FOCUS UNIONE EUROPEA – Febbraio 2025

La libertà di disinformare

di Alessandra Zini

A volte si tende a considerare i diritti e le libertà come concetti “assoluti”. Filosofi di ogni epoca si sono interrogati su questo dilemma: la libertà è davvero tale se ha dei limiti? Il mio diritto a una vita dignitosa può negare quello degli altri? Secondo il diritto internazionale in materia di diritti umani, ogni libertà e diritto vengono con delle limitazioni, che aiutano a infondere un senso di responsabilità, sia individuale che collettiva. Per quanto alcuni possano non essere d’accordo, l’Italia ha firmato molti dei principali trattati internazionali in materia, il che rende la “libertà di parola” o la “libertà di espressione” concetti ben definiti e non puramente soggettivi.

Nonostante la tendenza della mente umana a categorizzare, è importante imparare a riconoscere le sfumature di questi concetti giuridici per comprendere appieno i limiti di comportamento che come comunità dobbiamo rispettare, e le responsabilità che portiamo come individui che condividono uno stesso spazio. Limiti che sono legati al rispetto reciproco, a trattare come esseri umani, trascendendo le differenze fisiche e materiali.

La libertà di parola non è assoluta: come ogni diritto, viene con dei doveri. Il dovere di non offendere o diffamare con parole d’odio, ad esempio, verso la nazionalità o la religione di una persona. Il dovere di non diffondere notizie false che potrebbero avere ripercussioni a livello collettivo.

Recentemente, la “libertà di parola” è stata invocata come giustificazione per le azioni delle principali piattaforme social, che hanno seguito l’esempio di X nel rimuovere il cosiddetto “fact-checking”. In nome della “democrazia pura”, tutto potrebbe essere legittimato, permettendo a chiunque di condividere contenuti senza che venga verificata la veridicità dei fatti. Così, diventa difficile avvertire gli utenti di possibili inganni o danni, e un gesto apparentemente innocuo può trasformarsi in una minaccia per le nostre società democratiche.

Il report dello European Digital Media Observatory, che ha monitorato e verificato un’enorme quantità di notizie nel periodo delle elezioni europee dell’anno scorso, ha evidenziato la diffusione di notizie false sui social media, che cresce in prossimità del giorno del voto. Si tratta di un lavoro collettivo, realizzato da numerose organizzazioni europee di fact-checking, università e esperti di alfabetizzazione digitale, impegnati nel debunking delle fake news per proteggere l’integrità delle elezioni. Tra i principali trend identificati, come l’escalation della guerra in Ucraina, il cambiamento climatico e le narrazioni anti-migranti, possiamo riconoscere discorsi che probabilmente abbiamo sentito da un conoscente. Ne aggrava la situazione il basso livello di competenze digitali in Italia, come riconosciuto nel report annuale sull’implementazione della strategia digitale europea. Se da un lato l’educazione digitale è essenziale per insegnare ai cittadini a riconoscere le notizie false (prebunking), dall’altro le piattaforme dovrebbero impegnarsi ancor di più, non meno.

In un contesto di scambio ultra-rapido di informazioni, che alimenta l’infodemia, le piattaforme devono implementare misure correttive in tempo reale. Altrimenti, non ci saranno freni al tipo di informazioni che potranno circolare online, da false a discriminatorie, con tutti i rischi che ciò comporta.

Per questo motivo abbiamo iniziato la nostra collaborazione con Openpolis, un’organizzazione di fact-checking indipendente italiana che pubblica notizie sulla base dell’analisi di dati. 

Inoltre, ci sono numerose iniziative di alfabetizzazione digitale finanziate dalla Commissione Europea, tramite programmi annuali di lavoro. Seguendo il lavoro dell’EDMO, è possibile accedere a numerose risorse e corsi gratuiti. In Italia, mi sento di suggerire il lavoro di FIDU – Federazione Italiana Diritti Umani, che si occupa di disinformazione, interferenze straniere e alfabetizzazione mediatica. Spesso aprono Call for Interests per partecipare a workshop e training con esperti del settore.

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/factpages/italy-2024-digital-decade-country-report

https://fidu.it/language/en/media-literacy-for-democracy-cerv-programme/

https://www.un.org/en/about-us/udhr/foundation-of-international-human-rights-law

Dopo Trump, l’Europa esisterà ancora?

di Paolo Bergamaschi

La Ue si è cullata nell’illusione che il tycoon non tornasse alla Casa Bianca. Nell’ultimo vertice a Bruxelles i leader si sono trovati alle prese con il terremoto geopolitico provocato dall’alleato Usa. Mentre la Russia punta a una nuova Jalta, Bruxelles si rende conto che si sta giocando la propria esistenza?

Quattro anni di imbarazzante dormiveglia cullandosi nell’illusione che l’incubo di una nuova presidenza Trump non potesse ripetersi; quattro anni sprecati senza affrontare i problemi cronici che affliggono l’Unione europea impedendole di recitare sulla scena globale quel ruolo che le spetterebbe se solo riuscisse a convertire in potere politico il suo peso economico.  Ogni tanto qualcuno fra i leader del vecchio continente ha mostrato qualche lampo di lucidità invocando il concetto di autonomia strategica e radicali riforme, ma il discorso si è subito incagliato fra le secche di un processo di approfondimento sia politico sia istituzionale che ha ormai perso la spinta originale.  

Il reinsediamento di un Trump senza più freni. Con il reinsediamento di Donald Trump alla Casa Bianca lo scorso 20 gennaio si è definitivamente chiusa quella che gli anglofoni chiamano window of opportunity ovvero l’occasione buona da sfruttare per fare quello che si doveva fare ma non si è fatto. È risaputo che negli Usa il vero volto di un presidente si mostra durante il secondo mandato cioè quando l’inquilino dello studio ovale non è più assillato dalle preoccupazioni di ottenere dagli elettori un nuovo incarico. Non ci sono più cautele o freni inibitori nei quattro anni finali di una presidenza tanto meno per quanto riguarda Trump che, rispetto al 2016, oggi si trova in una posizione molto più forte controllando sia i due rami del Congresso che la Corte Suprema ovvero i due poteri che, sulla carta, potrebbero mettergli i bastoni fra le ruote.  L’ordine del giorno del vertice informale dei leader europei che si sono riuniti lunedì scorso a Bruxelles prevedeva originariamente il tema della difesa comune come unico punto, ma inevitabilmente si è esteso al terremoto geopolitico scatenato dai primi provvedimenti adottati dall’alleato di oltre-Atlantico che poi, alla prova dei fatti, così alleato non è. 

L’Ue schiacciata. L’Unione europea rischia di trovarsi schiacciata in un sandwich con una guerra convenzionale sul fronte orientale in corso da tre anni e una commerciale all’orizzonte sul lato occidentale.  Senza considerare le minacce di una guerra ibrida arrembante che poggia su disinformazione e interferenze esterne nel processo democratico condotta a est dal Cremlino, più o meno sottotraccia, e a ovest da Elon Musk, decisamente sopra le righe. Non c’è affatto da stare allegri con uno scenario simile; urgono rimedi adeguati e immediati ma i governi dei Paesi europei esitano, latitano o si limitano a campare alla giornata per sopravvivere confidando in una sorte clemente per nulla scontata.  

Il sovranismo sempre più suprematista. Fra quattro anni l’Unione europea potrebbe avere completamente cambiato i connotati o, addirittura, non esistere più sotto la spinta sia esterna sia interna di un sovranismo cieco che sempre di più sta assumendo l’aspetto truce di becero suprematismo, sia esso bianco-occidentale, slavo-ortodosso o cino-asiatico. Da questa settimana per gli utenti americani di Google il Golfo del Messico compare sulle mappe con il nome di Golfo d’America in linea con i diktat di Donald Trump.  Dallo spazio digitale a quello fisico la distanza non è così grande. Panama e Groenlandia sono sulla lista della spesa come fossero caselle su una cartina di Risiko da giocarsi ai dadi; le vacanze sulla “riviera” di Gaza è la mossa successiva. Da Mosca, intanto, il ministro degli esteri russo Lavrov si dice aperto a un possibile incontro con gli Usa sul conflitto ucraino escludendo, però, la partecipazione dell’Europa e della stessa Ucraina.  

La Russia vuole una Jalta bis. Il segnale è forte e chiaro se ancora non lo si fosse capito: la Russia punta ad una Jalta bis per spartirsi, delimitare e gestire indisturbati le rispettive zone di influenza. Intanto Washington piccona il fragile ordine globale abbandonando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ritirandosi dall’accordo di Parigi sul clima, uscendo dall’Unesco e dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, predisponendo sanzioni per i giudici della Corte Penale Internazionale e imponendo sanzioni commerciali ai concorrenti in violazione delle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel solco dello stravolgimento del diritto internazionale perpetrato dalla Russia in Ucraina.  Nei corridoi di Bruxelles amano ripetere che l’Europa dà il meglio di sé nei momenti di crisi. Sempre che l’Europa si renda conto di essere in piena crisi.  

https://www.vita.it/idee/dopo-trump-leuropa-esistera-ancora/

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