FOCUS UNIONE EUROPEA – Novembre 2025

L’UE e le critiche per i molteplici “passi indietro”: dal qfo 2028-2034 all’emergenza climatica, dal riarmo alle lacune del Patto per il mediterraneo, a cura del gruppo di ATTIVANZA “Integrazione europea” (Maria, Gabriele, Gaia, Samantha, Elena G.)

Il 16 luglio 2025 la Commissione Europea ha pubblicato le sue proposte per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034. Il bilancio proposto ammonta a quasi 2 mila miliardi di EUR, di cui 149,3 (8,5% del QFP) saranno dedicati al rimborso del debito accumulato attraverso il NextGenerationEU.

Il QFP è stato ristrutturato riducendo le attuali sette rubriche a quattro categorie principali; inoltre, sono previste nuove risorse proprie per sostenere il bilancio e finanziare le priorità dell’UE. Tuttavia, ad oggi la Commissione ha ricevuto numerose critiche dal mondo accademico e istituzionale su diversi temi, con valutazioni che considerano la proposta di bilancio inadeguata rispetto alle sfide attuali e troppo accentrata nelle mani della stessa Commissione.

 La politica di coesione ed i “Monster National Plans” del QFP 2028-2034

Tra le quattro categorie di spesa previste dalla Commissione per il prossimo bilancio, la prima mette insieme sotto un totale di 946,4 miliardi di EUR (53,7 % del QFP totale): coesione economica, sociale e territoriale, agricoltura e affari rurali, affari marittimi, prosperità e sicurezza. La scelta è stata fortemente criticata dalla presidente del Comitato delle Regioni (CdR) Kata Tüttő, che ha parlato di “Monster National Plans” riferendosi alla decisione della Commissione di accorpare un gran numero di titoli di spesa sotto un’unica categoria con l’obiettivo di semplificare il QFP. Secondo Tüttő, il rischio risiede nella trasformazione della politica di coesione in una competizione tra regioni, settori e gruppi di interesse per accaparrarsi le risorse. A differenza del bilancio 2021-2027, il raggruppamento di più politiche sotto un’unica voce rende meno chiaro quanto del budget sarà effettivamente destinata alle politiche di coesione e quanto alle altre politiche come ad esempio la PAC, facenti parte della categoria di spesa. Inoltre, secondo un briefing del Parlamento Europeo (PE), rispetto al QFP 2021-2027, i bilanci per i programmi integrati nei piani di partenariato nazionali e regionali sono stati ridotti rispettivamente del 10% per la PAC e dell’11% per gli altri programmi

In risposta alla bozza di bilancio UE proposta dalla Commissione, il CdR ha presentato il 15 ottobre una risoluzione, adottata all’unanimità da tutte le famiglie politiche, in cui chiede l’introduzione di un budget specifico per le politiche di coesione, con risorse allocate sulla base di indicatori sociali ed economici. L’obiettivo è garantire che la politica di coesione rimanga accessibile a tutte le regioni, senza che ciò dipenda dalla discrezionalità delle autorità nazionali. In questo senso tuttavia, nel QFP la Commissione ha introdotto una clausola di garanzia che assicura alle regioni meno sviluppate almeno lo stesso finanziamento del periodo 2021-2027.

Secondo i membri del CdR, inoltre, l’assenza di una supervisione da parte del Parlamento europeo o dei parlamenti nazionali e regionali rischia di aggravare ulteriormente il deficit democratico dell’UE. Allo stesso modo, l’esclusione delle regioni dal processo decisionale potrebbe violare il principio di sussidiarietà e indebolire la governance multilivello dell’Unione.

Oltre alle regioni anche quattro dei principali gruppi politici (Ppe, S&D, Renew Europe e Verdi/Ale) hanno espresso le loro preoccupazioni in merito al prossimo QFP, presentando una lettera congiunta alla presidente della Commissione per chiedere una revisione del bilancio. Tra gli aspetti principali evidenziati nella lettera, sintetizzata da Euronews e Politico, figurano il rigetto dei piani nazionali e regionali, che, come sostengono i deputati, escluderebbero il Parlamento europeo e i leader regionali dal processo decisionale sull’assegnazione del bilancio, e le preoccupazioni per l’accorpamento di più politiche in un unico pacchetto  ̶  in particolare quelle di coesione e della PAC.

Tuttavia, dopo alcune concessioni fatte dalla Commissione, il PE ha annullato la votazione per respingere parte della proposta di bilancio prevista durante la sessione plenaria del 12 novembre.

Come riportato da Politico, la decisione del Parlamento europeo di intervenire con una lettera firmata dai principali gruppi politici rappresenta una mossa che evidenzia la capacità dell’istituzione di orientare la governance dell’UE quando agisce in modo coeso. Si tratta di un successo istituzionale che apre anche alla possibilità che il Parlamento sfrutti la propria posizione nel processo di bilancio per avanzare proposte di riforma volte a rafforzare l’unità dell’Unione nei prossimi negoziati con il Consiglio.

Il declino delle politiche climatiche

A inizio novembre 2025, il Consiglio dell’Unione Europea ha annunciato un nuovo accordo per fissare un obiettivo più flessibile di riduzione delle emissioni nette dei gas serra pari al -90 % entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Questo accordo, presentato come un passo fondamentale della strategia europea verso la neutralità climatica nel 2050, conforme al quadro normativo della Legge Europea sul Clima, viene criticato come “debole”, in quanto risultato di compromessi. Include infatti diverse deroghe che ne attenuano l’impatto: ad esempio, fino al 5 % della riduzione può essere soddisfatta attraverso crediti di carbonio e la stessa riduzione domestica effettiva risulta così potenzialmente ridotta all’85 %; è stato rinviato di un anno, dal 2027 al 2028, l’estensione del mercato del carbonio al trasporto su strada e al riscaldamento degli edifici; così come è stata inserita una clausola riguardo la possibilità di revisione biennale della normativa in caso gli obiettivi prefissati siano troppo onerosi per i singoli Paesi.

Diverse organizzazioni ambientaliste e analisti scientifici hanno espresso preoccupazione, poiché considerano il ricorso ai crediti internazionali una soluzione di compromesso che rischia di ridurre gli investimenti domestici nella decarbonizzazione, a favore di investimenti in industrie extra-UE, così compromettendo l’efficacia delle misure. Infatti, se l’obiettivo dell’UE originariamente era quello di non superare il 3% di crediti sul carbonio, l’aumento al 5% è causato dalle pressioni di Paesi quali Italia, Francia e Portogallo.

Per l’Italia e per le regioni, le implicazioni sono molteplici: le politiche di coesione e gli investimenti della futura programmazione UE, come illustrato precedentemente, dovranno integrare la transizione ecologica come elemento trasversale, con attenzione all’equità territoriale e sociale. Tuttavia, se le ambizioni rimangono parziali o gli ecosistemi politici continuano a mediare l’intensità dell’azione, il rischio è che la transizione diventi disomogenea, mentre sarebbe urgente rafforzare la governance multilivello, soprattutto nell’ambito regionale.

In sintesi, l’accordo europeo sul clima appare come un equilibrio delicato tra ambizione e pragmatismo economico. Se infatti i margini di flessibilità riconosciuti  sono pensati per evitare che la transizione diventi onerosa e disordinata, ci si chiede se in futuro ulteriori concessioni richieste dai Paesi Membri possano compromettere e rallentare il raggiungimento del difficile obiettivo europeo sul clima. Soprattutto se i dati mostrano come i cittadini europei richiedono sempre più a gran voce misure più drastiche per fronteggiare i problemi più urgenti causati dal cambiamento climatico.

Sul piano internazionale l’Unione Europea è approdata alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Belem in Brasile (COP 30) con un duplice ruolo: da un lato farsi portatrice dell’agenda ambiziosa appena accordata; dall’altro difensore del rigore negoziale affinché l’esito del summit rispecchi un reale progresso multilateralista. Purtroppo, i risultati sono stati deludenti: invece di segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche, l’assenza degli USA, i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese. Non fissa l’uscita dai combustibili fossili, sancisce di fatto il non raggiungimento degli obiettivi previsti dall’accordo di Parigi 2015, non stabilendo nessuna Road Map di verifica degli impegni presi e riesce solo a mantenere in vita il sistema del multilateralismo rappresentato dalle Conferenze Internazionali.  Al di fuori dell’accordo, rimane la proposizione dell’Unione Europea di lavorare per abbandonare i combustibili fossili, così come l’impegno per una maggiore tutela delle foreste – tematiche su cui solo una minoranza si è trovata a favore, circa 80 rappresentanti.

In conclusione: l’UE ha definito un quadro ambizioso per il periodo fino al 2040 ma con ampi margini di dubbio; al contempo, la COP30 ha messo in luce le contraddizioni della diplomazia climatica, con l’Europa in bilico fra volontà di ricoprire un ruolo guida e compromessi operativi. 

Prepararsi alla guerra: la “follia” del riarmo come strategia di crescita affonda la finanza sostenibile

 Dallo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 e quella in Medio Oriente tra Israele e Hamas nell’ottobre 2023, l’Unione Europea ha cominciato a mettere sempre più in discussione le proprie capacità e la propria autonomia strategica in termini di difesa e sicurezza; storicamente legata all’Alleanza Atlantica e agli Stati Uniti in particolare, l’Unione non si è preoccupata, negli ultimi cinquant’anni, di investire ingenti somme nel settore della difesa, a differenza di altri Paesi come Stati Uniti, Cina e Russia. Il tema ha scaldato il dibattito europeo negli ultimi tre anni tanto nelle sedi governative quanto in quelle accademiche e mediatiche, generando un sentimento generale di urgenza e di insicurezza. I risultati di questi ragionamenti, alla luce dell’incrinarsi delle tensioni geopolitiche internazionali, hanno portato i vertici europei ad incrementare, in maniera non sempre trasparente, i fondi destinati alla difesa e alla sicurezza. Dall’inizio di questo 2025, l’Unione Europea ha delineato la linea strategica per rafforzare la difesa europea in considerazione dello scenario critico internazionale, che prevede la realizzazione delle seguenti iniziative: il Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030; il piano ReARM Europe e la semplificazione dell’omnibus per la preparazione alla difesa. Tutti strumenti che hanno l’obiettivo di rendere autonoma l’UE e meno vincolata all’alleanza NATO, con 131 miliardi di euro del bilancio europeo destinati alla difesa e alla sicurezza. 

Sebbene la precarietà del contesto geopolitico internazionale abbia spinto, in un certo senso, a prendere decisioni rapide in merito alle forti lacune dell’Unione Europea in questo ambito, ci sono molti aspetti di questa linea strategica che non convincono e sono oggetto di critica da parte di chi, in questa corsa al riarmo, vede un pericolo per la stabilità e la credibilità della democrazia europea. In particolare, appare evidente che alcune decisioni prese stiano snaturando quelli che sono i valori su cui l’Unione si è fondata: il primato della diplomazia, il ripudio della guerra, la tutela della pace e della sicurezza dei propri cittadini. La linea politica che si sta intraprendendo è quella di tutelare la sicurezza tramite un riarmo massiccio, cercando di indirizzare allo scopo fondi che dovrebbero essere destinati ad altro. 

Un esempio è quello relativo ai finanziamenti destinati al settore spaziale, in particolare dei fondi dell’ESA destinati allo sviluppo e alla ricerca in campo civile spaziale. L’Agenzia Spaziale Europea è nata nel 1975 con l’obiettivo di unire le risorse europee a disposizione (finanziare ma anche di capitale umano) per competere a livello internazionale con le due USA e URSS e, secondo il suo statuto, ha vocazione esclusivamente civile. Dall’approvazione dell’Agenda Strategica dell’ESA al 2040 si evince che, dato il contesto geopolitico attuale, ora l’ESA si occuperà anche di tecnologia dual – use (per scopi civili e militari). Infatti, essendo ormai lo spazio inserito nei domini di difesa militare (terra, aria, cielo e cyber), ad esso sono destinati parte dei finanziamenti del bilancio 2028-2034 per lo sviluppo di tecnologie spaziali dual – use. 

Per quanto concerne, invece, il settore finanziario, una novità è stata introdotta da Euronext, la principale borsa paneuropea che riunisce i mercati di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Dublino, Lisbona, Oslo e Milano, la quale ha reinterpretato gli ESG (acronimo che sta per Environmental, Social, Governance e che si riferisce ai tre fattori di rischio centrali nel misurare la sostenibilità e l’impatto sociale e ambientale di un’impresa o di un’attività economica ) in chiave securitaria, proponendo un pacchetto di iniziative legate all’Energia, alla Sicurezza e alla Geostrategia (Energy, Security and Geostrategy). Ulteriore conferma di questa tendenza è la lettura che il Rapporto Draghi dà alla difficoltà dell’Unione di reperire finanziamenti, privati ma anche pubblici, per colmare il gap strategico con le altre potenze mondiali: in particolare, nel Rapporto si sottolinea come “L’accesso ai finanziamenti è spesso ostacolato dall’interpretazione data dalle istituzioni finanziarie ai quadri di riferimento dell’UE per la finanza sostenibile e ai quadri di riferimento ambientali, sociali e di governance (ESG). Inoltre, la complessità dei quadri normativi relativi alle attività industriali della difesa (per produzione, esportazione, uso, accesso alle informazioni, ecc.) e agli appalti della difesa, anche all’interno del Mercato unico dell’UE, rappresentano ulteriori ostacoli per i potenziali investitori” .

La rilettura delle normative e dei principi europei in materia di sostenibilità (e non solo) per poter introdurre in maniera “lecita” la categoria degli armamenti, facendo arrivare sempre più capitali all’industria delle armi, pone una riflessione importantissima circa il tema della sicurezza: davvero la corsa agli armamenti è la soluzione alla sicurezza dei cittadini europei? La storia, in realtà, ci insegna il contrario. Forzare le barriere che l’Unione si è imposta, cercare escamotage linguistici e finanziari per portare più soldi all’industria bellica forse non è la risposta che dovremmo dare alle crisi geopolitiche in atto. Questi riportati sono solo alcuni esempi di come il mondo politico e finanziario si sta muovendo per rispondere al caos internazionale che stiamo vivendo, la lista sarebbe ancora più lunga, ma ritornare a pensare a quello che è stato costruito finora e al perché è stato costruito (l’Unione Europea e tutto il processo di integrazione che la caratterizza) potrebbe essere un buon punto di partenza per prendere delle decisioni misurate, lungimiranti e veramente strategiche. 

Il Patto per il Mediterraneo: rafforzare l’occupazione, l’energia e la sicurezza per chi?

È stato approvato il 20 novembre dal Consiglio europeo il Patto per il Mediterraneo, un’iniziativa  proposta dalla Commissione europea e dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, con l’obiettivo di rafforzare la partnership strategica tra l’Unione Europea e i Paesi della costa Sud del Mediterraneo. Il Patto si inserisce in quadro già esistente di sforzi per rendere l’Unione un partner politico e commerciale affidabile per questa regione, a cominciare dal Processo di Barcellona del 1995, la costituzione dell’UpM nel 2008 (Unione per il Mediterraneo) fino all’Agenda per il Mediterraneo del 2021. La novità rispetto alle iniziative politiche e commerciali già intraprese risiede nel dare la giusta importanza alla componente umana, alla sfera sociale e culturale. Infatti, i tre pilastri del Patto sono: 

1- Persone come forza trainante del cambiamento, delle connessioni e dell’innovazione

2- Economie più forti, più sostenibili e integrate

3- Sicurezza, preparazione e gestione della migrazione

Il patto, inoltre, apre anche all’interazione con altri partner oltre il Mediterraneo meridionale: Golfo, Africa subsahariana, Balcani occidentali e Turchia. L’intensificazione della cooperazione tra l’Unione, la regione del Medio Oriente e Nord Africa e la regione del Golfo è uno degli obiettivi fondamentali del patto.

L’obiettivo di Bruxelles è di aiutare i Paesi vicini meridionali a sviluppare le loro economie e a creare nuovi posti di lavoro, in modo da intervenire sulle cause profonde della migrazione,  favorendo la circolazione dei talenti e dando l’opportunità, a chi possiede competenze ed è istruito, di scegliere se spostarsi in Europa o rimanere nel proprio Paese e contribuire al suo sviluppo. 

Queste proposte avranno poi bisogno di strumenti, di risorse economiche, di politiche concrete e soprattutto della collaborazione degli Stati europei che si affacciano sul Mediterraneo che sono i primi a dover essere coinvolti. I critici hanno sollevato timori sul fatto che il nuovo patto possa ripetere le carenze delle precedenti politiche euromediterranee, che spesso non hanno mantenuto le promesse e hanno avuto un impatto limitato.  Non si può non evidenziare, ad esempio, che il terzo pilastro “sicurezza, preparazione e gestione della migrazione” pare del tutto inadeguato rispetto agli altri due pilastri:  l’approccio rimane quello securitario e di difesa dei confini. Si parla dell’assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia e in generale del miglioramento della gestione delle frontiere, di maggiore prevenzione delle partenze irregolari e del contrasto al traffico di migranti e della tratta, di intensificazione dei rimpatri volontari, ma non si fa alcun accenno alle politiche concrete per implementare la migrazione legale, la mobilità e il potenziamento dei partenariati per attirare i talenti.

Fonti

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Via libera del Parlamento Ue al target clima, -90% di emissioni al 2040 – La voce degli Eurodeputati – Ansa.it

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop30-divisi-sul-clima-223061

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https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/cop30/2025/11/24/news/risultati_protagonisti-425000711/

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https://www.economiadelmare.org/patto-per-il-mediterraneo-consiglio-ue-approva-conclusioni/ 

https://it.euronews.com/my-europe/2025/11/21/se-non-noi-chi-la-commissaria-ue-non-vede-alternative-al-patto-per-il-mediterraneo 

https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2025/11/20/one-sea-one-pact-one-future-council-approves-conclusions-on-the-pact-for-the-mediterranean/  

  https://www.osmed.it/2025/10/22/litalia-e-il-patto-per-il-mediterraneo-opportunita-e-linee-dazione/ 

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