I giovani e i ceti medio-bassi pagano il conto della “legge di bilancio 2026”,
di Giuseppe Tosto
La Legge di Bilancio 2026 si inserisce in un contesto sociale ed economico già fortemente segnato da disuguaglianze crescenti, impoverimento del ceto medio e precarizzazione delle nuove generazioni. I dati contenuti nel 59° Rapporto Censis descrivono un Paese che, negli ultimi quindici anni, ha visto ridursi la ricchezza delle famiglie, con una perdita dell’8,5% e un impatto particolarmente duro proprio sul ceto medio. In questo scenario fragile, la manovra finanziaria del governo non solo manca di una visione capace di invertire la rotta, ma finisce per aggravare le difficoltà di chi è già più esposto: i redditi medio-bassi e i giovani.
UNA LEGGE DI “TENUTA DI CONTI”
La manovra si presenta come una legge di “tenuta dei conti”, fortemente condizionata dai vincoli europei e dalla priorità attribuita alla stabilità finanziaria. Tuttavia, come sottolineato dalla campagna “Sbilanciamoci!”, questa impostazione sacrifica ambiti fondamentali per il benessere collettivo – lavoro, sanità, istruzione, politiche sociali, transizione ecologica – mentre premia settori che producono pochi benefici diffusi, come la spesa militare e alcune agevolazioni fiscali poco progressive. Il risultato è una legge di bilancio che non redistribuisce, ma consolida le disuguaglianze esistenti.
Uno dei nodi centrali riguarda il fisco. Le misure di riduzione dell’IRPEF contenute nella legge di bilancio hanno un impatto limitato sui redditi medio-bassi e risultano invece relativamente più vantaggiose, in valore assoluto, per i redditi medio-alti. Le analisi richiamate da sindacati, ISTAT e Ufficio parlamentare di bilancio mostrano come il taglio della seconda aliquota produca benefici mensili minimi per lavoratori e pensionati con redditi compresi tra i 28 e i 50 mila euro, mentre non incide in modo strutturale sulla pressione fiscale che grava sui ceti popolari. In altre parole, la promessa di alleggerire il carico fiscale si traduce in un intervento poco percepibile per chi fatica ad arrivare a fine mese.
Parallelamente, la manovra rinuncia a una vera riforma progressiva del sistema tributario. Non vengono toccate in modo significativo le grandi ricchezze e i grandi patrimoni, né si interviene sulle rendite finanziarie, che continuano a beneficiare di una tassazione più favorevole rispetto ai redditi da lavoro. Questa scelta rappresenta una delle principali cause dell’iniquità della legge di bilancio: invece di redistribuire reddito e opportunità, si preferisce mantenere uno status quo che penalizza chi vive di salario o pensione.
I GIOVANI (COME SEMPRE) NE PAGANO LE CONSEGUENZE
Le conseguenze sono ancora più evidenti per le giovani generazioni. La legge di Bilancio 2026 interviene sul sistema pensionistico restringendo ulteriormente le possibilità di uscita anticipata dal lavoro e confermando l’aumento graduale dell’età pensionabile legato alla speranza di vita. Vengono cancellate alcune opzioni che avrebbero potuto offrire maggiore flessibilità ai lavoratori più giovani, come la possibilità di combinare contributi pubblici e previdenza integrativa per accedere prima alla pensione. Questo significa scaricare il peso dell’equilibrio previdenziale su chi oggi ha carriere discontinue, salari bassi e prospettive occupazionali incerte.
Sempre sul fronte giovanile, la manovra appare debole e frammentata nelle politiche per l’istruzione, la formazione e il lavoro. Il Rapporto “Sbilanciamoci!” denuncia da tempo il sottofinanziamento cronico dell’istruzione pubblica, con investimenti inferiori alla media OCSE e un progressivo processo di aziendalizzazione della scuola e dell’università. La legge di bilancio 2026 non inverte questa tendenza: mancano risorse adeguate per il diritto allo studio, per le residenze universitarie, per il sostegno agli studenti fuorisede e per il contrasto alla dispersione scolastica. In un Paese in cui quasi un giovane su quattro rischia di rimanere intrappolato nel lavoro povero o nella precarietà, questa assenza pesa come un macigno sul futuro.
UN GRANDE ASSENTE NELLA MANOVRA DEL GOVERNO: IL LAVORO
Anche il lavoro continua a essere il grande assente della manovra. Non vengono introdotte misure strutturali contro il lavoro povero, né un salario minimo legato all’inflazione. Si insiste, invece, su strumenti come la decontribuzione alle imprese, che negli anni hanno dimostrato scarsa efficacia nel creare occupazione stabile e di qualità. Per i giovani, questo significa contratti brevi, bassi salari e una prospettiva di vita segnata dall’incertezza, come ben descritto dal Censis quando parla di “febbre del ceto medio” e di una società che si regge sempre più sull’arte di arrangiarsi.
Sul versante del welfare, la Legge di Bilancio 2026 conferma una tendenza alla monetizzazione degli interventi sociali e al progressivo indebolimento dei servizi pubblici territoriali. I fondi per la sanità non sono sufficienti a colmare le carenze strutturali del Servizio Sanitario Nazionale: mancano medici, infermieri e personale, le liste d’attesa si allungano e il ricorso al privato diventa spesso l’unica alternativa. Secondo il Censis, oltre il 78% degli italiani non ha fiducia nella capacità del sistema sanitario di garantire assistenza adeguata in caso di non autosufficienza. Anche qui, a pagare il prezzo più alto sono i ceti medio-bassi, che non possono permettersi cure private.
LA SPESA MILITARE SOTTRAE RISORSE A SANITA’ E SCUOLA
Emblematica è inoltre la scelta di aumentare la spesa militare, che nel 2026 raggiunge quasi 34 miliardi di euro, sottraendo risorse a settori cruciali come la sanità, l’istruzione e le politiche abitative. Una priorità politicamente e socialmente miope: investire in armamenti mentre cresce la povertà assoluta e si restringono i diritti sociali significa allontanarsi dai bisogni reali della popolazione.
In questo quadro, la Legge di Bilancio 2026 appare come una manovra che chiede sacrifici a chi ha meno strumenti per sostenerli. I giovani vedono allontanarsi l’orizzonte pensionistico, faticano a entrare stabilmente nel mercato del lavoro e non trovano un sistema di welfare capace di accompagnarli nelle transizioni della vita. I ceti medio-bassi continuano a subire una pressione fiscale elevata in rapporto al reddito, servizi pubblici sempre più fragili e un costo della vita in crescita.
La ‘contro finanziaria’ proposta da “Sbilanciamoci!” dimostra che un’alternativa è possibile: una manovra a saldo zero che redistribuisca risorse, investa nelle persone, nei territori e nel futuro, e rimetta al centro giustizia fiscale, diritti sociali e sostenibilità. Il confronto tra queste due visioni rende ancora più evidente il limite della Legge di Bilancio 2026: non solo non risolve i problemi strutturali del Paese, ma rischia di accentuare le fratture generazionali e sociali. In un’Italia già segnata da insicurezza e disuguaglianze, il conto della manovra continua a essere pagato sempre dagli stessi.
Fonti: