“Quale Europa?”, di Lara Benazzi

“Quale Europa?”, di Lara Benazzi

Nelle giornate dell’8 e 9 giugno si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Un
appuntamento importante, in un momento storico difficile contrassegnato da guerre, crisi umanitarie e
climatiche, aumento crescente delle disuguaglianze e, non da ultimo, attacchi ai nostri regimi democratici. Ma quale Europa abbiamo in mente, quando saremo chiamati a rinnovare i/le nostri/e rappresentanti e a cedere loro una parte della nostra “sovranità” popolare?


Il progetto di Attivanza promuove l’Europa della democrazia, della dignità e dei diritti fondamentali delle
persone, della transizione ecologica verso gli obiettivi di neutralità climatica a garanzia di ben-essere,
salute, equità, futuro per tutti. Un’Europa orgogliosa del proprio ruolo politico-diplomatico di garante della pace e della sicurezza a livello globale, un esempio di inclusione, tutela delle libertà e dei diritti umani, non una fortezza che erge i muri o che tentenna di fronte alle aggressioni militari e al massacro di civili.


L’unione economica e monetaria è stata sicuramente fondamentale per accelerare il processo di
integrazione europea, ma c’è bisogno più che mai di un’Europa solidale, realmente interessata a rafforzare la coesione sociale e i legami di fiducia tra i suoi componenti (principi che ispiravano i grandi promotori del progetto federativo come Altiero Spinelli…) e che, pur con la consapevolezza che la prospettiva federalista di unione politica e di popolo europeo rimane per il momento un’utopia, non si divida a causa di ottusi nazionalismi che aumentano le distanze e le barriere tra i Paesi membri.


Il futuro della democrazia dell’UE dipende strettamente dalla continuità del progetto europeo e questo, a sua volta, deve necessariamente portarci a fare i conti con le fragilità e i difetti di costruzione della “casa comune” europea che, se non affrontati con una visione organica e una volontà politica comune, continueranno ad essere strumentalizzati da varie forme di euroscetticismo e istanze sovraniste, portatrici di una visione a senso unico dell’UE come un gigante burocratico, dominato dalle tecnocrazie e dalle banche, e, soprattutto, irriformabile. Alcune delle questioni sollevate dai movimenti euroscettici, quando non sono preda di ideologie estremiste e violente, dovrebbero ricevere un’attenta considerazione da parte della politica, anche perché vanno a toccare “nervi scoperti” a livello sociale e culturale: l’euro e l’”impianto” neoliberista dei trattati e della governance europea; le disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione; la transizione ecologica; il fenomeno migratorio; le guerre. Si tratta di questioni complesse, che richiederebbero maggiori spazi di approfondimento e confronto, per evitare semplificazioni oggetto di facile consenso populista, e anche per poter immaginare un percorso condiviso di soluzioni politiche.


Dire che l’Europa è intrinsecamente neoliberista non è privo di fondamento; lo si è visto con la moneta
unica, creata quasi unicamente mettendo l’accento sugli aggiustamenti di mercato e sui vincoli stringenti
all’azione delle politiche monetarie e di bilancio, sulla base della linea di pensiero dominante negli anni ’90, quella del Nuovo Consenso. Secondo l’ortodossia neoliberista, diffusa in ambito accademico per tutto il periodo di creazione delle istituzioni per la governance europea – dal trattato di Maastricht alla crisi finanziaria globale del 2008 fino al decennio successivo alla crisi del debito sovrano con la “dottrina di Berlino” – l’azione pubblica deve avere un ruolo limitato in ambito di scelte di politica economica attiva; gli strumenti per eccellenza sono una politica monetaria orientata alla stabilità dei prezzi, le riforme strutturali volte, da un lato, a imporre stringenti vincoli alle politiche di bilancio e, dall’altro, a ridurre le rigidità che ostacolano l’operare dei mercati, considerati il motore principale della crescita e della convergenza economica tra i paesi.


Dobbiamo renderci conto, però, che l’impronta neoliberista della politica economica e monetaria europea non è ineluttabile: l’inadeguatezza delle politiche di austerità finanziaria e contrazione del welfare degli ultimi vent’anni, basate sul credo nel ruolo centrale del mercato, e lo shock provocato dalla pandemia di Covid 19 dovrebbero spingere la classe politica a proposte alternative per riformare l’Eurozona a favore dei suoi cittadini, ad esempio con il completamento dell’Unione bancaria che preveda una regolamentazione dei mercati dei capitali europei (anche per impedire gli attacchi speculativi al debito sovrano), dotando l’UE di una politica di bilancio comune che consenta la stabilizzazione economica e piani di rilancio nei momenti di crisi, e anche coordinando a livello europeo le politiche di tassazione, al fine di limitare la concorrenza fiscale e il dumping sociale. Le strategie economiche europee, inoltre, non potranno prescindere dalla transizione ecologica ed energetica, fondamentale per la nostra sopravvivenza e quella delle future generazioni, che al tempo stesso dovrà essere equa, attraverso meccanismi assicurativi e di protezione sociale soprattutto per i settori in fase di dismissione e conversione nel territorio europeo, ma anche nei confronti di altri paesi che devono poter beneficiare del cambio di paradigma. Questi interventi sono urgenti e prioritari, altrimenti il rischio è di generare resistenze, tensioni sociali e “negazionismo climatico”.


Soffermandoci sul programma di fine mandato (Work Programme) della Commissione europea, presentato a Ottobre 2023, la presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato che “…nel contesto di sfide geopolitiche, economiche, sociali e tecnologiche senza precedenti, occorre garantire in via prioritaria la competitività e la sicurezza economica dell’UE…”. Competitività e rafforzamento dell’economia: a quanto pare una priorità per la Commissione, visto che da Settembre 2023 è stato affidato l’incarico di elaborare un “Rapporto sul futuro della Competitività europea” a Mario Draghi, il quale ha già cominciato ad incontrare a Bruxelles i vertici dei maggiori gruppi industriali europei allo scopo di ammodernare il contesto normativo e spingere gli investimenti per affrontare le sfide competitive globali con Usa e Cina. Il tema della competitività europea, dunque, non si limiterà più alla protezione del diritto alla concorrenza: Draghi non potrà non tenere conto dell’importanza della transizione green nell’agenda dei governi e anche delle sfide poste dall’intelligenza artificiale; ci si dovrà confrontare con le politiche economiche degli USA (come l’Ira=Inflation Reduction Act e il Chips&Science Act) che consentono massicci aiuti di Stato, a differenza dell’UE impelagata nella diatriba ideologica tra i Paesi frugali del Nord e quelli irresponsabili del Sud, secondo la vigente “dottrina di Berlino” e le sue ricette basate su deflazione e disciplina dei mercati.


In questi giorni è stato trovato un accordo preliminare tra Parlamento e Consiglio sul nuovo Patto di
stabilità e crescita,
l’insieme delle regole che garantiscono la disciplina di bilancio dei Paesi Ue per
l’appartenenza all’Unione economica e monetaria. La proposta di riforma, che mantiene inalterati i
parametri di Maastricht (rapporto deficit/Pil non oltre il 3% , rapporto debito pubblico/Pil al di sotto del
60%), prevede di ridurre il rapporto fra indebitamento e deficit in modo graduale, realistico, sostenibile,
proteggendo gli investimenti in settori strategici; inoltre, dovrà prevedere uno spazio adeguato per le
politiche anticicliche e per affrontare gli squilibri macroeconomici tra i Paesi membri. Questi, comunque,
avranno sempre l’obbligo di presentare piani strutturali fiscali nazionali a medio termine. La riforma
rappresenta un passo importante, ma di sicuro non sufficiente, in quanto servirebbero modifiche più
radicali, come ad esempio eliminare gli investimenti per la transizione ecologica dai vincoli di bilancio e
integrare gli indicatori di sostenibilità socio-ambientale (vedi l’indice di benessere equo-sostenibile BES) nei sistemi di contabilità e finanza pubblica.


Un’altra questione aperta riguarda la ridefinizione in corso delle catene di approvvigionamento
transnazionali
che, a seguito delle turbolenze derivate dal Covid, dalla guerra russo-ucraina e dalla nuova strategia europea sull’indipendenza energetica, si stanno accorciando allo scopo di maggiore sicurezza nei rapporti contrattuali e un più efficace controllo sulla qualità dei fornitori. La trasformazione in atto delle global value chains non è solo di natura commerciale, ma andrà ad impattare anche sulle attuali relazioni geopolitiche che i singoli paesi europei hanno in essere con i paesi fornitori di energia, materie prime e semi-lavorati. Faccenda complessa perché se da un lato la UE spinge per politiche comuni (fonti rinnovabili, materie prime critiche), dall’altro ogni paese membro continua a perseguire gli interessi strategici nazionali e ad avere le proprie fonti di approvvigionamento. E anche spinosa, perché la globalizzazione, cioè i rapporti commerciali globali, sta subendo un cambio di pelle, con la competizione tra Stati Uniti e Cina soprattutto per il controllo della vera filiera globale, quella dei semiconduttori, e l’UE alle prese con la strategia di “riduzione del rischio” (de-risking) per limitare la dipendenza strategica europea dal mercato cinese.


Anche il tema delle guerre è estremamente complesso e divisivo in termini di scelte strategiche. Negli
ultimi giorni la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja, il massimo organo giudiziario delle Nazioni
Unite, si è occupata sia della guerra a Gaza che di quella in Ucraina. Nel primo caso, il Sudafrica ha
presentato denuncia contro il governo di Israele per evitare che la sua reazione nei confronti del popolo
palestinese a Gaza , come reazione al massacro di israeliani del 7 ottobre provocato dai terroristi di Hamas, porti a un vero e proprio genocidio; i giudici hanno respinto la richiesta di archiviazione della stessa chiedendo a Tel Aviv di adottare misure efficaci per permettere la fornitura dei servizi di base e l’assistenza agli abitanti della Striscia. Nel secondo caso, a seguito della denuncia della Federazione Russa da parte dell’Ucraina per avere violato anche la Convenzione sul Finanziamento del Terrorismo, la Corte di Giustizia ha stabilito che la Russia ha infranto i suoi obblighi internazionali fornendo assistenza sia finanziaria che militare a gruppi armati illegali coinvolti in atti di terrorismo nell’ex repubblica sovietica già nel 2014 sobillando e infiltrando i separatisti nel Donbass contro Kiev. Giudizi inequivocabili, che dovrebbero essere vincolanti, ma purtroppo privi di strumenti appropriati per poterne pretendere l’attuazione. Nel caso dell’Ucraina, è chiaro che la sicurezza dell’Europa è legata all’esito della guerra: il concetto è che se la Russia può invaderla impunemente, allora la geografia politica dell’Europa, emersa dall’implosione dell’Unione Sovietica, potrebbe essere ridisegnata…Anche gli americani sono sempre più divisi sulla guerra; il sostegno americano al Kiev, viste le difficoltà della controffensiva ucraina, potrebbe ridursi nei prossimi mesi, considerato anche il fatto che la Russia si sta sempre più avvicinando alla Cina e questo non è di certo funzionale agli interessi degli Usa. Di fronte a un possibile disimpegno americano, l’Europa può continuare a sostenere l’Ucraina rinforzandone il cammino verso l’integrazione europea (negoziando anche con gli agricoltori dell’Europa orientale preoccupati per l’ingresso di una potenza agricola quale Kiev nel mercato Unico) e continuando a finanziare un’economia che dipende ancora largamente dagli aiuti occidentali. Ma lo scenario auspicabile è comunque quello di arrivare a sedersi ad un tavolo negoziale uscendo dalla retorica illusoria della vittoria totale.
La situazione in Medio Oriente è tragica: da anni Siria, Iraq, Gaza, Yemen, Libano, Libia sono vittime di
guerre civili e conflitti tra gruppi rivali che provocano, oltre a morti e distruzione, enormi movimenti di
popolazione che si traducono in milioni di rifugiati in cerca di protezione in Paesi più sicuri. Oggi, tra le
conseguenze del conflitto tra Israele e Hamas, ci sono gli attacchi degli Houthi alle navi dirette in Israele nel Mar Rosso, dove passa il 12% del commercio globale. Gli Houti, un gruppo ribelle sostenuto dall’Iran che controlla una parte del territorio dello Yemen, hanno dichiarato sostegno ad Hamas e minacciano di
interrompere i flussi commerciali verso l’Europa, costringendo le principali compagnie di navigazione ad
evitare l’area. L’Europa è combattuta tra il sostegno agli sforzi guidati dagli Stati Uniti per proteggere la
libertà di navigazione nel Mar Rosso e la salvaguardia degli interessi commerciali europei, e allo stesso
tempo la necessità di non contribuire ad un inasprimento delle tensioni in Medio Oriente innescando una
grave crisi umanitaria per gli yemeniti.


Il fenomeno migratorio dovrà essere tra le priorità della prossima Commissione e dei futuri
Europarlamentari: premesso che sono inaccettabili le disfunzioni del ‘Sistema Europeo Comune di Asilo’
(SECA) a causa delle inefficienze del regolamento di Dublino III che mina l’applicazione stessa del principio di solidarietà – ai sensi dell’art. 80 TFUE – alle misure dell’UE in materia di asilo e protezione dei rifugiati, il tema dei flussi migratori andrebbe affrontato a livello europeo in tutta la sua ampiezza e non ridursi alla sola preoccupazione “securitaria”. Siamo consapevoli della difficoltà nel conciliare il diritto universale del “migrare” a causa di guerre, persecuzioni, condizioni di povertà, fame e disastro ambientale nei paesi d’origine con il diritto-dovere degli stati di difendere i propri confini e garantire ai cittadini il bene pubblico della sicurezza. Ma ormai nell’Unione europea sembra non trovare spazio un approccio multifattoriale, che intenda affrontare le migrazioni internazionali come frutto di una pluralità di fattori e di corresponsabilità.
A partire dallo squilibrio demografico fra aree del mondo e le disuguaglianze di reddito e ricchezza, che
richiederebbero relazioni economico-commerciali e interventi della cooperazione internazionale improntati alla solidarietà e all’equità, non certo proposte in salsa neo-coloniale come il recente Piano Mattei per l’Africa del governo italiano. L’assenza, in paesi come l’Italia, di vere politiche per l’accoglienza e l’integrazione non fa che alimentare l’isteria collettiva contro lo “straniero invasore”. La politica “del non
fare” sta peggiorando le situazioni di degrado e micro-criminalità nei quartieri e le preoccupazioni della
gente non vanno certo ignorate; più che di pistole da un lato, o buonismo, dall’altro, servirebbe ragionare
nei territori su come gestire la convivenza e le differenze culturali garantendo condizioni di vita dignitosa a tutti.


I candidati e le candidate alle prossime elezioni del Parlamento europeo dovranno esprimere una posizione chiara sulle questioni vitali sopra enunciate; basta proclami: la posta in gioco è altissima, ci aspettano sfide globali affrontabili solo in una dimensione europea.

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