Le possibili cause del disastro Stellantis e del settore automotive,
di Silvia Bramardo
Il settore automotive, in particolare il gruppo Stellantis, sta attraversando una profonda crisi che affonda le radici in una serie di scelte strategiche errate, politiche governative inadeguate e sfide ambientali sempre più urgenti. Stellantis è un colosso dell’auto che, nonostante le dimensioni, fatica a tenere il passo con i cambiamenti globali. Dalla transizione all’elettrico al crollo della capitalizzazione di mercato, i problemi sembrano moltiplicarsi. Le cause di questa crisi sono molteplici; una tra queste è la politica dei dividendi. Stellantis ha distribuito negli ultimi quattro anni 23 miliardi tra dividendi e buyback con priorità agli azionisti invece che al rafforzamento dell’azienda; non a caso, Exor, la holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia italiana Agnelli, ha ottenuto 3 miliardi di euro. Questa politica ha sottratto risorse preziose per investimenti in sviluppo, ricerca e innovazione. Non sorprende che la capitalizzazione di mercato dell’azienda si sia dimezzata nel primo semestre del 2024, passando da circa 85 miliardi di dollari a 45 miliardi. È il segnale di una strategia tutta finanziaria non sostenibile. Per recuperare competitività, Stellantis ha scelto di delocalizzare le produzioni in Paesi con manodopera meno costosa. Questa scelta ha indebolito la base produttiva italiana e ha pesato su un’industria italiana sempre più marginalizzata.
Passare all’elettrico non è un’opzione ma una necessità: Stellantis e altre aziende del settore automobilistico hanno mostrato impegno nella transazione con piani ambiziosi, ad esempio il lancio dei veicoli elettrici (EV); in generale, però, i tempi impiegati da Stellantis si sono rivelati troppo lunghi. Alcune cause sono la scarsa diffusione delle stazioni di ricarica, i tempi lunghi di ricarica e , secondo un’analisi di Ecco, l’auto elettrica al momento prevede il 45% di tasse in più rispetto alla benzina, l’ 85% in più rispetto al diesel e il 407% sul Gpl.
I consumatori stanno cambiando preferenze, puntando su veicoli elettrici e soluzioni di mobilità sostenibile. La concorrenza di produttori cinesi e americani sta avanzando con costi più competitivi e tecnologie all’avanguardia e sono pronti ad accogliere le richieste ed esigenze dei clienti: non si può dire lo stesso di Stellantis.
Nel 2022 il governo Draghi ha istituito il fondo per la Transizione Verde, con uno stanziamento complessivo di 8,7 miliardi di euro fino al 2030. Tuttavia, la legge di bilancio più recente ha previsto un taglio dell’80% del fondo (4,6 miliardi di euro fino al 2030). Così, Stellantis e altre aziende si sono trovate senza risorse per affrontare la grande trasformazione verso la mobilità sostenibile. L’assenza di politiche industriali strutturate ha reso il settore automotive vulnerabile ai cambiamenti di mercato e alle sfide ambientali. Non esistono piani chiari per una “transizione giusta” che protegga i lavoratori e favorisca l’innovazione.
Il settore trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra in Europa. Le normative UE richiedono una riduzione del 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030 e l’eliminazione graduale della vendita dei veicoli a motore a combustione interna entro il 2035. Anche in questo contesto, Stellantis si presenta impreparata alle sfide.
La gestione dell’amministratore delegato Carlos Tavares, incentrata sui tagli e sulla redditività a breve termine, ha creato tensioni con sindacati, fornitori e persino con il Consiglio di Amministrazione. Infatti, il presidente John Elkann motiva le dimissioni di Tavares del dicembre 2024 come uno scontro tra prospettive diverse: Elkann ha ammesso che servirebbe un approccio più orientato al lungo termine, ma finora ciò non si è tradotto in azioni concrete. La crisi di Stellantis e del settore automotive italiano è il risultato di strategie sbagliate: una logica prevalentemente finanziaria, politiche governative inadeguate e una transizione all’ elettrico gestita male. La mancanza di investimenti strutturali in innovazione, ricerca e sviluppo, unita a una scarsa capacità di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e alle nuove esigenze dei consumatori, ha reso Stellantis vulnerabile in un mercato sempre più competitivo e dominato da aziende che hanno saputo cogliere tempestivamente le opportunità offerte dalla mobilità elettrica. La riduzione drastica del “Fondo per la transizione verde” da parte del governo italiano ha ulteriormente aggravato la situazione, dimostrando una mancanza di visione strategica e una sottovalutazione della necessità di guidare il settore verso una transizione sostenibile. Senza un chiaro piano nazionale che incentivi la decarbonizzazione, sostenga l’innovazione e protegga l’occupazione, l’Italia rischia di perdere uno dei settori economici più strategici e di rimanere indietro rispetto ai principali competitors globali.
Sitografia:
https://sbilanciamoci.info/dimissioni-tavares-il-fallimento-di-stellantis-e-del-governo/
https://sbilanciamoci.info/la-scure-del-governo-si-abbatte-sullautomotive/
https://sbilanciamoci.info/no-alla-revisione-dello-stop-alle-auto-termiche-al-2035/
L’ineludibile necessità di occuparsi delle politiche di difesa,
di Massimiliano Artioli
Recentemente il dibattito sulle spese militari ha acquistato notevole risonanza dato che, con tutta probabilità, i Paesi aderenti alla NATO, e in particolare l’Italia, saranno chiamati a investire maggiori risorse in spese per la difesa militare.
La tendenza era già in atto almeno dal 2014 all’indomani dell’invasione della Crimea e la conseguente decisione, in ambito NATO, di portare la soglia minima delle spese militari per ciascun Stato membro al 2% del PIL annuo. Tendenza che si è accelerata a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e del conseguente aumento della tensione sul continente europeo.
Da ultimo, la nuova vittoria alle ultime presidenziali USA di Donald Trump, il quale in campagna elettorale ha più volte minacciato i Paesi alleati di non ottemperare alla clausola di mutua difesa qualora non avessero raggiunto la quota pattuita per poi, poche settimane dopo, richiedere che tale quota passasse dal 2% al 5% del PIL,.
NATO e UE sono state così messe di fronte all’eventualità di dover incrementare ulteriormente le risorse a disposizione delle proprie forze armate. Tanto che il nuovo Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha previsto un ulteriore incremento, in sede NATO, della percentuale dal 2% al 3% del PIL all’anno. Nessun Governo europeo ha manifestato l’intenzione di non ottemperare a tali richieste. La minaccia russa è avvertita molto distintamente da Polonia Finlandia e dai Paesi baltici, mentre i Paesi dell’Europa Occidentale non pare abbiano la forza, l’autorevolezza, la compattezza o, semplicemente, la volontà di resistere alle richieste americane. Di conseguenza è probabile che tale aumento verrà deciso e perseguito nel più breve tempo possibile, considerando la manifesta ostilità della nuova presidenza USA nei confronti della NATO e, più in generale dell’Europa.
Per l’Italia si tratterebbe di spendere una cifra che assomma a quasi 60 miliardi di euro annui, laddove, nel solo 2024 il nostro Paese ha speso poco meno di 32 miliardi (1,5% del PIL circa). Si tratterebbe, sostanzialmente, di raddoppiare le risorse destinate al comparto militare.
Nell’ambito dell’Unione Europe, alla quale aderiscono per gran parte Paesi NATO, alcuni hanno auspicato l’istituzione di Forze Armate congiunte. Tuttavia, prima di arrivare ad un tale risultato si dovrebbe riformare radicalmente l’Unione trasformandola in una vera e propria Federazione, dotata di sovranità propria e finalizzata a perseguire scopi politici. Ma ciò implicherebbe la disponibilità, da parte degli Stati membri, a rinunciare ad una grossa parte della sovranità nazionale. Cosa che il contesto politico e culturale attuale non sembra per niente favorire. D’altra parte è noto che le fusioni a freddo facilmente falliscono. Senza un percorso di costruzione di una identità europea che integri e si affianchi alle diverse identità nazionali che persistono, sarà molto difficile che i cittadini dei diversi Stati acconsentano ad un ulteriore, e massiccio, trasferimento di sovranità.
Quindi, se, come tutto sembra presagire, una difesa comune europea non potrà essere organizzata e i singoli membri manterranno le rispettive Forze Armate, si tratterà capire, come raggiungere e come spendere una così alta somma (mai raggiunta in tempo di pace dall’Italia, almeno dal secondo dopoguerra in poi).
Non sarà facile trovare 60 miliardi all’anno per un Paese il cui debito pubblico ha recentemente sfondato quota 3.000 miliardi di euro su circa 2.000 miliardi di PIL prodotto, con un budget pubblico previsto, per il 2025 (dati Ragioneria dello Stato) di 915 miliardi per il 2025, con spese previste che ammontano a circa 100 miliardi all’anno di interessi passivi, 670 miliardi circa di spese correnti e 139 miliardi circa di spese in conto capitale. A questi dovranno essere sommati oltre 280 miliardi per rimborsare i prestiti contratti. Parallelamente la crescita attesa, in mancanza di sostanziali e radicali riforme alla Pubblica Amministrazione, al Fisco e al sistema Giustizia, viene stimata ad appena lo 0,8% del PIL (sempre per il 2025; dati ISTAT).
Le uniche opzioni appaiono lo spostamento di 30 miliardi circa dalle spese correnti e dalle spese in conto capitale o, in alternativa, ricorrere, almeno per l’acquisto dei sistemi d’arma, a finanziamenti esterni tramite risorse messe a disposizione dall’UE.
La prima soluzione è totalmente nella disponibilità del Governo italiano, nel senso che dipende dalla volontà del Governo di praticarla, il quale poi dovrebbe però assumersi la responsabilità politica delle scelte fatte. La seconda soluzione dipende da come si evolverà il dibattito in tema di difesa europea.
Per adesso, l’Unione Europea, in tema di spese per la difesa, ha attivato solo programmi di ricerca congiunta denominato PESCO (Permanent Structured Cooperation). I programmi PESCO non finanziano però l’acquisizione dei sistemi d’arma così sviluppati, che deve essere finanziata dai singoli Stati, né obbliga tutti gli Stati membri ad acquisire tali sistemi d’arma per le proprie forze armate.
Gli Stati membri sembrano più propensi (almeno in linea di principio) a permettere alla Commissione Europea di emettere debito comune per concorrere alle spese di acquisizione di sistemi d’arma per i singoli Stati membri.
Il problema però sarebbe rappresentato da chi decide cosa comprare e da quale sistemi d’arma comprare. Il potere decisionale verrà assegnato, come nel caso dell’acquisto dei vaccini anti COVID, alla Commissione europea? Tale decisione verrà invece assegnata al Consiglio dell’Unione Europea? Come verranno selezionati i sistemi d’arma da acquistare? Il finanziamento verrà riservato ai soli sistemi prodotti in Europa (escludendo quelli prodotti in USA, con le reazioni prevedibili da parte del nuovo Presidente)?
In molti sostengono che per superare alcune delle difficili risposte agli interrogativi sopra elencati, si dovrebbe perseguire l’integrazione industriale in modo da creare gruppi capaci di competere con quelli americani. Ma, praticamente ogni membro dell’UE, e in particolare i tre Paesi più grandi (Germania, Francia e Italia), hanno industrie, centri di ricerca e livelli occupazionali da tutelare. In particolare, l’Italia si trova a dover tutelare Leonardo Spa, Fincantieri Spa (entrambe partecipate dallo Stato) e Iveco Defence che rappresentano tre dei maggiori gruppi industriali del Paese.
L’auspicata integrazione implicherebbe comunque la disponibilità dei Paesi UE a cedere porzioni di sovranità industriale cosa che, come sopra accennato, nell’attuale contesto politico – culturale è un risultato piuttosto difficile da conseguire. I precedenti, d’altra parte, non lasciano molta speranza.
I due Paesi che hanno perseguito maggiormente l’integrazione delle loro industrie di difesa sono stati Francia e Germania. I due maggiori progetti congiunti attivati da questi due paesi sono il MCGS (Main Combat Grund System per lo sviluppo di un carro armato di nuova generazione) e il FCAS (Future Combat Air System per lo sviluppo e la produzione di un caccia stealth di 6° generazione). Entrambi sono stati attivati nel 2017 senza il coinvolgimento preventivo dell’Italia. Anzi. Il coinvolgimento del nostro Paese nel primo programma è stato ostentatamente e deliberatamente escluso.
L’Italia ha risposto rinsaldando i rapporti con il Regno Unito, dove Leonardo ha grossi interessi e relazioni, aderendo al programma “Tempest” (ridenominato GCAP, Global Combat Air Program quando si è aggiunto anche il Giappone) per il caccia di 6° generazione e autorizzando Leonardo, dopo una serie di traversie e ripensamenti, a stringere un’alleanza industriale con Reihmetall (industria tedesca lasciata comunque ai margini del programma MCGS) per il nuovo carro armato.
Per inciso i due programmi franco – tedeschi appaiono attualmente in crisi, per le divergenze tra le Forze Armate e le rivalità industriali che nel frattempo sono sorte tra i rispettivi gruppi nazionali, mentre i programmi ai quali ha aderito il nostro Paese sembrano svilupparsi con minore problematicità. Il risultato è che sullo stesso continente vi sono due programmi per lo sviluppo di caccia di 6° generazione e due programmi per lo sviluppo di carri armati di nuova generazione.
Sarà molto difficile che si raggiungano risultati concreti se Francia e Germania non rispetteranno anche le esigenze di Italia e, prevedibilmente, Spagna e Polonia. Il che significa accettare di accantonare, per Parigi e Berlino, l’ambizione di governare inaudita altera parte la UE.
L’aumento delle spese militari, pertanto, sembra essere destinato ad essere conseguito dai singoli Paesi in ordine sparso, assecondando così la volontà degli USA di non considerare la UE come un soggetto con il quale interloquire in tema di sicurezza e difesa. Sembra inoltre che gli USA, visto il maggior interesse e il maggior impegno che intendono riversare sullo scacchiere indo-pacifico, siano orientati a lasciare la responsabilità di gestire i teatri secondari a singoli Paesi ritenuti affidabili. E nella visione americana, il Mediterraneo appare di secondaria importanza.
Sembra quindi che l’Italia sarà chiamata a gestire nuove responsabilità e a trovare da sola le risorse necessarie. Se saremo davvero chiamati (e in qualche modo costretti) ad agire autonomamente e a spendere 60 miliardi all’anno per la Difesa, dovremo pretendere che tali soldi vengano spesi nel modo più efficiente e utile possibile (il che appare un ossimoro trattandosi di spese militari).
Il primo passaggio, a rigor di logica, sarebbe quello di definire (finalmente) quali sono gli obiettivi e gli interessi strategici che questo Paese intende perseguire e difendere, beninteso nei limiti imposti dalla Costituzione la quale impedisce il Governo a perseguire una politica estera aggressiva. E solo un volta che tali obiettivi e interessi sono stati definiti, procedere alla riorganizzazione e all’equipaggiamento delle Forze Armate. I primi passi sembrano, peraltro, essere compiuti con la pubblicazione annuale del Libro Bianco della Difesa dove questi interessi e obiettivi sono esplicitati.
Ma oltre a questo, sarà però necessario approcciarsi diversamente al comparto difesa. Si tratta di implementare, e in fretta, un cambiamento culturale.
Un dato vale per tutti. Nel momento in cui il nostro Paese decideva di destinare 20 miliardi in un programma pluriennale (tra acquisto di nuovi carri armati e nuovi veicoli di combattimento della fanteria), vale a dire una spesa pari all’1% del PIL e superiore di 11 miliardi a quelle previste per il Ponte sullo Stretto di Messina, nessun telegiornale ne ha dato notizia. I maggiori quotidiani nazionali ne hanno dato notizia, a vario modo, ma senza esprimere un pensiero critico sul merito della spesa appena disposta.
Eppure qualche dubbio potrebbe essere avanzato (lo è stato da alcune autorevoli riviste del settore): se gli interessi strategici dell’Italia sono naturalmente rivolti al Mediterraneo, ci si dovrebbe attendere che le nostre Forze Armate rafforzassero la componente aeronavale e concepissero le forze di terra dimensionate ed equipaggiate per un rapido dispiegamento oltremare. Quindi un esercito equipaggiato con sistemi facilmente trasportabili per via aerea o marittima. E visto che è sicuramente più difficile muovere un bestione corazzato da 50/60t (peso medio di un moderno carro armato), ci si potrebbe chiedere se non fossero più opportuno comprare una blindo pesante da 30/35t, ad un prezzo sicuramente più economico (peraltro già disponibili, progettati allo stato dell’arte e interamente prodotti in Italia), con la stessa capacità offensiva ma, ovviamente, meno corazzati.
Ancora. È saggio spendere 20 miliardi per acquistare nuovi carri armati e nuovi veicoli corazzati per la fanteria (dal costo di milioni di euro cada uno) quando il conflitto ucraino ne ha dimostrato la vulnerabilità e ha evidenziato che il progressivo e capillare diffondersi dei droni d’attacco tra i reparti della fanteria e capace di fornire, a prezzi contenuti, una difesa contro mezzi dal costo così alto?
Il tema delle spese militari in Italia è sempre stato visto come un tema di nicchia, adatto a militari e a pochi esperti, tratto il più delle volte ideologicamente o strumentalmente. Fintanto che le spese militari assommavano a circa l’1°% del PIL tale approccio poteva anche essere giustificato visto che in ogni caso il nostro Paese non era chiamato ad assumersi grosse responsabilità in politica estera e la sua difesa era sempre e comunque garantita dagli USA.
Ma tale cifra rischia di triplicare in pochi anni, cambiando la vita a tutti (60 miliardi all’anno significa meno spese in sanità, scuola, giustizia, ecc.). Ci apprestiamo a vivere in un tempo sicuramente più insicura, e insidiosa, rispetto ai trent’anni che l’hanno preceduta. Se vogliamo che le risorse che verranno sottratte ad altri comparti di spesa pubblica vengano spesi senza che rappresentino uno spreco assoluto, è necessario che la consapevolezza intorno alle tematiche della Difesa venga incrementato a tutti i livelli, promuovendo anche un pensiero critico che faccia da contrappeso al ruolo che i militari, inevitabilmente, saranno chiamati ad assumere fintanto che la situazione internazionale rimarrà contrassegnata dalle tensioni e dai rischi che si stanno manifestando.
Parafrasando Georges Clemenceau (Primo Ministro francese durante durante la seconda parte della Prima Guerra Mondiale), le spese militari sono una cosa troppo seria per lasciarla ai militari (e ai politici).
Il progetto di ricerca WEL (Welfare energetico locale),
di Elisa Bilancia
Il 15 e 16 novembre 2024, il Forum Disuguaglianze e Diversità e la Fondazione Basso hanno organizzato a Roma la conferenza “Welfare Energetico Locale: Una nuova frontiera di giustizia sociale e ambientale di fronte alla crisi climatica”. L’evento ha riunito studiosi, esponenti di organizzazioni sociali e ambientaliste, rappresentanti del mondo sindacale e del terzo settore, politici e membri di istituzioni, con l’obiettivo di delineare un welfare energetico capace di affrontare i nuovi rischi sociali e ambientali derivanti dalla crisi climatica e dalle relative politiche di contrasto.
In un contesto in cui le disuguaglianze non riguardano più solo il reddito e la crisi climatica avanza rapidamente – come dimostrato dai dati diffusi dal Copernicus Climate Change Service dell’UE secondo i quali nel 2024 si è superato per la prima volta per tutto l’anno il limite di sicurezza di 1,5°C al di sopra della media preindustriale – il processo di decarbonizzazione, se non gestito con attenzione, potrebbe generare nuove disuguaglianze sociali e territoriali. Il welfare energetico, pertanto, deve focalizzarsi sull’accesso all’energia rinnovabile e sull’efficientamento energetico dei consumi come diritti di cittadinanza, promuovendo al contempo la partecipazione attiva nella transizione energetica come diritto sociale e forma di partecipazione democratica. Questo approccio, in linea con il concetto di “giusta transizione” promosso dall’Unione Europea, rappresenta il primo passo verso un welfare climatico più ampio, che includa settori come mobilità, salute, lavoro e sicurezza del territorio.
Il modello realizzato con la partecipazione di diverse organizzazioni nazionali, tra cui Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, CNCA, Ecco, Coop. ènostra, Fondazione Messina, Legambiente, Kyoto Club e Nuove Rigenerazioni, integra giustizia sociale e ambientale offrendo soluzioni inclusive e sostenibili per tutelare le fasce più vulnerabili e garantire equità nella transizione ecologica.
L’analisi si concentra su alcune misure chiave legate a direttive europee e politiche nazionali (Pniec, Pnacc, Fondo sociale per il clima, Direttiva Case Green, Bonus sociali per elettricità e gas, Reddito energetico, Comunità energetiche rinnovabili, Conto Termico e incentivi per l’efficientamento energetico), queste si ricollegano a tre grandi macro ambiti entro i quali occorre orientare il raggio d’azione:
1 Sostegno al reddito
2 Incentivi per soluzioni tecniche e tecnologiche
3 Incremento di infrastrutture sociali
1 Misure per correggere il Bonus sociale per elettricità e gas: si propongono interventi per migliorare il Bonus sociale, tra cui una campagna informativa mirata e l’introduzione delle caratteristiche climatiche dei territori come criterio di assegnazione e meccanismi di tutela nel mercato libero. L’obiettivo è rendere il Bonus più accessibile ed equo, rispondendo meglio alle esigenze delle fasce vulnerabili
2 Direttiva Case Green e politiche sull’edilizia: l’Italia, entro il 2025, dovrà recepire la Direttiva Case Green con un Piano nazionale che includa misure per supportare le famiglie vulnerabili. Tra le proposte: la cessione del credito per chi non ha capienza fiscale, l’integrazione degli interventi sugli edifici con approcci a scala di comunità e quartiere, e il potenziamento delle risorse per l’Edilizia Residenziale Pubblica, ad esempio attraverso il Conto Termico, portando i rimborsi al 100% per alcune categorie di patrimonio edilizio pubblico.
3 Rafforzamento delle infrastrutture sociali e comunità energetiche: le Comunità energetiche rinnovabili richiedono politiche che coinvolgano attori sociali fragili, promuovendo legami solidali oltre la dimensione utilitaristica. Per il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), si propone di valorizzare il ruolo dei sindaci e della società civile organizzata, migliorando le infrastrutture sociali e le relazioni di prossimità per aumentare la resilienza delle comunità. Questo è fondamentale per fronteggiare eventi estremi, come le alluvioni, e per rispondere agli impatti climatici futuri.
Leggi il documento: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/welfare-energetico-locale/