Pari Opportunità e Pilastro Sociale nella UE, a cura di Politics4Her
Negli ultimi anni, tra i principali obiettivi della strategia sociale europea troviamo sempre presente la promozione dell’uguaglianza e la lotta a violenza e discriminazione di genere. Questi vengono promossi sia in maniera “diretta”, con leggi e progetti volti, per esempio, a colmare il divario di genere nel mercato del lavoro o ad aiutare le donne vittime di violenza domestica; che in maniera “indiretta”, attraverso un procedimento chiamato gender mainstreaming, attraverso il quale gli interessi delle donne e delle minoranze discriminate vengono tenuti in considerazione nella formulazione di nuove leggi, anche al di fuori del pilastro sociale. Nonostante gli ultimi anni abbiano visto dei mutamenti positivi, la strada per l’uguaglianza e la parità di genere è ancora lunga e ricca di ostacoli, come evidenziato dall’ILO Flagship Report 2024 e dal 2023 Report on Gender Equality in the EU della Commissione Europea. Tenendo questi punti in mente, in questo breve articolo il team di Politics4Her vuole non solo evidenziare la situazione attuale delle pari opportunità in Europa e le proposte del pilastro sociale dell’Unione Europea (UE), ma anche porre attenzione ad alcune criticità evidenti nell’approccio europeo. Riteniamo infatti che una lente più intersezionale e “dal basso” possa risultare maggiormente inclusiva ed efficace nel raggiungimento degli obiettivi europei contro la discriminazione di genere in tutte le sue forme.
Il report annuale della Commissione Europea sull’uguaglianza di genere nell’Unione (2023), mostra come, con la pandemia, la crisi energetica, e la guerra in Ucraina, sia stato registrato un aumento della violenza di genere, soprattutto a livello domestico. Questa violenza affonda le sue radici in ineguaglianze sociali e relazioni di potere che appartengono alla struttura patriarcale, la quale forma la base della nostra società. Per contrastare questo spiacevole trend, l’UE è finalmente entrata a far parte della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e lotta alla violenza di genere e violenza domestica, e, lo scorso Febbraio ha raggiunto un discusso accordo su una direttiva mirata ad adottare degli standard comuni a livello europeo per combattere la violenza di genere. L’Unione si è inoltre impegnata nella realizzazione di frequenti workshop con rappresentanti di organizzazioni internazionali e società civile, e nella conduzione di sondaggi su tutto il territorio europeo.
Il report ci mostra come invece la situazione sia migliorata in termini di partecipazione e rappresentanza femminile a livello lavorativo, nonostante siano state le donne a sentire i maggiori effetti del COVID-19. Il divario salariale, seppur leggermente diminuito, rimane invece, insieme al divario pensionistico, un problema persistente. Il Flagship Report dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) conferma questo trend, aggiungendo però come un’analisi profonda riveli un aumento delle disuguaglianze nel mercato di lavoro, e un’erosione del progresso verso una maggiore giustizia sociale, dovute al contesto di crisi internazionale. Le prospettive per il 2024 e per il futuro prossimo non sembrano essere dunque così rosee secondo l’Organizzazione, la quale mostra come il gender gap sia rimasto sempre elevato a livello globale, insieme alla disparità salariale e alla segregazione di genere nei lavori meno retribuiti, permanentemente a maggioranza femminile.
Analizzando i report della Commissione e dell’ILO, e le proposte dell’Unione per combattere le disuguaglianze di genere, sia in ambito lavorativo che domestico, il team di Politics4Her ha notato la mancanza di un concreto approccio intersezionale, uno dei punti cardine della nostra organizzazione, il quale favorirebbe un maggiore raggiungimento degli obiettivi del pilastro sociale europeo. Nonostante nel report sull’uguaglianza di genere della Commissione si legga che “le donne rappresentano un gruppo eterogeneo” e che il riconoscimento dell’intersezionalità sia un punto necessario per la lotta contro la violenza di genere, non sembra esserci un effettivo ‘framework’ intersezionale nell’analisi della disuguaglianza di genere in Europa, fatta eccezione per qualche isolata menzione del termine “intersectionality” nelle righe finali di alcune delle sezioni. Senza un concreto riconoscimento delle molteplici tipologie di discriminazione a cui le donne sono soggette, le quali non dipendono solamente dal sesso biologico, ma anche da questioni di razza, etnicità, età, classe sociale, orientamento sessuale ecc., e senza la consapevolezza che non esiste una soluzione facilmente applicabile a qualunque soggetto, la cosiddetta “one-size-fits-all”, non sarà mai possibile raggiungere un’uguaglianza di diritti per tutti.
Strettamente connessa al tema dell’intersezionalità, è la mancanza di una definizione comune, a livello europeo, del termine “gender”. Dal report della Commissione appare evidente che l’Unione possieda una visione binaria del concetto di genere, la quale vede solamente uomini e donne in opposizione tra loro, ignorando l’esistenza di cittadini europei che si riconoscono in entrambe o in nessuna delle due categorie. Vista la presenza di Paesi particolarmente sensibili (o forse sarebbe meglio dire illiberali) riguardo le tematiche di genere, una definizione di gender che vada oltre il dualismo uomo-donna sembra lungi dall’essere introdotta. Nonostante ciò, troviamo difficile, se non impossibile, l’applicazione del termine intersezionalità senza il riconoscimento di tutte queste differenze di genere.
Un ultimo punto da migliorare, secondo la nostra opinione, riguarda la necessità di un maggiore coinvolgimento del cosiddetto “grassroot level”, ovvero la gente comune, nelle campagne di sensibilizzazione sui temi discussi. L’Unione afferma di contribuire alla lotta contro la violenza di genere attraverso l’organizzazione di workshop, e la collaborazione con altri enti internazionali e locali. Eppure, la maggior parte dei cittadini italiani non è a conoscenza delle politiche sociali dell’UE e non si sente rappresentata dall’apparato europeo. Questa sfiducia spesso deriva dalla difficoltà ad accedere ad informazioni sul funzionamento e sul processo legislativo dell’Unione. Nonostante le iniziative europee, soprattutto a livello universitario, stiano guadagnando sempre più popolarità, la maggior parte della popolazione continua a non sentire gli effetti delle politiche europee, anche per quanto riguarda la promozione della parità di genere. Iniziative di sensibilizzazione più locali ed accessibili aiuterebbero sicuramente a combattere lo scetticismo della società nei confronti dell’UE, e a portare a risultati più concreti in ambito dell’inclusione e della non-discriminazione.
Per concludere, grazie al processo di gender mainstreaming e all’inclusione dell’uguaglianza di genere nel pilastro sociale europeo, possiamo notare, negli ultimi anni, un graduale miglioramento nella parità di partecipazione lavorativa, nella riduzione del divario retributivo, e nella partecipazione nel processo decisionale e nella politica. Nonostante ciò, abbiamo visto come i casi di violenza di genere siano aumentati a seguito della pandemia e nel clima di guerra e incertezza che ci circonda. Di conseguenza, appare evidente come la strada per la realizzazione degli obiettivi di uguaglianza e non-discriminazione promossi dall’UE sia ancora lunga e ricca di ostacoli. Dal nostro punto di vista, una maggiore attenzione al concetto di intersezionalità, in particolare un salto oltre il modello binario uomo-donna, unita ad un approccio più “terra-terra”, utilizzando un termine molto semplice, potrebbe portare non solo ad una maggiore inclusione dei cittadini europei nel processo decisionale europeo, ma soprattutto ad un modello più efficace di lotta contro le discriminazioni di genere e la promozione delle pari opportunità, sia in ambito lavorativo che sociale.