Scenari futuri e sfide globali, a cura di Attivanza
Nel dossier “Il mondo nel 2024. La grande frammentazione” pubblicato a gennaio di quest’anno da ISPI (Istituto per gli Studi di politica internazionale), lo scenario che si prospetta nei prossimi mesi è quello di un mondo sempre più incerto e frammentato, caratterizzato da tendenze “disgregatrici” nella politica internazionale, sul piano economico, geopolitico, sociale e tecnologico: “…si spazia dalla competizione globale per il controllo dei settori strategici alla crescente polarizzazione che sta spaccando l’Occidente all’alba di un anno elettorale decisivo; dalle crescenti difficoltà delle istituzioni multilaterali in un mondo ormai definitivamente multipolare, all’affermazione di nuovi attori del “Global South” sempre meno propensi a seguire le istanze dell’Occidente; fino al riaccendersi di vecchi conflitti in Medio Oriente e Nagorno-Karabakh, allo stallo nella guerra in Ucraina e all’avvento di tecnologie dirompenti come l’Intelligenza Artificiale.” In sintesi, questi i principali temi del “mondo di domani” indicati nel dossier:
- Prospettiva geopolitica
– il propagarsi di guerre, con un probabile stallo – secondo gli esperti – di quella in Ucraina e un riaccendersi dell’islamismo e di atti terroristici da parte di gruppi estremisti come reazione all’attacco israeliano a Gaza. Secondo varie analisi geopolitiche, la causa scatenante dei numerosi conflitti esplosi negli ultimi tempi potrebbe essere la percezione, da parte degli antagonisti degli Stati Uniti (principalmente russi, cinesi, iraniani), che la potenza americana non sia più quella che aveva mantenuto per decenni una sorta di equilibrio a livello mondiale. Gli attacchi nel Mar Rosso da parte degli Houthi, il gruppo armato yemenita sostenuto dall’Iran, alle navi commerciali europee e americane sono un chiaro segnale nei confronti dei governi europei affinchè premano su Israele per interrompere le azioni di guerra su Gaza;
-l’ascesa del cosiddetto Sud Globale, in riferimento, più che a una posizione geografica, alle disuguaglianze attuali e storiche in cui si trovano i paesi in via di sviluppo dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia nelle relazioni internazionali. Tenendo ben presente che si tratta di realtà geopolitiche mutevoli e non certo di un blocco omogeneo, il valore del concetto risiede nelle sfide comuni che questi paesi affrontano per una partecipazione più equa ai processi decisionali globali. Alcuni Paesi del Sud, come Brasile, India e Sudafrica, hanno puntato sul realismo pragmatico per soddisfare i propri interessi nazionali, senza essere strettamente legati ad allineamenti ideologici o alla politica dei blocchi. Un esempio di questo tipo di approccio sta nel rifiuto da parte dei paesi del Sud globale del “doppio standard” che i paesi del Nord stanno adottando nella gestione delle crisi internazionali, riluttanti a reagire nei confronti di Israele per la sua condotta a Gaza ma fermi nella condanna dell’aggressione russa in Ucraina. Per accrescere la propria influenza a livello globale, si sono formati dei raggruppamenti specifici all’interno del Sud globale, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), un gruppo informale cresciuto nel tempo fino a diventare un forum importante che influenza il commercio, gli investimenti e le politiche dei mercati emergenti. In occasione del vertice di Johannesburg dell’agosto del 2023, i BRICS hanno deciso di ampliare la loro compagine, invitando Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ad aderirvi a partire dal gennaio del 2024. Tuttavia, il problema principale sono le divergenze tra i paesi attualmente membri dei BRICS: il maggiore sostenitore dell’allargamento è la Cina, che, con il sostegno della Russia, vorrebbe usare il gruppo per crearsi un sistema di alleanze simile a quello degli Stati Uniti; gli altri paesi, invece, rimangono prudenti. Un’altra decisione cruciale presa al vertice è stata quella di esaminare dei meccanismi per circoscrivere l’esposizione ai rischi dei sistemi finanziari dominati dal Nord globale, in particolare attraverso le valute e i sistemi di pagamento, e per ridurre la dipendenza dal dollaro USA e dal sistema di pagamento SWIFT come unici veicoli degli scambi internazionali. La “de-dollarizzazione” degli scambi è promossa soprattutto dal presidente brasiliano Lula e dalla Russia;
-la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che si vede ad esempio dalla contrapposizione sulle guerre in Medio Oriente e Ucraina, sul commercio globale e sulle potenziali vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. E’ evidente che la globalizzazione degli ultimi due decenni richiede una messa a punto e una riforma, ma la frammentazione in blocchi rivali rischia di far precipitare il mondo nella recessione economica, di diminuire i beni pubblici globali e di aumentare la disuguaglianza su scala mondiale, per non parlare della prospettiva di un conflitto militare tra grandi potenze. Vari analisti geopolitici sottolineano che attualmente l’attenzione degli americani è puntata su ciò che potrebbe succedere a Taiwan, l’isola a rischio di essere conquistata militarmente dalla Cina per trasformarsi in superpotenza e intaccare il primato marittimo degli Stati Uniti. E’ possibile preservare ed espandere i vantaggi della globalizzazione e di un’unica comunità internazionale, individuando in modo consensuale gli aggiustamenti necessari per preservare un ordine funzionante e sicuro? Se le grandi potenze, compresi tutti e cinque i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto, sono impegnate a perseguire i “blocchi rivali”, spetta allora ad altre nazioni farsi avanti e aprire la strada a un percorso alternativo e meno distruttivo. Negli ultimi anni i paesi più piccoli sono diventati più espliciti nel voler avere più voce in capitolo negli affari globali, manifestando il loro malcontento e le divergenze con le grandi potenze riguardo alle priorità globali e alle agende internazionali. Questo tipo di pressione è assolutamente necessario. La competizione fine a se stessa tra Stati Uniti e Cina non solo metterà in secondo piano le agende dei paesi più piccoli, ma calpesterà ciò che resta dell’ordine globale basato sulle regole, compresi i pochi vincoli che ancora rimangono per i principali attori. Gli altri paesi devono dare più voce al loro scetticismo nei confronti della competizione a somma zero tra Stati Uniti e Cina, devono chiarire che non intendono partecipare a un’escalation del tipo “occhio per occhio” e devono insistere affinché gli Stati Uniti e la Cina (e altre grandi potenze) non solo aderiscano agli accordi internazionali, ma si impegnino a riformare la governance internazionale per il XXI secolo. Se un numero sufficiente di leader manifestasse le proprie remore, il loro effetto potrebbe risultare vincolante. Di recente, i piccoli stati insulari del Pacifico hanno acquisito autorità e statura manifestando a gran voce le loro preoccupazioni esistenziali sul cambiamento climatico e il timore di trovarsi in mezzo a un confronto tra grandi potenze. Si dovrebbe contare sugli attori più piccoli anche per esercitare pressioni per la riforma delle istituzioni chiave esistenti, come l’ONU, le istituzioni di Bretton Woods (FMI, Banca Mondiale) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO);
–gli aumenti record della spesa militare globale, sia da parte dei paesi occidentali – a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina – sia da parte di Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Israele, Arabia Saudita, a fronte delle tensioni geopolitiche persistenti in regioni come l’Asia-Pacifico e il Medio Oriente. Al centro di questa corsa al riarmo, c’è l’erosione della fiducia tra i principali attori internazionali, come sta avvenendo tra la Russia e l’Occidente, tra la Cina e i suoi vicini (compresi gli Stati Uniti), tra gli attori politici del Medio Oriente, tra India e Pakistan. Nonostante la possibilità di un miglioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, entrambi i paesi hanno programmi di modernizzazione militare ambiziosi, costosi e a lungo termine (fino al 2050), dell’ordine di trilioni di dollari. Lo stesso avverrà in altri paesi alto-spendenti, come la Francia, l’India, il Giappone e il Regno Unito;
-le elezioni presidenziali americane che si terranno a novembre di quest’anno in un contesto di grande incertezza.
- Prospettiva geoeconomica
–l’aumento della frammentazione dell’economia globale, del commercio e degli investimenti, dovuta sia a motivi geopolitici, con la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento al di fuori della Cina, sia al contesto dell’inflazione molto differenziato (mentre i paesi occidentali hanno registrato un’elevata inflazione nel 2023, in Asia l’inflazione è stata molto più controllata, fino al caso estremo di deflazione in Cina). Soprattutto dopo il Covid 19, siamo entrati in un’era in cui la sicurezza economica è basata sulla riduzione del rischio delle catene di fornitura; l’amministrazione Biden nel 2021 ha avviato una revisione delle catene di approvvigionamento critiche incentrate su semiconduttori, settore medico, batterie e minerali di importanza strategica e ha contemporaneamente perseguito politiche di “resilienza” come il CHIPS and Science Act e l’Inflation Reduction Act, promuovendo gli investimenti interni e introducendo restrizioni specifiche per la Cina su commercio e investimenti. Anche l’Unione Europea sta cercando di sostenere la produzione delle tecnologie critiche (chip avanzati, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, biotecnologie) attraverso pacchetti normativi come il Regolamento sui chip. C’è quindi una sempre maggiore consapevolezza dell’utilità del “de-risking”, cioè della costruzione di catene di approvvigionamento più resilienti e diversificate;
–i rischi per la transizione ecologica, anche a causa della “guerra” culturale in corso che prende di mira proprio le quattro tecnologie principali della green economy (pannelli solari, turbine eoliche, auto elettriche e pompe di calore). In dicembre, alla COP28, tutti i paesi del mondo hanno sostenuto l’obiettivo di triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030, una sfida gigantesca… Bisognerà infatti collegare alla rete un pannello solare per ogni abitante del mondo e una turbina eolica ogni 50.000 persone; in questo modo, il solare e l’eolico genererebbero il 40% dell’elettricità mondiale nel 2030, rispetto al 12% del 2022, anche se la domanda globale di elettricità aumenterà di un terzo. Ciò significa anche che i 2/3 delle auto nuove vendute nel 2030 dovranno essere elettriche, con 17 milioni di punti di ricarica.
Gli studi e le analisi storiche, politiche e geopolitiche convergono ormai sempre di più sulla constatazione che l’ordine internazionale liberale, come progetto politico-giuridico di convivenza globale concepito nel dopoguerra su iniziativa degli Stati Uniti e basato sul multilateralismo e la sintesi di mercato e democrazia, è diventato anacronistico. Le promesse di benessere diffuso, sicurezza e prospettive di progresso per i singoli individui e per gli stati non si sono mai realizzate compiutamente; la globalizzazione neoliberista, attraverso cui si è affermato il principio di libera circolazione dei capitali a livello mondiale, ha portato a disuguaglianze crescenti e alla nascita di oligopoli economico-finanziari che sovrastano il potere degli stati nazionali.
La dottrina del Washington Consensus, attraverso cui le istituzioni economiche internazionali con sede nella capitale americana (Fondo Monetario, Banca Mondiale, Banco Interamericano per lo Sviluppo, Federal Riserve, principali banche internazionali ecc.) hanno imposto dalla fine degli anni ‘80 pesanti programmi di riassetto strutturale a paesi indebitati dell’America Latina, dell’Europa centro-orientale e dell’Asia, e hanno dato il via libera a politiche estreme di liberalizzazione, privatizzazione delle aziende statali e deregulation, con effetti devastanti sui settori pubblici e per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo.
Il multilateralismo, come insieme di regole, procedure e istituzioni ispirate allo stato di diritto che per anni sono riuscite ad evitare gli scontri tra le comunità politiche, sta cedendo sotto il peso di un sistema diventato più complesso. Sulla scena globale ci sono tante questioni aperte e più attori. L’ordine mondiale, pensato come equilibrio fra Stati, ma di fatto dominato dalla superpotenza americana in grado di intervenire in ogni angolo del pianeta, deve fare i conti con “sfidanti” globali come la Cina, l’India e in parte la Russia e di altre grandi potenze regionali quali la Turchia e il Sudafrica. Ci sono sempre più pressioni per una maggiore redistribuzione di potere che minano la capacità e la legittimità della pluridecennale leadership americana sulle organizzazioni internazionali, da quelle per la sicurezza come le Nazioni Unite, a quella militare dell’Alleanza Atlantica, a quelle in materia economica e commerciale (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, WTO, G8).
La teoria della pace democratica, elaborata al fine di esportare i valori democratici e tutelare i diritti umani nel mondo, viene attaccata da più parti in quanto ritenuta pura strategia americana di “market democracy” per consentire agli Stati Uniti di avere un ruolo centrale nel processo di globalizzazione, stabilendo vincoli commerciali con altri paesi ed espandendo il proprio mercato. L’interesse degli Stati Uniti sarebbe, cioè, di promuovere la democrazia quanto basta a garantire un libero mercato economico: una low-intensity democracy, una democrazia a bassa intensità, dove i popoli sono più consumatori che attori protagonisti della vita politica e sociale del proprio paese. Per riaffermare la centralità dei ‘valori occidentali’, ma soprattutto per rilanciare la leadership americana sulla scena mondiale dopo quattro anni di ‘America First’ di Donald Trump, l’amministrazione Biden ha lanciato nel 2021 l’idea del summit delle democrazie; a marzo 2023 si è tenuto il secondo incontro, un evento planetario con la partecipazione di 120 paesi e imperniato intorno a 5 temi: libertà di stampa; lotta alla corruzione; rafforzamento delle istituzioni democratiche; tecnologia e diritti; elezioni. L’evento è stato bollato dalla stampa americana, a partire da The Washington Post, come “un irrilevante talk show o una sgradita vetrina dell’incoerenza della politica estera statunitense sulla scena mondiale” ( Ishaan Tharoor , 29/3/23, https://www.washingtonpost.com/world/2023/03/29/summit-for-democracy-biden-critics/), in quanto “…Washington si batte per i diritti umani in alcuni contesti e guarda dall’altra parte in altri”.
Come elettrici ed elettori europei, abbiamo bisogno di conoscere, da chi si candiderà alle prossime elezioni europeo, la vision e la proposta politica riguardo il sistema della convivenza globale. Più precisamente:
1.Quale potrebbe essere il nuovo modello di governance globale? Quali vie percorrere per la maggiore stabilità e sicurezza possibili? Meglio la strada – anche se complessa – dell’inclusione e del dialogo oppure quella ancora più rischiosa della contrapposizione? Le élite americane ed europee sono disposte a redistribuire potere e prestigio, in modo tale che i contesti multilaterali tengano sempre più conto delle preferenze degli attori non occidentali, anche a costo di diluire il riferimento ai princìpi e alle norme del vecchio ordine liberale? Oppure non intendono rinunciare alla guida degli Stati euro-occidentali, negando la fiducia nei confronti di paesi con regimi non democratici, rischiando a questo punto che la competizione possa anche precipitare in guerre? Come ha scritto recentemente l’analista geopolitico Dario Fabbri sulla rivista Domino, c’è una maggioranza dell’umanità che non ha per nulla in simpatia l’Occidente: si tratta di un “non Occidente” che non ha alcun interesse per una società aperta controllata dagli Stati Uniti e che vorrebbe sostituirli in cima al pianeta; sono società giovani che non ambiscono al benessere, ma a dominare il sistema internazionale. Un esempio eclatante è quello di Cina e India, che insieme fanno circa 3 miliardi di esseri umani: nella guerra in Ucraina i due paesi si sono schierati con la Russia.
2.Come rimediare a diseguaglianze e contraddizioni di una globalizzazione sfuggita di mano agli Stati occidentali, che è stata abilissima nel generare valore economico ma disastrosa nella sua capacità di redistribuirlo equamente? La liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia, lo smantellamento delle regole di antitrust hanno prodotto monopoli, oligopoli e delocalizzazioni selvagge che, come emerge nell’ultimo rapporto Oxfam del 2023, mettono in competizione lavoratori altamente qualificati e/o garantiti con una manodopera globale scarsamente qualificata in una costante corsa al ribasso. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (rivista Limes, n. 2/2017), la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali, con la conseguenza che queste ultime avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie e quelle degli investimenti pubblici, mentre le istituzioni politiche degli Stati occidentali avrebbero perso il potere di governare la globalizzazione. I fondi finanziari sono ormai i veri padroni del mondo, controllano Borse, banche, assicurazioni, piattaforme, giornali. Le multinazionali del Web, che godono di un potere oligopolistico, hanno contribuito a ridisegnare la mappa dei poteri a livello globale e a mutare gli equilibri tra stato e mercati. Ad oggi, manca un’entità politica capace di misurarsi a livello globale con questi giganti. Quali soluzioni adottare allora per rendere la ricchezza meno influente e quindi meno pericolosa per la democrazia?
- Un ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un maggiore controllo e una stabilizzazione da parte delle istituzioni politiche;
- l’introduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento di spregiudicati flussi finanziari a breve termine – vera causa dell’instabilità dei mercati – e favorire invece gli investimenti a lungo termine finalizzati all’economia reale e attenti agli impatti ambientali e sociali;
- l’applicazione di una tassa minima globale sui grandissimi patrimoni, in maniera simile alla Global minimum tax, la nuova imposta minima del 15% applicabile a tutte le multinazionali con un fatturato annuo di almeno 750 milioni di dollari, introdotta a inizio 2024 da oltre 130 paesi per combattere la concorrenza fiscale (dumping) sleale (fenomeno che ha spinto molte aziende a collocare la propria sede principale nei paesi con aliquote fiscali più convenienti). Va ricordato che a metà novembre 2023 la maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite ha adottato una storica risoluzione per avviare il processo che porterà a una convenzione quadro globale sulla fiscalità, da sessant’anni nelle mani del “club” dei Paesi più ricchi facenti parti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sia in termini di evasione fiscale delle imprese multinazionali sia di occultamento delle ricchezze di individui e di famiglie facoltose;
- una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali che governano la globalizzazione, in favore dei diritti fondamentali dei popoli e delle persone, come l’introduzione di un salario minimo, di tutele sindacali, di sistemi di protezione sociale a livello globale.
3. Quale credibilità possono avere programmi d’azione per lo Sviluppo sostenibile, come Agenda ONU 2030, o impegni per combattere la crisi climatica, come le COP (le riunioni annuali dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), quando nel mondo si permette a poche multinazionali alimentari di fare cartello e controllare tra il 70 e il 90% del commercio mondiale del grano, tenendo in scacco milioni di persone vittime di malnutrizione? In un’intervista a Altreconomia di Novembre 2023, il prof. Michael Fakhri, dal 2020 Relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano al cibo, ha spiegato che il problema della fame non è la mancanza di una produzione sufficiente, quanto la disuguaglianza e altri ostacoli sistemici all’accesso a un’alimentazione adeguata. E questo perché dagli anni Ottanta le istituzioni finanziarie internazionali del global consensus, come il Fondo monetario, la Banca Mondiale o l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), hanno sostenuto le strategie dei mercati aperti, della produzione massiccia per il commercio in sé e per sé, invece di incoraggiare quegli stessi Stati a investire nella produzione locale ai fini del consumo interno o regionale, cooperando poi su scala internazionale e non concorrendo. “…I sistemi alimentari mondiali, come ricorda il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, producono un terzo delle emissioni climalteranti, dando così un contributo decisivo alla crisi climatica…vincolando ad esempio il paesaggio a modelli agricoli industriali e intensivi, riducendo al minimo le colture in campo, impoverendo la capacità nutritiva dei suoli, privilegiando organismi geneticamente modificati al posto della biodiversità, utilizzando grandi macchinari su larga scala, pesticidi e fertilizzanti chimici. Un approccio estrattivo che viola il diritto a un ambiente sano e sostenibile”. Le periodiche impennate di prezzo dei generi agricoli che causano poi drammatiche crisi alimentari non sono determinate da una condizione di carenza di offerta alimentare globale. Le difficoltà di approvvigionamento di vaste parti della popolazione del Pianeta dipendono invece dalla distribuzione profondamente diseguale delle produzioni complessive, dalle dinamiche del commercio internazionale e soprattutto dalle modalità di determinazione dei prezzi, legate ai colossi finanziari che controllano le Borse merci del pianeta, scommesse e produzione.
Il 22 e 23 giugno 2023 il Governo francese ha ospitato a Parigi il “vertice per un nuovo patto di finanziamento globale” con l’obiettivo di costruire un nuovo accordo tra i paesi del Nord e del Sud del mondo per affrontare il cambiamento climatico e le esigenze di sviluppo. Nel documento sottoscritto da oltre 40 leader e capi di stato, si dichiara: “…Stiamo lavorando con urgenza per migliorare le condizioni delle persone e del pianeta… Negli ultimi tre anni, circa 120 milioni di persone sono precipitate nella povertà estrema e siamo ancora ben lontani dal raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite entro il 2030… I cambiamenti climatici daranno luogo a disastri sempre più gravi e frequenti, che colpiranno in modo sproporzionato le popolazioni più povere e vulnerabili in ogni angolo del pianeta… Crediamo che transizioni ecologiche giuste, che non lascino indietro nessuno, possano essere uno strumento potente per alleviare la povertà e sostenere uno sviluppo inclusivo e sostenibile…Ispirati dallo storico piano globale per la biodiversità denominato “Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework”, conveniamo anche sulla necessità di nuovi modelli economici che riconoscano il valore immenso della natura per l’umanità…Noi, leader di economie diverse provenienti da ogni angolo del pianeta, siamo uniti nella determinazione a costruire un nuovo consenso globale…La nostra strategia è ben chiara: gli impegni per lo sviluppo e il clima vanno rispettati. Sovvenzioni e prestiti a tassi preferenziali (anche detti “denaro agevolato”) andrebbero privilegiati nella lotta contro la povertà, come pure per migliorare la sanità, l’istruzione e la sicurezza alimentare, e fare fronte ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità. Bisogna poi mettere a disposizione dei Paesi a medio reddito prestiti a lungo termine finalizzati a promuovere investimenti sostenibili nella resilienza economica, sociale e fisica…Una priorità assoluta è quella di portare avanti una riforma ambiziosa del nostro sistema di banche multilaterali di sviluppo… Riconosciamo, tuttavia, che per raggiungere i nostri obiettivi in materia di sviluppo e clima – incluso nell’ambito della lotta contro la fame, la povertà e le disuguaglianze – adattarci ai cambiamenti climatici ed evitare, contenere e fare fronte alle perdite e ai danni, serviranno fonti di finanziamento nuove, innovative e sostenibili, come il riacquisto di debito, un maggiore impegno da parte dei settori che prosperano grazie alla globalizzazione, e mercati dei crediti di carbonio e per la biodiversità più affidabili…
Questo risultato è stato possibile grazie alla leadership dei piccoli paesi più vulnerabili al clima, come le Barbados, e alle forti richieste di trasformazione provenienti dall’Africa (in particolare Zambia e Kenya). La sfida ora è rendere operativa questa agenda con decisioni e azioni non facili.