La proposta del laboratorio permanente sulla riconversione economica e industriale è rivolta a tutte quelle realtà di ricerca, culturali, sindacali e della società civile che, all’interno di questa lunga fase storica determinata da un processo di generale riarmo e di una crescente egemonia culturale che giustifica e legittima la guerra, si stanno impegnando in percorsi reali di conversione industriale ed ecologica. Nasce, inoltre, come declinazione dell’impegno condiviso nel tempo con la Rete Italiana Pace e Disarmo e in linea con il lavoro portato avanti da anni da Sbilanciamoci.
Esemplare, in tal senso, la progressiva concentrazione nel settore “difesa” da parte di Leonardo, ex Finmeccanica, a discapito di altri ambiti produttivi di eccellenza. Questa concentrazione a favore dell’industria che produce armi, si è ulteriormente rafforzata a partire dalla guerra in Ucraina, con i governi Draghi e Meloni, dove ha raggiunto quella “congiuntura astrale”, come la chiamano gli stessi esponenti dell’AIAD, che ha permesso di superare i controlli della legge 185/90. Ne è un indice il silenzio dell’Italia sulle forniture alle truppe di Kiev perfino di cluster bombs e armi all’uranio impoverito da parte degli alleati anglo americani.
Allo stesso tempo, questa tendenza, soffoca un serio dibattito sui rapporti di collaborazione con l’industria della difesa di Tel Aviv nonostante i bombardamenti senza fine sulla popolazione di Gaza e l’occupazione dei territori palestinesi da parte di coloni armati sostenuti dal governo israeliano.
La pretesa di una democrazia economica
Il dato di realtà ci consegna il fatto che anche quando alcuni sindacati si esprimono contro la guerra devono fare i conti con la carenza di una proposta alternativa di politica industriale finendo per cedere al ricatto occupazionale basato su presupposti non dimostrati.
Si può mettere in discussione, infatti, la teoria che associa produzione di armi a progresso tecnologico e crescita dei posti di lavoro, ma sembra che sia scomparsa nella stessa società ogni istanza di democrazia economica.
In tale stato di cose prevale il pessimismo e la rassegnazione verso decisioni prese dall’alto, anche quando esprimono una logica che conduce all’autodistruzione.
Siamo davanti al “sonnambulismo” che nella storia recente ha provocato immense tragedie fino all’attuale prospettiva apocalittica dell’arma nucleare e degli altri strumenti di distruzione di massa.
Abbiamo perciò deciso di promuovere un collegamento sempre più ampio tra diverse realtà della società civile italiana con l’intenzione di promuovere una condivisione di conoscenze, prassi e competenze in grado di dare spazio e articolare una diversa proposta di politica economica e industriale capace di incidere sulle scelte strutturali del Paese. Nulla di meno.
Siamo ben consapevoli che le direttive attualmente predominanti vengono sintetizzate da altri centri di pensiero (si pensi alla recente Fondazione Med-Or di Leonardo) che godono di una trasversale adesione culturale nel mondo accademico, dell’informazione e anche all’interno della società civile e delle chiese.
Un centro studi per la riconversione industriale delle imprese belliche è stato promosso negli anni 90 dall’Università Cattolica di Milano, con programmi di ricerca a livello internazionale, ma l’esperimento ha avuto breve durata per mancanza di volontà politica e quindi di finanziamenti adeguati.
Il caso esemplare da cui prendere ispirazione è quello in atto di collaborazione in ambito automotive sulla proposta di riconversione del sito ex Gkn di Firenze da parte di lavoratori e ricercatori del Sant’Anna di Pisa.
Alcune necessarie premesse
È essenziale partire da alcune convinzioni condivise per poter lavorare assieme. Eccole:
- Il riarmo mondiale non può spingere l’Italia e l’Europa ad assecondare le strategie delle industrie del settore che agiscono per massimizzare i profitti sostenendo una competizione interna alle stesse alleanze politico militari che moltiplica i costi e spinge le società a cercare clienti oltre il perimetro dettato dalla legge 185/90 e dalle norme europee
- È contestabile e ampiamente confutabile l’assioma che associa la produzione bellica con l’innovazione tecnologica e la crescita occupazionale
- Vanno affrontate e ridiscusse le linee di politica estera che conducono a sostenere la necessità di incentivare e sostenere le industrie delle armi, controllate dallo Stato, a discapito di altre spese e investimenti, al fine di esercitare un preteso ruolo strategico in un mondo in guerra.
- Considerare il lavoro come un valore fondamentale della nostra società, un bene comune che contribuisce alla sicurezza, alla sostenibilità ed alla convivenza pacifica. Quindi, costruttore di pace.
Partire da casi concreti
Senza precludere un’analisi più ampia, per capire la prassi con cui opera il laboratorio, abbiamo la necessità di partire da casi concreti ed emblematici ed intendiamo cominciare dalla questione di Torino e del Sulcis Iglesiente
Torino
La città vive da tempo un processo di deindustrializzazione segnato dalle scelte della Fiat che ha dettato la politica industriale in Italia, e non solo, fino a questa fase di progressivo ma deciso distacco dal Paese da parte di Stellantis. Gli azionisti di Exor investono i loro dividendi in comparti diversificati su scala mondiale.
L’analisi dell’Alleanza Clima Lavoro ha fatto emergere gli effetti dei mancati investimenti sull’auto elettrica da parte di FCA che tagliano fuori l’Italia da una nuova fase decisiva del comparto automotive. È stata emblematica, in tal senso, la decisione di Intel di investire nella produzione di microchip in Germania (con un costo del lavoro più alto) e Polonia invece che in Italia (Torino in primis).
Era necessario e urgente definire le filiere dove orientare le risorse del PNRR nella prospettiva della transizione ecologica con un ruolo dello Stato che non sarebbe dovuto essere solo quello di regolatore degli attori privati da attrarre con incentivi e investimenti infrastrutturali.
Leonardo, società controllata dal capitale pubblico, promuove la costruzione a Torino della città dell’aerospazio prevedendo effetti a cascata in campo universitario, occupazionale e tecnologico. Una prospettiva allettante, basata sulla suggestione della ricerca d’avanguardia nel campo aerospaziale, che fa passare in secondo piano la priorità oggettiva dell’attività di Leonardo che si concentra nell’ambito bellico.
Occorre pertanto suscitare un dibattito su priorità e finalità delle società dove lo Stato possiede la maggioranza del capitale sociale, ma allo stesso tempo occorre saper individuare ambiti e filiere di produzione dove è possibile investire utilmente le risorse pubbliche italiane ed europee con effetti moltiplicativi positivi per l’economia e l’ambiente. Si pensi all’industria dei mezzi pubblici per la mobilità sostenibile che Leonardo poteva promuovere a partire dalla sua partecipazione nell’industria Italiana autobus che, invece, ha dismesso dopo un lungo stato di crisi.
Sulcis Iglesiente
Territorio della Sardegna segnato dalla crisi lavorativa del settore minerario e da un tipo di industrializzazione che ha prodotto effetti negativi sull’ambiente. È in tale contesto che agisce il ricatto occupazionale della fabbrica di Rwm Italia, destinata alla produzione di missili e bombe secondo le direttive della controllante Rheinmetall, multinazionale tedesca storicamente attiva nel settore delle armi e dell’automotive e al centro dei piani di investimento miliardario in armamenti dei governi tedeschi del socialdemocratico Scholz ed il successivo della CDU Friedrich Merz. La Rwm gode di ampia tolleranza amministrativa nella prassi gestionale nonostante l’opposizione di associazioni ambientaliste e comitati locali che hanno sostenuto le spese per il ricorso al Tar.
In più sedi istituzionali e davanti alle commissioni parlamentari della Difesa, i vertici di Rwm hanno espresso l’idea della creazione di un distretto delle armi nel Sulcis Iglesiente auspicando sinergie con Leonardo e altre società italiane del settore Difesa. Le istanze degli azionisti critici di Banca Etica durante l’Assemblea dei soci di Rheinmetall non sono state accolte da parte della dirigenza della società transnazionale germanica.
Nel piano Sulcis, redatto a livello regionale, non c’è traccia di progetti di riconversione destinati a promuovere alternativa alla produzione bellica.
Grazie al comitato riconversione Rwm e alla rete nazionale e internazionale che lo sostiene, è stato possibile applicare la legge 185/90 con i provvedimenti dei governi Conte che hanno prima sospeso (2019) e poi revocato (2020) l’autorizzazione all’esportazione di missili e bombe verso l’Arabia Saudita il cui governo è il capofila di una coalizione militare attiva nel conflitto armato in Yemen. Con un provvedimento del governo Meloni del 31 maggio 2023 è stata invece eliminata la revoca all’esportazione di armi verso Riad.
Il comitato riconversione ha promosso anche la nascita di Warfree, rete di imprese “libere dalla guerra” come forma di economia che concretamente mette al centro la persona e l’ambiente. In questa direzione va la direttiva nazionale che dovrebbe orientare gli investimenti del Just transition fund, il fondo europeo destinato alle aree di difficile transizione ecologica e individuate per l’Italia nell’area dell’acciaieria di Taranto e, appunto, nella zona del Sulcis.
Teoricamente esiste dal 2000 un centro di ricerca di ambito universitario (CRS4) che avrebbe le risorse per sostenere un piano di conversione ecologica integrale della regione. Tuttavia l’economia dell’isola, poco densamente popolata, sconta un radicato approccio neo coloniale da parte della politica nazionale che la destina ad essere il luogo di poligoni sperimentali e di esercitazioni militari. Anche l’approccio al turismo, in una terra notevolmente ricca di bellezze naturali e culturali, sconta la miope prospettiva di attrarre la spesa dei ceti affluenti nell’erronea convinzione di un effetto “sgocciolamento” (Trickle down) dalle risorse dei ricchi e super ricchi.
Il sostegno esplicito al comitato riconversione da parte di docenti dell’università di Cagliari potrebbe generare un contributo importante per la politica economica ed industriale in Sardegna. Uno degli aspetti dirimenti riguarda, ad esempio, la declinazione possibile dell’autonomia energetica dell’isola da fonti rinnovabili senza la dipendenza da gasdotti ma anche evitando di usare paradossalmente criteri estrattivi nell’applicazione di determinate tecnologie “verdi”.
Proposte immediate e obiettivi possibili
Il Laboratorio permanente sulla riconversione economica e industriale si pone, perciò, come obiettivi su cui costruire proposte fattibili i seguenti temi:
- Dare seguito alla riflessione affrontata dal Gruppo di Lavoro “Economia Società Ambiente” di Rete italiana Pace e Disarmo, per costruire proposte concrete di riconversione della produzione di armamenti attraverso piani e programmi di sviluppo locale sostenibile, riqualificazione professionale e del territorio, a partire da alcune aree pilota.
- Approfondire la conoscenza del sistema dell’industria delle armi a partire dalla mappatura realizzata da The Weapon Watch e dal rapporto di Greenpeace “Arming Europe – Military expenditures and their economic impact in Germany, Italy, and Spain”.
- Diffusione del breve manuale a carattere divulgativo, realizzato nell’ambito del « Laboratorio », che ribalta i luoghi comuni su produzione bellica, occupazione e innovazione scientifica (redazione a cura di Maurizio Simoncelli e Gianni Alioti).
- Promuovere un confronto a tutto campo sulle regole della governance di Leonardo.
- Stimolare il dialogo e confronto sulla base di un estratto del presente documento per poi promuovere incontri tematici su proposte di politica economica e industriale alternative alla produzione bellica nei territori individuati, senza mettere limiti a ogni possibile espansione a cominciare dall’area di La Spezia, che sarà oggetto di un particolare focus, e di Taranto.