Cosa indebolisce il progetto europeo? Le questioni aperte, a cura di Attivanza
Il processo di integrazione europea è avvenuto attraverso l’espansione dei confini dell’UE, l’aumento delle sue competenze e il conseguente adattamento dell’assetto istituzionale che, se da un lato è servito a rafforzare la struttura e i processi di policy making, dall’altro ha contribuito a indebolirne la legittimità democratica. I cittadini e le cittadine, di fronte a un sistema politico percepito come complicato, tecnocratico, inefficace, rispondente spesso agli interessi delle élite politico-economiche sovranazionali e sempre più lontani dai bisogni reali, hanno iniziato negli ultimi decenni a manifestare il loro dissenso. Ciò è avvenuto con il calo progressivo della partecipazione elettorale fino a sentimenti di vera e propria disaffezione nei confronti dell’UE, alimentati da partiti politici nazionali che strumentalizzano le scelte operate a livello sovranazionale, soprattutto quelle più impopolari, per ridefinire i loro programmi elettorali in termini euroscettici e sovranisti.
Quali sono in breve le principali criticità che si trascinano da tempo in UE e che possiamo considerare come veri e propri punti di debolezza del progetto europeo?
1.Se la creazione di una moneta unica è stata salutata a suo tempo come un importante passo verso la formazione di un sistema europeo più robusto e capace di assicurare maggiore prosperità, l’indirizzo economico dominante a Bruxelles – con il prevalere del mercato sullo Stato secondo le teorie del “Nuovo Consenso” e la rigida austerità imposta dalla “dottrina di Berlino” di fronte alle crisi economiche dal 2008 in poi – ha accentuato le differenze di ordine strutturale esistenti fra i paesi dell’Eurozona. E che ora, dinnanzi all’ inflazione e a shock economici multifattoriali, potrebbe anche determinare una prolungata stagnazione, considerando anche le “ricette” a senso unico della BCE, che ricorre puntualmente alla sola leva della politica monetaria e dei tassi di interesse, invece di puntare al “policy mix”…
2. Le distorsioni della globalizzazione di questi anni (delocalizzazioni, dumping sociale, paradisi fiscali…) hanno accentuato notevolmente le disuguaglianze economiche con un aumento della povertà lavorativa, delle disuguaglianze di reddito e dell’esclusione sociale, a cui i welfare state nazionali rispondono con forme di regolazione epolitiche redistributive diverse nei vari paesi membri.
3. La politica commerciale europea, nonostante i recenti sforzi di adottare politiche comuni per la transizione ecologica (dal piano comunitario per l’energia alla strategia per le materie prime critiche) e la postura di derisking, cioè la riduzione di rischio, verso la Cina, vede comunque il prevalere degli interessi strategici nazionali (bilateralismo) e ancora molto dipendenza dall’estero.
4. Non è possibile parlare di un’Europa politicamente unita e coesa, le differenze sul piano culturale, giuridico e politico sono tante, comprese quelle sottostanti a forme più o meno accentuate di nazionalismo e a spinte indipendentiste. Con i vari allargamenti, si pensava che i Paesi dell’Europa occidentale avrebbero influenzato lo sviluppo democratico dei Paesi dell’Europa orientale. Così è avvenuto, ma è avvenuto anche l’opposto. L’Ue ha sostenuto la costruzione di moderni Stati nazionali ad est, senza i quali non avrebbe potuto funzionare il Mercato unico, ma tale costruzione ha anche rafforzato il loro nazionalismo e l’involuzione di alcuni Paesi verso “democrazie illiberali”. Come ha recentemente dichiarato Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli affari economici e monetari: “Il processo di costruzione di un demos europeo è stato più faticoso, si continua a parlare molto di Europa dei popoli mentre è più difficile parlare di un popolo europeo…Tutti i grandissimi passi in avanti fanno fatica a superare alcuni ostacoli enormi nel progetto europeo, che è ancora incompiuto dal punto di vista democratico per esempio“, con un Parlamento che “non ha i poteri di un parlamento nazionale“.
5. Non s’è ancora affermata nell’ambito della Ue una strategia efficace e omogenea di fronte all’emergenza immigrazione che miri non tanto e solo alla difesa dei confini, ma che piuttosto riveda gli stessi rapporti economici e geopolitici con Paesi e regioni del Mediterraneo in ottica di reciproca cooperazione.
Queste problematiche hanno generato sacche di malcontento da cui sono nate posizioni euroscettiche e movimenti anti-europei, cavalcati da un’estrema destra populista e xenofoba che, invece di affrontare le questioni nelle opportune sedi europee, propone soluzioni irrealistiche, come l’uscita dall’euro, e non convenienti, come sovranismi e forme di protezionismo che sono un controsenso con la necessità dell’export o la politica estera e di sicurezza.
Nel prossimo futuro ci saranno da affrontare sfide enormi come la lotta alla crisi climatica, la gestione dei flussi migratori, la giustizia sociale; ma anche la ridefinizione delle catene di approvvigionamento e le ripercussioni sugli scambi commerciali, non solo a seguito delle strategie per la transizione ecologica, ma anche per la “concorrenza” delle economie emergenti e la crescente difficoltà di scaricare gli eccessi di produzione sul resto del mondo. Ma soprattutto, dopo decenni di pace e crescita globalizzata, tornano gli spettri del passato e le minacce nucleari: sono reali o sono solo provocazioni? Stiamo assistendo ad una strategia del terrore per aumentare le spese in armamenti o siamo arretrati al punto tale da pensare davvero ad una difesa militare comune UE? Sfide globali e rischi di politica estera e di sicurezza che richiedono azioni politiche che possono essere adottate più efficacemente solo a livello transnazionale
L’UE è dunque “sotto attacco” da varie forze disgregatrici interne che, partendo dalle innegabili fragilità della sua architettura istituzionale, finiscono per smontare la validità dell’intero progetto europeo. Ma soprattutto fanno passare un messaggio errato: che il progetto sia IRRIFORMABILE! In assenza della disponibilità da parte di tutti gli Stati membri a rinunciare alla propria influenza diretta in questi ambiti di policy, una possibile soluzione è data dall’utilizzo dell’integrazione differenziata, cioè la creazione di alleanze tra quegli Stati membri desiderosi di approfondire l’integrazione in alcune aree di policy, fornendo risposte più flessibili e più efficaci ai problemi, quindi maggiormente legittimate. Questo richiederà modifiche per conferire maggiori capacità di controllo al Parlamento europeo, rendendo effettivi i poteri già esistenti e prevedendone di nuovi e comunque sarà necessario creare canali di comunicazione, dialogo, partecipazione e rappresentanza dei cittadini affinchè il processo di integrazione possa essere compreso e reso trasparente.