Tra promesse mancate e “nuove” priorità: il governo Meloni dimentica le famiglie italiane
di Giuseppe Tosto
Che la “politica” sembri ormai distante anni luce dalla realtà dei fatti, dalla popolazione, dalle famiglie, dalle promesse fatte in tempo di campagna elettorale, è un dato di fatto. In particolar modo, negli ultimi tempi, si sta dibattendo (dentro e fuori il Parlamento) riguardo la frattura sempre più evidente tra promesse fatte alle famiglie e priorità reali del governo italiano. Da un lato, infatti, si intensificano le misure a favore del riarmo e della spesa militare. Dall’altro, invece, dilagano sempre più salari stagnanti, potere d’acquisto ridotto, inflazione, ed extra profitti delle banche. Ma la domanda che tutti i cittadini si fanno (o dovrebbero chiedersi) è: Giorgia Meloni e il suo governo stanno realmente facendo qualcosa per cambiare questa situazione?
Uno scenario geo-politico instabile e il boom della spesa militare
Chiaro che l’instabile scenario geo-politico in cui ci troviamo, il (ri)emergere di vecchi e nuovi conflitti, gli obblighi presi in sede NATO e la politica comunitaria di difesa pensata a Bruxelles obbligano il governo italiano a una crescente attenzione verso il riarmo e l’aumento della spesa militare. Tuttavia, per molte famiglie italiane, questa serie di motivazioni non sono sufficienti a spiegare il perché, durante un periodo di difficoltà economiche e lavorative, le risorse vengono utilizzate per altri scopi. Non c’è poi da stupirsi se molti cittadini italiani pensano che ci sia un capovolgimento di priorità: certo, gli investimenti per la difesa e la sicurezza non sono illegittimi o ingiustificati, ma diventano un controsenso quando innescano una pericolosa corsa al riarmo, che alimenta le tensioni globali e aumenta il rischio di conflitti, sottraendo risorse importanti a sanità, istruzione, spesa sociale.
D’altronde, i numeri (così eclatanti) parlano chiaro. Negli ultimi anni, segnati da guerre, conflitti e nuove tensioni, il bilancio della “Difesa” ha preso il largo. Secondo l’osservatorio indipendente Milex, nel 2025, la spesa destinata alle forze armate toccherà quota 32 miliardi di euro (13 dei quali solo per nuovi armamenti). Ma non è tutto: per il 2026, addirittura, è previsto un ulteriore aumento che dovrebbe arrivare sui 34 miliardi di euro. Secondo i dati NATO, l’Italia nel 2025 sfiorerà il 2% del PIL in spesa per la difesa e il riarmo. Una percentuale non da poco ma ritenuta ininfluente, se si considera il progetto più “ambizioso” di portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035. Il governo, tuttavia, difende le proprie scelte: come ha dichiarato la premier Meloni, “non distoglieremo nemmeno un euro dalle priorità dei cittadini”, anche se risulta molto difficile da credere. Come riporta Peacelink, “avanza quasi sotto silenzio un processo di crescente militarizzazione delle politiche economiche e industriali del Paese. Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa (DPP) 2025–2027 conferma una forte accelerazione nella modernizzazione dello strumento militare e un aumento costante delle spese destinate ai programmi di armamento, con cifre che iniziano a delineare una vera e propria “economia di guerra”… Questa corsa tecnologica, presentata come un investimento per la “difesa del futuro”, rischia di impegnare risorse economiche enormi per i prossimi decenni, sottraendole a settori civili e ambientali…”
“Tra i due litiganti, il terzo gode”: un’estate di extra-profitti per le banche.
“Tra i due litiganti, il terzo gode”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Eppure, difficilmente, per descrivere la lunga e calda estate delle banche italiane. Già, perché, proprio mentre incalzava il dibattito tra utilizzare le risorse economiche per il riarmo bellico o aiutare le famiglie italiane (i due litiganti), gli istituti bancari italiani (il terzo che gode) hanno registrato degli extra profitti record. Anche in questo caso, i numeri parlano chiaro. Negli ultimi tre anni, le banche italiane hanno messo a segno utili per 112 miliardi di euro. Merito della pulizia dei bilanci (dopo la stagione dei crediti deteriorati) e del rialzo dei tassi BCE che ha gonfiato i margini d’interesse. In particolar modo, nel 2024, le principali banche italiane hanno chiuso con profitti record. Secondo Reuters, le sei maggiori banche italiane (tra cui Intesa Sanpaolo, UniCredit e Banco BPM) hanno registrato un utile netto aggregato di 24,3 miliardi di euro. UniCredit, nella fattispecie, ha annunciato un profitto di 9,7 miliardi di euro e un piano di distribuzione di quasi 9 miliardi agli azionisti (metà dei quali in contanti). Banca Popolare di Sondrio, invece, prevede di raddoppiare i dividendi entro il 2027. Senza andare ad addentrarci in maniera più approfondita in materia di extra-profitti, quest’ultimi, comunque sia, hanno generato un dibattito sull’opportunità di introdurre misure di redistribuzione, come tasse sui “maxi-utili” e contributi solidaristici.
Il governo ha pure provato a reagire, ma non in maniera consistente. Nella manovra 2026 è prevista una tassa temporanea sulle banche e sulle assicurazioni, per recuperare parte degli “extra-profitti”. Molti, però, ritengono che non sia sufficiente. Da un lato, infatti, i profitti delle banche restano elevati. Dall’altro, invece, il prelievo non ha alleviato la pressione sulle famiglie che lottano per le bollette, gli affitti e la vita quotidiana.
Il reddito delle famiglie: promesse rimaste in sospeso
Durante la campagna elettorale e nella prima fase di governo, molte promesse erano state rivolte alle famiglie italiane: sostegno alla natalità, riduzione del cuneo fiscale, lotta alla precarietà, potenziamento dei principali servizi , tra cui quelli educativi e sanitari. A onor del vero, alcune misure sono state effettivamente introdotte, ma spesso in maniera parziale o senza un reale impatto strutturale. Così, mentre i profitti delle banche sono sempre più elevati, il reddito delle famiglie è sempre più basso. O meglio. Secondo l’Istat, nel 2023, il reddito medio delle famiglie italiane era di €37.511 circa all’anno. Ma quello che fa più male è che, nonostante un aumento (+4,2% rispetto al 2022), l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto producendo una diminuzione reale del reddito dell’1,6%. Uno studio Istat del mese scorso ha rilevato come, rispetto al 2019, i prodotti alimentari costino in Italia oggi quasi un terzo in più. A ciò si aggiunge il fatto che, negli ultimi dieci anni, gestire una casa è diventato sempre più oneroso con spese fisse che hanno subito aumenti ben superiori all’inflazione. Uno studio di Confedilizia, infatti, segnala che, nell’era dei boom, i prezzi di luce, gas e acqua sono cresciuti fino al triplo dell’inflazione.
E non è finita qui. Nel 2024, la percentuale della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è salita al 23,1% contro il 22,8% del 2023. Stiamo parlando di circa 13,5 milioni di persone (in una nazione con meno di 60 milioni di abitanti) in condizioni economicamente fragili. Come se non bastasse, l’Istat rivela un nuovo dato drammatico: “Le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 restano al di sotto dell’8,8% ai livelli di gennaio 2021”. L’ennesima conferma della situazione di grossa difficoltà in cui sono costrette a vivere i cittadini e le famiglie italiane.
A tal riguardo, in occasione della Cerimonia di consegna delle Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2025, è intervenuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Non ci sono ricette facili per un mondo del lavoro che ovviamente è condizionato da mercati sempre più interdipendenti. La piena occupazione è un orizzonte che oltre la dignità riguarda la libertà. Un’occupazione che, come recita l’art. 36 della Costituzione, deve assicurare a ogni lavoratore ‘una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa’. Lo stesso Presidente Mattarella ha continuato, aggiungendo: “La dinamica salariale negativa è una questione che non può essere elusa perché riguarda in particolare il futuro dei nostri giovani, troppi dei quali sono spinti all’emigrazione. Questa strada, spesso sofferta, viene prescelta, talvolta, per la difficoltà a trovare lavoro e, sovente, a causa del basso livello retributivo di primo ingresso nel mondo del lavoro. Richiamano l’attenzione i risultati di una recente indagine di Confcommercio che ha posto in luce il preoccupante fenomeno della crescita dei cosiddetti ‘contratti pirata’.”
A peggiorare la situazione, infine, è la disuguaglianza: l’Istat evidenzia che il reddito percepito dalle famiglie più ricche 5,5 volte superiore di quello delle famiglie più povere. Statistiche e tematiche, tutte queste messe insieme, che, in un certo qual modo, smascherano i “grandi” annunci e le promesse fatte dal governo Meloni agli italiani. Che mettono in evidenza come bisogna pensare (anche) a difendere le famiglie italiane e il loro reddito. Non soltanto a parole, ma con i fatti.