dolore” della comunità, sottolineando che le battaglie non si combattono solo negli uffici o dietro una scrivania, ma anche nei luoghi in cui il bisogno è reale e ogni minuto conta. Ha chiesto un confronto con i vertici dell’azienda sanitaria e con la Regione, ha invocato sinergie con gli altri ospedali molisani, ha posto il tema dell’attrattività per i giovani medici non come questione estetica del territorio, ma come nodo strutturale di carriera, prospettive professionali, retribuzioni.

La sua iniziativa ha anche messo in luce un nesso spesso sottovalutato: la tenuta della sanità pubblica è direttamente collegata allo spopolamento delle aree interne. Se manca la garanzia di cure adeguate, famiglie e giovani sono più inclini a partire. Difendere l’ospedale significa dunque difendere la possibilità stessa di restare. Quando un sindaco sceglie di esporsi così, senza delegare la questione a comunicati o tavoli tecnici, compie un atto politico nel senso più nobile: rende visibile una fragilità e la assume su di sé. Non contro qualcuno, ma per qualcosa. Non per dividere, ma per richiamare tutti a una responsabilità condivisa. La pace sociale passa anche da qui: da un pronto soccorso che funziona, da un medico che non manca, da un reparto che non chiude.

Custodire il territorio è un dovere democratico.

C’è poi un’altra frontiera su cui gli amministratori locali sono chiamati a esporsi: il dissesto idrogeologico e il consumo di suolo. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA, il 94,5% dei comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Oltre 5,7 milioni di persone vivono in aree a rischio frane e circa 6,8 milioni sono esposte al rischio alluvione. Sono numeri che parlano di una vulnerabilità strutturale del Paese. Le 684 mila frane censite in Italia – a fronte di poco più di 1.200 monitorate in modo puntuale – raccontano una fragilità che non è solo naturale, ma anche frutto di scelte umane: consumo di suolo, abbandono delle aree interne, manutenzione insufficiente, pianificazione inadeguata.

Quando un sindaco si oppone a nuova edificazione in aree fragili, quando investe in manutenzione ordinaria invece che in opere visibili ma inutili, quando sceglie la prevenzione anziché l’emergenza, compie un atto di pace. Perché evita lutti, protegge case, imprese, beni culturali. Perché trasforma il “dopo” in un “prima”. Le esperienze raccontate in tante realtà – dai comuni colpiti dalle alluvioni in Emilia-Romagna a quelli impegnati nella manutenzione delle briglie montane – mostrano che la prevenzione è possibile, ma richiede continuità, alleanze istituzionali, coraggio nel dire dei no.

Una scelta quotidiana.

Essere costruttori di pace e comunità non significa essere eroi solitari. Significa scegliere, ogni giorno, di non sottrarsi. Sceglie il sindaco che istituisce una delega alla pace. Sceglie chi aderisce a una rete internazionale contro il riarmo. Sceglie chi difende un ospedale pubblico. Sceglie chi investe in prevenzione invece che inseguire l’emergenza. Sceglie chi, in consiglio comunale, vota pensando alle generazioni future.

La democrazia non si nutre di proclami, ma di pazienza. Non cresce nell’indifferenza, ma nel conflitto affrontato senza prepotenza. Non si rafforza nell’isolamento, ma nella comunità.

A tutte e tutti voi – amministratori, professionisti della cura, volontari del Terzo Settore, cittadine e cittadini attivi – va il riconoscimento di questa newsletter: la pace si costruisce nei territori, nelle scelte di bilancio, nei piani regolatori, nei reparti ospedalieri, nelle scuole. Si costruisce quando qualcuno decide che il proprio mandato non è un ruolo da occupare, ma una responsabilità da abitare. E in questo tempo fragile, abitare la responsabilità è già un atto di coraggio.

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