Nasce il gruppo di Attivanza dedicato alla scienza partecipata!
Attivanza apre uno spazio alla divulgazione scientifica, partendo dalla riflessione sulla “cittadinanza scientifica” come ri-scoperta dell’opportunità di partecipare – da parte dei cittadini – alla democrazia “esercitata”, contribuendo appunto alla scoperta del sapere, alla trasparenza delle conoscenze, alla ‘buona’ comunicazione pubblica e al diritto di essere raccontati e conosciuti.
La scienza influenza molti ambiti del vivere comune ed è oggetto di decisioni politiche che impattano sulla vita di tutti/e. È quindi giusto che i cittadini e le cittadine abbiano modo di dire la loro su come la ricerca scientifica viene finanziata e condotta e, soprattutto, su come devono essere utilizzati i suoi risultati.
La scienza ha bisogno di libertà e di democrazia. La democrazia ha bisogno di scienza, che produce nuova conoscenza e assicura innovazione costante nella cultura, nella società e nell’economia.
L’obiettivo di Attivanza è quello di divulgare alcuni temi scientifici permettendo alla cittadinanza di sviluppare conoscenze e criticità, ovvero capacità e diritto di esprimersi sulle questioni di scienza.
Le divulgatrici, che nei prossimi mesi si occuperanno di temi scientifici attuali e della metodologia della Citizen Science, con un occhio attento al dibattito pubblico, sono Clarita Cavallucci, Daniela Beghelli, Liliana Cori.
Clarita Cavallucci, laurea in medicina veterinaria, dottore di ricerca. Libero professionista si interessa di Alimentazione e nutrizione clinica degli equidi con l’obiettivo della prevenzione. Collabora con aziende agroalimentari a livello nazionale sia per aspetti di Nutrizione equina che per progetti di ricerca ed innovazione legati sia alla nutrizione animale che a processi di innovazione di prodotto. Negli ultimi anni i progetti di ricerca e innovazione hanno visto soprattutto il tema dell’economia circolare con l’utilizzo di prodotti di scarto delle aziende agricole (fitoderivati) e trasferimento di un modello di alimentazione funzionale con miglioramento del benessere animale.
Daniela Beghelli, laureata in medicina veterinaria, lavora come ricercatrice presso la Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria, Università di Camerino. Negli ultimi anni lavorativi si è occupata essenzialmente di Biologia Applicata. Come principale attività di ricerca lavora sulle proprietà biologiche di composti prevalentemente naturali – ottenuti per lo più dai prodotti di scarto delle lavorazioni agricole – nel contrasto dei meccanismi molecolari alla base dei processi di invecchiamento e/o neuro-degenerazione.
Liliana Cori lavora come ricercatrice al Consiglio Nazionale delle Ricerche, all’Istituto di Fisiologia Clinica di Pisa. Si occupa dei problemi di comunicazione e percezione del rischio in ambiente e salute, come parte di un gruppo di epidemiologi ambientali. E’ laureata in lettere con indirizzo antropologico, è stata giornalista pubblicista. Dopo la laurea ha lavorato per Greenpeace Italia e altre Organizzazioni Non Governative realizzando campagne di informazione e sensibilizzazione su ambiente, salute e rapporti tra nord e sud del mondo. Attualmente è vice presidente di Greenpeace Italia e fa parte del consiglio direttivo internazionale, che vede riuniti i 25 uffici presenti in tutto il mondo.
L’attività del gruppo inizia con il seguente articolo:
“Agenda 2030: perché e come ridurre l’utilizzo di pesticidi”.
Si stima che ogni anno in tutto il mondo vengano utilizzati circa 3,5 milioni di tonnellate di prodotti antiparassitari, con un budget intorno ai 40 miliardi di dollari e gli erbicidi che, da soli, rappresentano oltre l’80% della quantità totale. Una quantità così ampia di pesticidi viene utilizzata per mitigare l’impatto di parassiti e agenti patogeni, che si prevede aumenterà con l’aumento delle temperature globali. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dal fatto che la maggior parte delle coltivazioni vengono fatte con poche varietà, sempre le stesse. Ciò significa che richiedono più pesticidi, perché non possiedono la diversità genetica o di specie che potrebbero limitare la diffusione di agenti patogeni o ridurne i danni. Ciò è particolarmente vero per i pesticidi chimici, che vengono spesso utilizzati per far fronte alle crescenti esigenze di produzione agricola intensiva.
Tuttavia, l’uso di pesticidi chimici è stato associato a molti impatti negativi sull’ambiente e sulla salute umana. Gli effetti ambientali comprendono la perdita di specie non bersaglio e la contaminazione diffusa del suolo e dei sistemi idrici, ostacolando così il sensibile equilibrio ambientale attraverso il bioaccumulo. In virtù della loro natura non biodegradabile i pesticidi sono infatti considerati causa di potenti rischi biologici potendo persistere in natura per anni e potendosi bio-accumulare nei tessuti animali. Evidenze epidemiologiche hanno inoltre rivelato gli effetti nocivi dell’esposizione ai pesticidi su vari organi compresi fegato, cervello, polmoni e colon. Non vengono inoltre colpiti solo gli agricoltori, ma anche le comunità nelle aree agricole, i figli ancora da concepire, e chi consuma i prodotti, soprattutto quando vengono usati pesticidi “post-raccolta”, così importanti per mantenere colori e “freschezza” di uva, fragole, spinaci, e ancora di più dei prodotti agricoli che si esportano come frutta e verdure, o si devono conservare a lungo come i cereali. Alcuni pesticidi sono costituiti da sostanze cancerogene che possono avere effetti nel tempo sulle persone per contatto diretto o accidentali, consumo di acque contaminate o cibi trattati con pesticidi.
Alternative che modificano l’uso dei pesticidi
È stato suggerito che modificare l’uso di prodotti antiparassitari nei sistemi agricoli sia la strategia più promettente per mantenere una resa redditizia delle colture, riducendo al minimo le preoccupazioni per la salute e l’ambiente. Per ottenere una modifica efficace nell’uso dei pesticidi è necessario comprendere i meccanismi che generano impatti negativi. Le indagini scientifiche ed epidemiologiche hanno rivelato come la maggior parte delle sostanze chimiche dei pesticidi non vengano utilizzate dalle colture, a causa della lisciviazione, della mineralizzazione o della bioconversione, ma siano diffuse nell’ambiente circostante. Si tratta di una contaminazione non intenzionale che poi colpisce specie o aree non bersaglio, con danni agli animali, all’ambiente e alla salute umana.
Le tecniche esistenti che modificano l’approccio all’uso dei pesticidi possono includere una riduzione generale dei pesticidi o una riduzione della concentrazione di ingredienti nocivi all’interno dei prodotti, nonché l’utilizzo di prodotti antiparassitari alternativi che integrano prodotti completamente diversi. Sebbene la riduzione o l’alterazione dell’uso di pesticidi nei sistemi agricoli possa sembrare una strategia meno praticabile per le parti interessate a mantenere i profitti derivanti dalle colture, è stato dimostrato che la riduzione dell’uso di pesticidi ha, in fondo, ripercussioni economiche limitate. Recenti studi effettuati in Francia si sono concentrati su questo aspetto, grazie alla particolare fiducia di questa nazione nelle pratiche agricole biologiche. Già nell’anno 2014 uno studio sul grano francese ha rivelato che dimezzare direttamente l’uso di pesticidi riduceva la produzione di grano di un massimo del 15%.
Cambiare l’uso dei pesticidi
Oltre alle strategie volte a migliorare l’uso dei pesticidi, altre strategie possono essere utilizzate per ridurre la necessità di prodotti antiparassitari o rafforzare l’efficacia dei pesticidi quando necessario. Ad esempio, la modifica genetica delle piante per renderle più resistenti a determinati parassiti o agenti patogeni che altrimenti richiederebbero pesticidi potrebbe comportare un’ulteriore riduzione dell’uso aggiuntivo di pesticidi.
Inoltre, la prospettiva dell’uso di bio-pesticidi potrebbe facilitare l’aumento della produzione di colture senza compromettere la salute delle persone. I bio-pesticidi vengono prodotti naturalmente da organismi viventi come microrganismi, funghi, erbe ed altre piante, sono biodegradabili e riescono ad eliminare in modo efficiente i parassiti, garantendo al contempo altri benefici al terreno.
Oltre all’agricoltura biologica, anche la gestione integrata dei parassiti (IPM) può considerevolmente aiutare nella riduzione dell’impiego di sostanze chimiche di sintesi.
L’utilizzo di una combinazione di strategie per affrontare le questioni emergenti è particolarmente importante quando si considera il futuro della domanda agricola. La crescente pressione della sicurezza alimentare generata dal rapido sviluppo socioeconomico e dalla crescita demografica può richiedere l’uso di alcuni pesticidi per garantire la disponibilità delle colture. Questa necessità è ulteriormente esacerbata quando si stimano i cambiamenti imprevedibili nella resa delle colture dovuti ai cambiamenti ambientali che guardano al futuro. Queste sfide evidenziano la necessità di sviluppare un uso alternativo e più efficace dei pesticidi. Ciononostante, la consapevolezza degli impatti e delle ramificazioni dei pesticidi è fondamentale.
Negli ultimi anni si è notata una crescente consapevolezza degli effetti delle pratiche agricole, con una maggiore considerazione delle implicazioni ambientali delle pratiche, delle politiche e dei metodi di produzione. Anche l’interesse scientifico è cresciuto e la ricerca ha impiegato una vasta gamma di metodi, tra cui il monitoraggio delle api mellifere che rilevano le concentrazioni di pesticidi nell’ambiente. Trasformare le api in agenti di rilevamento dei pesticidi è solo una delle tante strategie che possono fornire ulteriori informazioni su come quantificare e comprendere meglio gli effetti dell’uso dei pesticidi.
L’Italia, purtroppo, è il primo paese europeo per uso di chimica in agricoltura, con utilizzi doppi rispetto a Francia e Germania. Per questo è necessario creare consapevolezza ed elaborare nuove soluzioni naturali. È sempre più chiaro che comprendere e prevedere le conseguenze delle pratiche agricole, come l’uso di pesticidi, ha molti benefici per l’ambiente e la salute umana. È interessante notare che il miglioramento delle pratiche esistenti, o lo sviluppo di pratiche alternative, ha anche un notevole potenziale nell’aumentare la resa complessiva delle colture, migliorando al contempo l’ambiente e la salute umana.
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